Le solite ignote

Il mondo visto attraverso gli occhi di Rafael Spregelburd è un mondo segnato dalla dispersione, uno stato che va oltre la stessa liquidità studiata da Bauman, un mondo in cui la catastrofe prossima ventura, ma di cui il nostro presente è già gravido, non transita in tragico ma piuttosto in ironico grottesco. Nella dispersione emerge così, come la schiuma nel mare, l'unico valore totemico che sta sopravvivendo e, purtroppo, permeando di sé l'intera società occidentale, il valore del capitale e del denaro, ormai diventato nostro malgrado pietra di paragone della nostra stessa felicità, o meglio di quel vuoto surrogato che è la felicità 'catodica' o, nella post contemporaneità, la felicità in 'rete'. Questa pièce, adattamento (il titolo richiama un famoso film degli anni sessanta) della brava Manuela

Cherubini dall'originale Acasusso di Spregelburd, conferma uno sguardo corrosivo e impietoso, ma insieme paradossalmente affettuoso, su un mondo in disfacimento etico ed in affanno antropologico.
Claustrofobicamente rinchiusa nella sala maestre di un plesso scolastico romano, la drammaturgia mostra la disperata ricerca di identità delle protagoniste che, però, non trovano ormai nessun appoggio l'una nell'altra, se non in una relazione segnata dalla ossessiva presenza/assenza del denaro (simboleggiato nel contenitore del fondo cassa), una ricerca reciproca che improvvisamente trova un suo minimo comune denominatore nella narrazione di una rapina perfetta compiuta in una banca della città.
È una attrazione irresistibile che nel suo onirismo declina anche una sorta di sessualità eterodiretta, fino provocare un goffo tentativo di imitazione/adesione con l'acquisto, appunto con il fondo cassa della scuola, di un calciatore da coltivare e vendere guadagnando milioni.
Ideatrice del piano una direttrice che la cui esuberanza psicologica, ben contenuta in una matura recitazione, riempie di sé l'intera scena.
Che tutto ciò si svolga in una scuola, in cui peraltro mai compaiono allievi, fa sì che che la dicotomia tra etica sociale (l'educazione) e il denaro sia più evidente, ma il meccanismo narrativo e drammaturgico potrebbe purtroppo essere applicato ad ogni ambiente sociale per la sua tragica attualità e ripetitività.
L'inattualità di quel sogno, condiviso ma contraddittorio, porta così all'esito inevitabile, sospeso tra il tragico e il comico della bagarre finale in cui anche la morte (ormai anch'essa inutile) ha il suo spazio.
Testo quasi 'gridato' ed in fondo disperato, richiamato con coerenza nei movimenti della bella messa in scena della stessa Manuela Cherubini, è interpretato con bravura da Maurizio Bousso (il calciatore), Giulia Chiaramonte, Elena Lanzi, Lisa Lendaro, Orietta Notari, Deniz Ozdogan (la direttrice), Laura Repetto, Francesca Santamaria, Chiarastella Sorrentino, Irene Villa.
Terzo appuntamento della 23^ rassegna di drammaturgia contemporanea del Teatro Nazionale di Genova, in programma alla Piccola Corte dal 6 al 16 giugno, è stato accolto all'esordio da lunghi e meritati applausi.

Foto Lanna

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