Storia d'amore e di calcio

Il calcio come metafora della vita è un elemento di cui è intrisa la cultura del novecento, o meglio il calcio come rappresentazione metaforica di relazioni sociali e poteri più o meno forti, come anticipazione dell'evolversi e del mutare ovvero del non mutare di questi rapporti che una volta definivamo di classe, sulla scia del tragico profetizzare di Pier Paolo Pasolini, infine il calcio come processo di conoscenza interiore e soprattutto relazionale. È pertanto naturale accostare questa drammaturgia di Michele Santeramo, vista a Pontedera in prima nazionale, a consueti schemi di pensiero ed interpretazione, ed in effetti è da lì che lo sguardo del drammaturgo si apre, quasi per ambientarci e consentirci di penetrare con agio nel mondo della sua narrazione. Ma presto si realizza uno scarto estetico, non inatteso ma dapprima poco percepibile e poi sempre più evidente e trascinante, perché questo spettacolo non parla di calcio per parlare della vita, per interpretare la vita, ma

viceversa parla di quello che la vita, la memoria e la speranza di una persona e di una comunità consegna e affida al calcio perché questo lo elabori e lo trasmetta agli altri rendendolo insieme percepibile e palese.
Non è dunque il calcio che dà voce ai valori della vita e della società, nel racconto di Santeramo, ma è la vita e la società che riempie il calcio dei suoi valori, delle sue aspettative, delle sue tragiche sconfitte, perché questo, come ogni metafora essenziale, lo traduca nei suoi segni universali e possa trasmetterlo agli altri moltiplicandolo.
Qui pertanto non di calcio si parla ma di interiorità e così la stessa sintassi della narrazione, del consueto teatro di narrazione, si trasforma slittando man mano nell'onirico, in una indagine intima che perde i legami con il racconto sociale, che pure ne alimenta lo sviluppo in sorta di occasione artistica, per diventare una sorta di sfida con sé stessi, sfida per la sincerità e sfida per l'autenticità di una identità dapprima liquida e sempre in pericolo di scomparire, fino alla scelta finale che la riscatta.
Nel contesto di un fantomatico “primo campionato mondiale di calcio clandestino”, in cui precipitano inevitabilmente tutte le contraddizioni sociali di un piccolo e depresso luogo del nostro meridione (un Sud quasi metafisico nel vissuto del narratore), accentuate per di più dai recenti flussi migratori, dunque la drammaturgia ci parla degli occhi di una donna in cui affoga fino ad arrendersi la speranza di vita e di riscatto di un giovane, ci parla di un Romeo italiano e di una Giulietta indiana travolti dalla reciproca speranza.
Quando, nel corso della finale tra Italia e Marocco che deve stabilire chi per un anno avrebbe controllato le attività illecite, il nostro protagonista senza nome deve decidere tra le minacce di un malavitoso e la possibilità di unirsi alla misteriosa ragazza indiana, sceglie quest'ultima ed insacca il pallone con una meravigliosa punizione a 'foglia morta', un vero elogio metaforico della lentezza e della consapevolezza.
Nessun lieto fine però, perché anche questo calcio, quello dei campetti e delle periferie, quello di Pasolini e Martinelli, non è più luogo di riscatto e sincerità ma riproduce ormai, oltre la stessa metafora, valori e rapporti di forza di una società dominata dal denaro e dalla falsità, permeata dal capitale come ogni anfratto della nostra stessa esistenza.
Non più spazio faticosamente sottratto alle gerarchie sociali, in cui sperimentare suggestioni di eguaglianza e speranze di cambiamento, ma specchio senza anima di una società alla deriva.
I due, puniti in maniera crudele, non si vedranno più ma nella tristezza dell'esito drammaturgico forse inevitabile, rimane questo racconto che è come un rivolo di quel mondo che ha alimentato la letteratura di Gianni Brera e Eduardo Galleano, e come tale forse rappresenta la speranza che almeno sulla scena quel mondo e i valori che faticosamente gli avevamo affidato possano ancora essere riscoperti.
Michele Santeramo con questo suo ultimo lavora comincia a trasformare l'arte del narrare, costruendo una scena che non è come di consueto 'contrapposta' al pubblico, bensì un scena che penetra nella platea costruendo un dialogo che se da una parte è ricca di parola e dall'altra di silenzio attento, in entrambi i lati del teatro riesce a vivere una partecipazione attiva che le bellissime musiche agevolano, costituendo una vera e propria partitura drammaturgica che si amalgama, si integra e si confonde con la stessa narrazione.
Ma oltretutto non siamo mai soli in questo fitto scambio di pensieri e suggestioni, infatti sullo sfondo le immagini di un mondo che forse 'fu' ma che ancora profondamente ci appartiene, tra matrimoni, bambini e consuetudini perdute che continuiamo ad amare, producono una eco che sulla scena costruisce un triangolo dalle inaspettate suggestioni intimamente psicologiche e comunicative.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana, di e con Michele Santeramo. Regia dei cortometraggi Vito Palmieri, montaggio corti Paolo Marzoni, assistente al montaggio Clara Pellizzi, progetto video Orlando Bolognesi. Allestimento di Sergio Zagaglia, Stefano Franzni e Fabio Giommarinelli. Musiche di eccezione Sergio Altamura, anch'egli in scena interprete appassionato.
In prima nazionale al Teatro Era di Pontedera dall'11 al 14 ottobre, uno spettacolo intenso e anche commovente che ha riscosso molti consensi.

Foto Nico Bruchi

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