Le otto montagne

Due donne e otto montagne... Due donne che vengono da esperienze diverse ma in comune hanno qualcosa di prezioso, lavorano duramente da anni nel mondo del teatro. Marta Marangoni e Francesca Sangalli. La prima, Marta Marangoni, artista poliedrica, ha alle spalle una lunga ricerca di teatro sociale e di comunità, presidente di Minima Theatralia lavora nella convinzione che «il teatro possa essere uno strumento di incontro realmente rivoluzionario per le nostre vite e per le nostre solitudini». La sua ricerca parte da un’urgenza: quella di uscire dai meccanismi classici della messinscena e sperimentare nuove modalità performative, in cui diverse discipline possano dialogare fra loro e in cui il pubblico possa partecipare attivamente, come è accaduto recentemente con “Epopea dell’irrealtà di Niguarda”. Spettacolo teatral-musicale inserito nella Grande Festa di Quartiere, con la partecipazione di associazioni, commercianti, cittadini di Niguarda. Un omaggio a questo storico quartiere e ai suoi abitanti, passati e presenti, una vera e propria epopea di comunità. Un grande circo scenico, realizzato in collaborazione con Francesca Sangalli, drammaturga e autrice

pluripremiata. L’amore per la lettura le ha fatte incontrare, per nostra fortuna, perché è bello vedere due donne in scena, una alla drammaturgia, l’altra alla regia, che danno vita ad una piccola perla: la messa in scena del romanzo “Le otto montagne”. (Premio Strega Giovani 2017). Un caso letterario, numerose le case editrici interessate a pubblicarlo in tutto il mondo: il romanzo, infatti, è stato tradotto in oltre 30 paesi. Diplomata presso l'Accademia Nico Pepe di Udine, Francesca Sangalli, ha ottenuto numerosi riconoscimenti nell’ambito della scrittura per il teatro, radio, fiction e film d'animazione. Lo studio sul testo di Paolo Cognetti “Le otto montagne” rappresentato alla Scighera di Milano, in occasione di una serie di eventi di quartiere, debutterà definitivamente al festival “Il richiamo della foresta” (ESTOUL, BRUSSON — VALLE D’AOSTA). Tre giorni per raccontare i diversi modi di vivere la montagna e il desiderio di comprenderla e popolarla. “La montagna non come fuga solitaria o desiderio di isolamento, ma come luogo di resistenza e di ricerca di nuove relazioni, un'alternativa possibile al modello economico offerto dalla città”. Un ottimo lavoro l’adattamento drammaturgico di Francesca Sangalli, nello spettacolo, accanto alla voce di Cognetti, si riconoscono altre voci, giganti della letteratura, Levi, Hemingway, Ginzburg, Stevenson, prende forma così, una memoria sinfonica, magicamente costruita. La scrittura scenica di Francesca Sangalli è poetica e dinamica, accoglie dentro di sé altre scritture, pensatori che hanno dedicato i loro sguardi alla montagna. Un coro di voce tenuto insieme dallo stile fiabesco e tenero di Sangalli, stile che abbiamo già apprezzato nella sua opera IL MULO. In scena due uomini e una donna, la montagna, rappresentata dalla performer Alice Bossi, si muove con agilità da un luogo all’ altro del palco, si arrampica su una piccola impalcatura dà vita alle sonorità di un tuono artificiale, fa rivivere in scena le parole dell’autore. L’adattamento è ben costruito e fedele al romanzo. Si racconta la storia di Pietro, un ragazzino di città solitario e un po' scontroso, del suo rapporto con i genitori, con il suo amico Bruno e, soprattutto, con la montagna. «La montagna, nella sua scarna bellezza, dura e selvaggia, segna l'anima per sempre. Diventa una categoria dello spirito e, anche quando la si lascia in cerca di un altrove più conveniente, non ci si può mai staccare veramente da essa. Basta un suono, un profumo, e si è risucchiati. È questo che capita ai personaggi del romanzo, che non riescono a farne a meno, e vanno e ritornano, senza mai lasciarla veramente. È una storia di padri e figli, di abbandono della civiltà, di libertà della vita selvatica» (Paolo Cognetti). La regia di Marta Marangoni è sonora e fluida. Un uomo racconta e un altro è seduto di spalle, immobile come una montagna a cui tornare per ritrovarsi, dopo lo smarrimento del viaggio nel mondo. Intorno a queste due figure si muove la performer. Marta Marangoni ricorre all’uso di macchine teatrali antiche legate a un mondo artigianale, la lastra del tuono, la luce di un proiettore di diapositive; un omaggio anche al mondo della montagna fatto di suoni e luci. Fili luminosi attraversano la scena e la percorrono come una mappa mentale, una lampada di Aladino, per non smarrire la rotta ma anche per entrare in altri mondi. La scenografia diventa una vera e propria installazione luminosa in cui la performer si muove in modo armonico e sinuoso è la montagna stessa che ci regala gioie e dolori accompagnata dalla voce di Arianna Scommegna e dalla evocativa colonna sonora di di Fabio Wolf e Dario Buccino. Un incontro di anime che amano la montagna ma soprattutto che pazientemente scavano nei loro mondi interiori e li riportano in scena. I sentieri teatrali delle otto montagne magicamente interpretati da due scalatori Alex Cedron e Giuliano Comin, tracciano mappe, ricordi, visioni, con la loro voce con i loro gesti. In scena con consapevolezza e fiducia di poter regalare al pubblico un piccolo pezzo di montagna. In questo primo studio ho visto qualcosa: un incontro di belle anime femminili, nel nome della drammaturgia e della regia, per dare voce a chi spesso non ce l’ha, in questo caso, la montagna. Lasciamo che entri nel nostro mondo digitale. Un’ ultima cosa... sempre più dominano le immagini di montagne nei nostri mondi virtuali, nei social, ormai la montagna è sempre più vicina e non più irraggiungibile come una volta. Questo spettacolo, compie una piccola magia, fa nascere un desiderio: fare una bella e “reale” passeggiata fra sentieri di montagna.

Milano, 20 giugno 2018

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