Bandierine al vento

Continua la rassegna Nuove Storie all’Elfo Puccini di Milano. Dopo “Le vacanze dei signori Lagonia”, in cui Francesco Colella e Francesco Lagi raccontano l'epica di un matrimonio durato quarant'anni, dopo “Cannibali” di Fiammetta Carena, è la volta di “Bandierine al vento”. Si ragiona sempre intorno alla famiglia e ai suoi processi distruttivi, alle sue gabbie, ai sogni che vanno alla deriva. Il testo è di Philipp Löhle, drammaturgo tedesco, autore di commedie che riguardano il mondo dell’economia, della globalizzazione, del consumo di massa dal punto di vista dei singoli individui e di come questi eventi modifichino le relazioni tra essi. La messa in scena tratta il tema delle gioie e dei dolori familiari in una società fine anni Novanta, sembra che sia in corso una nuova era ricca di possibilità per tutti ma è solo un’apparenza poiché già si intravedono i malesseri economici legati al liberismo e alla globalizzazione e la famiglia, piccolo nucleo economico di base, rimane prigioniera e vittima dei

cambiamenti. Il padre di fronte ai cambiamenti decide di licenziarsi la madre delusa lascia il marito e vive una nuova gioventù i due figli immaturi e viziati non sanno assumere scelte consapevoli. Una famiglia vittima del desiderio di successo, fama, ricchezza, voglia di apparire, tutti ondeggiano come bandierine al vento, piccole bandiere, piccoli sogni, desideri, nessuno dei componenti è in grado di volare alto, non c’è salvezza. In un continuo gioco di situazioni tragicomiche incidenti, circostanze, ribaltamenti, i personaggi, saranno travolti dal sistema economico. La scena è inondata da arredi spazzatura, (anche troppi: arredi scenici eterogenei e male assortiti risultano poco efficaci dal punto di vista visivo) luoghi pubblici e luoghi intimi, dalla strada alla cantina, dove il figlio si rifugia per scrivere le sue poesie. Tutto il mondo familiare scorre sotto gli occhi dello spettatore inondato da flash (classica foto di famiglia) e luci al neon, fredde quasi da ospedale. I giochi di luci di Luca Brun accompagnano le sequenze di vita regalando effetti scenici interessanti: metafore figurative di atmosfere psichiche. Clara Setti, Silvio Barbiero, Marta Marchi, Emanuele Cerra, i quattro componenti della famiglia, realizzano una partitura scenica dinamica, buona la scelta delle musiche mezzo sonoro per attraversare i tempi. L’effetto è immediato e godibile si crea sin da subito un’atmosfera di riflessione critica sul panorama sociale rappresentato. La regia Toni Cafiero punta sull’ironia piuttosto che sugli elementi visionari del testo in linea con gli obiettivi della compagnia. La compagnia Evoè! Teatro, nata nel 2011 con sede a Rovereto, svolge un lavoro di ricerca su linguaggi e forme che possano rispecchiare la complessità della contemporaneità. Interessante il nome scelto dai componenti del gruppo: Evoè era l’urlo con cui le Baccanti invocavano Dioniso, Evoè, è un urlo di battaglia metaforico con cui la compagnia si propone di sfuggire agli schemi di mestiere e fare appello alle pulsioni artistiche da mettere in gioco insieme alle esperienze di vita per interrogarsi sull’Arte. La rassegna nuove storie si concluderà con il prossimo spettacolo “XY”, un trittico che indaga il tema della paternità, interpretato da Emiliano Brioschi, solo in scena.  La rassegna curata da Francesco Frongia, ha avuto il merito di offrire al pubblico milanese una riflessione sulla famiglia, una riflessione ironica e tagliente, concludere con un’analisi sulla crisi dei padri oggi, mi sembra una scelta intelligente e attenta ai cambiamenti sociali in atto. Il teatro come finestra aperta sui mondi interiori e sui lutti interiori: ora che il trauma dell’assenza del padre è stato sviscerato, che fare? Perdonare questa assenza.

Milano, Teatro Elfo Puccini, 16 maggio 2018

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