Yorick

Dissociare un testo complesso, letterario ma soprattutto drammaturgico, effrangendolo e sezionandolo è, secondo Edoardo Sanguineti, una delle modalità più appropriate per penetrarne i significati intimi ed essenziali, non tanto per 'contemporaneizzarlo' (bruttissima parola) quanto per recuperane la sincerità in relazione a noi stessi, al qui e ora che non è solo la rappresentazione in sé ma anche la percezione ed il giudizio della sua efficacia. In questo senso l'intervento di Simone Perinelli si può definire radicale perché ribalta interamente l'orizzonte dell'Amleto Shakespeariano proponendone una lettura dal basso, ma non tanto in senso letterario quanto in senso propriamente fisico, da quel basso che è il sottosuolo dei morti ovvero il sottosuolo della follia che minaccia (o salva?) la nostra mente. Ecco allora che il protagonista ribaltato della tragedia non è più il principe danese Amleto, icastico e geometrico nella sua esplorazione della verità mentre questa si sviluppa 'sopra', nel mondo

dei presunti vivi, ma è Yorick il buffone del re defunto, e morto anch'esso, il cui teschio è ritrovato per caso all'inizio del V atto, mentre la tragedia va a compiersi, un teschio che tra l'altro ha alimentato anche la popolare sovrapposizione iconografica del monologo “essere o non essere”.
Dunque il buffone ascolta non ascoltato e osserva non osservato, e forte di questa sua condizione duplice di morto e di buffone, cioè di folle lucido e sapiente, può dissociare il mondo di sopra, può interpretarlo e criticarlo in senso pieno, traendone l'essenza di un giudizio che quella stessa dissociazione, attraverso il suo transito scenico, rende inaspettatamente e paradossalmente sempre più coerente.
Per restare a Sanguineti, si potrebbe dire che il drammaturgo organizza un “travestimento” direttamente in scena, distillando il verso libero shakespeariano e mescolandolo con inserti popolari e colti, dalla vispa Teresa a Leopardi, oppure dandogli ritmo nuovo con improvvisi lanci musicali così da ricostruire negli inferi della sua interiorità la vicenda del principe danese, vissuta come quel conflitto per la sincerità che attraversa la nostra mente, che ne attraversa gli oscuri recessi ove solo può trovare soluzione, mentre sopra pare destinata alla sconfitta.
Amleto, Orazio, Ofelia, il re traditore, la madre e tutti gli altri personaggi sono così nomi svuotati che Yorick può di nuovo riempire con il suo pensiero, rinnovando loro una identità che pareva sul punto di perdersi.
Una drammaturgia complessa che proprio come in un travestimento, con cui come detto condivide anche l'uso coerente della musica come vettore di senso, si sviluppa su piani diversi e plurimi, confonde lingue e linguaggi ed infine utilizza l'ironia come strumento d'effrazione e ri-significazione.
Una drammaturgia dunque dalle innumerevoli suggestioni che utilizza la presunta follia di Yorick per trasfigurare un mondo alla ricerca di una sincerità, di una verità che la vita cela e custodisce nelle sue rappresentazioni spesso sottraendola alla nostra stessa percezione.
Uno spettacolo costruito intorno al confine che ci attraversa, alla linea che separa la ragione dalla follia, come la vita dalla morte, una linea che dobbiamo attraversare comunque con i mezzi che anche la consapevolezza estetica della rappresentazione, di una rappresentazione come questa, è in grado di farci scoprire e possedere.
È un cercare al di sotto, nel senso più ampio del termine, al di sotto dei significati usurati ed abusati di parole svilite, al di sotto degli schematismi che ci imprigionano anche mentalmente (sintomo/diagnosi/cura ripete ossessivamente il protagonista) al di sotto dell'apparenza di una vita che sembra nascondere, come in Amleto, il delitto di essere nato e deiettato in un mondo che elegge la menzogna a proprio paradigma.
In questo contesto la presenza scenica di Perinelli, che transita senza sforzo dalla parola al canto e alla coreusi, dà profondità alla sviluppo drammaturgico che si avvale, come detto, di un coerente utilizzo di musiche, originali e non, e di un apparato scenografico semplice ma intriso di rimandi e suggerimenti che amplificano il valore delle parole, recuperate al loro significato profondo.
Uno spettacolo della compagnia LEVIEDELFOOOL prodotto dalla Fondazione Teatro della Toscana, di e con Simone Perinelli che cura anche la regia.
Aiuto regia Isabella Rotolo, musiche originali Massimiliano Setti e al violoncello Luca Tilli. Disegno luci e scene Fabio Giommarelli, tecnico del suono Marco Gorini, costumi Labàrt Design di Laura Bartelloni.

Al Teatro Era di Pontedera il 13 e 14 ottobre

Foto Manuela Giusto

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