Trascendi e sali

Era il 1985 e il grande pubblico conobbe Alessandro Bergonzoni grazie al palco del Maurizio Costanzo show. Era una comicità molto nuova la sua, basata sull’accademia - e quindi le pause e la gestualità erano sempre al posto giusto - ma infiltrata della profondità del filosofo e della leggerezza del comico di strada. Di anni ne sono passati molti, in mezzo c’è stata la tv, i libri, il teatro. Fino al 13 luglio è al Teatro Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires, 33) con “Trascendi e sali”, l’ultima fatica del comico bolognese che ben condensa il suo rodato stile ideativo. Un palco quasi vuoto, una impalcatura da officina o da cantiere e la sua verbosa forza narrativa che si manifesta lasciando in vista solo i piedi per un bel po’. Poi scende dalla balaustra e armeggia su e giù per il palco, con un

dinamismo fisico che pare amplificare la scorribanda verbale.
Avanti e indietro, avanti e indietro, la storia si dipana. Niente trama, solo una catena infinita di calembours, modi di dire ribaltati giocando con la polisemia delle parole, gag verbali esilaranti da amante dei cruciverba e della fantasia in punta di lessico. Diverte, inonda, abbaglia di cotanta mole verbale apparentemente noncurante di sé ma invece frutto di una fitta trama ben congegnata.
Dove vuole andare a parare? Non ci sono storie né racconti, il pubblico è preso per mano e condotto a scoprire le meraviglie della lingua. Si respira un’aria di gaia vitalità emiliana, fatta di pacifismo, rispetto dell’altro e gioioso stare insieme. L’omaggio a Regeni e ai migranti annegati strappano l’applauso di un pubblico che sa di essere lì per ridere e pensare insieme, secondo quella modalità di far ridere meditando che cotanti esponenti illustri annovera nella nostra tradizione teatrale.
Lo amano, tra il pubblico, il Bergonzoni nazionale, raccolgono ogni suo cenno di ilarità e ne strappano quasi automaticamente il bis. Dal canto suo lui sembra non volersene andare mai, come se lì sul palco non solo ci stia molto bene e a suo agio, ma soprattutto come se lui stesso si renda conto che all’homo comicus è concesso ascolto proprio in virtù della sua capacità di penetrare l’animo unendo riso e idee. Da vedere.

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