Oedipus

«Cinque parti ed un prologo, con la prima parte che riflette la quinta, la seconda che rispecchia la quarta, con una terza parte – una pagana cerimonia nuziale – come parte centrale». Questa “mappa” conduce non solo lo spettatore attento, ma accompagna anche lo spettatore/fan, ossia colui che dimostra conoscenza – e competenza – nei confronti del percorso artistico del regista texano Robert Wilson. In prima assoluta presso il Teatro Grande di Pompei, OEDIPUS, adattamento di OEDIPUS TYRANNUS di Sofocle, o EDIPO A COLONO, va in scena all’interno di uno spettacolo/evento che registra il sold out durante le tre date previste presso l’antico teatro campano, dal 5 al 7 luglio, in occasione del programma POMPEII THEATRUM MUNDI, presso il Parco Archeologico di Pompei.  La sperimentazione e l’attenzione visiva che caratterizzano l’opera di Wilson, il quale ha anche disegnato spazio scenico e luci, oltre a dirigere la regia insieme a Ann Christin Rommen, rappresentano il codice interpretativo di uno spettacolo che meraviglia visivamente, che accarezza la vista dello spettatore colto, che sorprende il neofita e che infastidisce il purista. Insomma,  essere presenti durante una delle tre date di questo evento sembra il “must” dell’estate campana teatrale 2018, ma l’esito reale qual è? È necessario, dunque, sottolineare che l’approccio

ad una simile tipologia di messinscena richiede una conoscenza di trama e di testo, necessaria per coglierne le simbologie, le allegorie, le elevazioni visive che raggiungono, qui, livelli di interpretazione alta e complessa. La storia di Edipo, di Laio, di Giocasta e la costruzione dell’intreccio del dramma edipico sono, infatti, immediatamente presentate al pubblico. Se l’apertura dello spettacolo è costruita attraverso la visionarietà e la luminescenza, l’innesto narrativo arriva immediatamente dopo ed è affidato alla voce di Mariano Rigillo, nei panni di un testimone, di Angela Winkler, nei panni di un secondo testimone, di Kayije Kagame, nei panni di una donna, sostituendo il coro con tre corifei e danzatori vari: se da un lato l’utilizzo di lingue differenti, dall’italiano, al francese, al tedesco, all’inglese, e naturalmente il greco, permette una mobilità sonora e ritmica, oltre ad una eterogenea scelta espositiva, dall’altro il racconto verbale, ridotto ai minimi termini, sembra essere costruito a ritroso. L’anziano Testimone, interpretato da Rigillo, collocato su uno scranno/pulpito in vesti quasi medievali, racconta la storia di Edipo, sovrapponendo a tratti la sua identità con quella del protagonista ormai anziano. La seconda testimone è una donna di altri tempi, collocata forse all’inizio del secolo scorso, quasi clownesca, descrive una parte della storia additando il cielo con l’indice e assiste alla storia del mondo seduta sulle sedie di un vuoto cinema all’aperto;  infine, l’imponente Kagame, giovane donna di colore, altissima,  osserva dall’alto delle scalinate della cavea, raccontando il passato tra inquietanti risate. L’immagine della storia dell’umanità si serve di Edipo per attraversare l’antico, il passato prossimo e per arrivare al futuro. Ci si chiede quale sia, a questo punto, il presente, delineato attraverso una risata dolorosa.
Il concetto di viaggio nel tempo, considerando la scelta di un testo in traduzione italiana datato 1585, quello di Orsatto Giustiniani, e 1926, quello di Ettore Romagnoli, conferma non solo questa visione a ritroso, ma sottolinea anche l’atavica immagine di un Edipo quasi Adamo, uomo che racconta e rappresenta l’umanità intera. In effetti, emerge prepotente la costruzione scenica di un presepe pagano, quello formato da Giocasta/Madonna, l’attrice Calista Madrazo, costantemente adornata da un’aureola e con un abito che rispetta i colori dell’iconografia mariana, precedentemente incassata in una posizione in cui mani e piedi sono invisibili e bloccati, per poi ergersi nella sua altezza a fianco del marito/sovrano/figlio Edipo. Quest’ultimo, in occasione della festa di matrimonio, appare, invece, con il volto oscurato e coperto da un uovo frantumato, simbolo rinascimentale e cristiano della fertilità e della procreazione, ma delineato da fratture che indicano l’imputridimento della prole. Laio/SanGiuseppe, che si scorge nei panni del pastore, è sostituito da un Edipo che trattiene in mano un bastone e un ramo, in memoria della verga fiorita della tradizione cristiana, anche questo simbolo rinascimentale di procreazione, che si lega al rapporto tra passato e futuro. La vista e la luce sono gli elementi fondamentali nell’interpretazione dell’intero racconto scenico, emergendo sin dall’inizio come chiave necessaria per leggere ed assimilare tutte le simbologie; ci si chiede, però, come far comprendere ad uno spettatore che, malauguratamente, o per negligenza, o per giovane età, o per poco interesse, non conosca il rapporto tra la verità, gli occhi accecati di Edipo, la risoluzione dell’enigma della Sfinge, la macchia oscura della peste, il rapporto tra uomo e divinità nel mondo classico, tutti elementi che Wilson ha reso visionariamente e visivamente con grande eleganza ed innovazione, cercando di aiutare lo spettatore inesperto con una descrizione veloce della trama ed una ripetizione ossessiva di frasi o di parole chiave. Lo spettatore comune, però, riesce davvero a cogliere? Se da un lato il teatro spinge verso l’attenzione e l’apertura alla cultura, alla storia, alla forma artistica, e soprattutto al coinvolgimento totale, dall’altro non può costruire un linguaggio che tenda ad una selezione e discriminazione naturale, nell’ottica della comprensione. L’attenzione visiva emerge sicuramente attraverso la bellezza scenica, ma per alcuni spettatori l’osmosi tra immagine e comprensione sembra disgregarsi nel corso dello spettacolo. L’emozione, sostenuta da importanti giochi e tagli di luci, è coadiuvata da un avanzato utilizzo dei suoni, non solo musicali, ma anche vocali, attraverso un gioco di echi, delay, sovrapposizioni, registrazioni, effetti sonori e di diffusione Dolby Surround che sfruttano la naturale funzione del teatro antico, ma amplificano attraverso l’utilizzo di una sofisticata tecnologia e di un’imponente “torre di controllo”, posta dietro gli spettatori.
Se da un lato Tiresia, indovino cieco, viene riproposto con gli occhi spalancati, interpretato da Meg Harper, dall’altro Edipo– in greco “piede gonfio” – il ragazzo con i piedi trafitti e legati  dal padre Laio affinché la profezia dell’oracolo non si avveri, è un ballerino. Laio, re di Tebe, infatti, verrà ucciso da suo figlio; abbandonato e cresciuto a Corinto, Edipo crederà che il vero padre sia Polibo, ma quando l’oracolo di Delfi gli rivelerà che ucciderà il padre e sposerà la madre, fuggirà dalla città adottiva  in cerca di verità. Il destino ed il volere degli dei lo spingeranno ad imbattersi, ad un trivio, in Laio, vero padre, e nel suo seguito. L’uccisione avverrà per futili motivi, ma Wilson rispetta i dettami della tragedia greca, secondo cui nessuno spargimento di sangue deve essere mostrato al pubblico, ma solo fatto intendere. Ecco dunque una lunghissima scena fisica, e in parte narrativa, durante la quale lastre di metallo sotto i piedi degli attori/ballerini riproducono suoni di battaglia, ma la coordinazione tra il suono lugubre ed i lampi di luce che provengono dal fondo lascia intendere la crudeltà del volere divino, quasi cristiano, che getta sull’uomo la sua punizione per l’avverarsi della profezia. La regia di questo spettacolo punta dunque su un magnifico Edipo, il ballerino Michalis Theophanous, che tiene in mano, ironico e controverso, le corde che hanno segnato i suoi piedi. Ciò che caratterizza tutti gli interpreti è sicuramente la cerchiatura degli occhi, che sembrano fissi, immobili, quasi morti: l’uomo tende a scoprire la verità, osserva ma non vede. La luce accecante, che proviene dal fondo e che caratterizza i lunghissimi minuti iniziali dello spettacolo, delinea la sagoma del protagonista, colui che scopre diverse varità, lasciando spazio, poi, ad atmosfere lugubri, ad abiti dai colori spenti, a visi cadaverici e incolore, ad ombre che partecipano alla messinscena e che, nello stesso tempo, sono funzionali nell’inserimento o spostamento degli oggetti di scena. La struttura antica del teatro romano, e non greco appunto, viene rispettata, utilizzando le mura sul fondo: presente il palcoscenico di legno, secondo l’uso romano, mentre le scene esterne spostano gli attori verso gli ingressi laterali. La struttura muraria sul fondo è chiusa da una porta opaca che lascia intravedere la luce e che raramente è aperta; nessun riferimento, dunque, ad un eventuale palazzo reale, ma solamente ad una simbolica apertura verso l’illuminazione, la conoscenza e la verità. Se l’uomo, nel corso dei secoli, ha cercato chiarezza, si è anche imbattuto nella volontà della divinità,  nell’ignoranza e nelle credenze, ma secondo la cultura greca, se il dio è messo alla prova, rivela crudeli conseguenze. Wilson supera, pur rispettandola, questa interpretazione, rendendo in scena un umanesimo contemporaneo che vede Edipo cieco, ma solo in un breve momento finale, perché è pronto a danzare ancora.

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