Afghanistan. Enduring freedom

Un esperimento di ampio respiro, dieci autori teatrali anglosassoni incaricati di scrivere un pezzo della storia dell’Afghanistan dalle origini ai giorni nostri. Due anni fa la prima parte, “Il grande gioco”, focalizzata sulla storia della nazione asiatica fino a metà Ottocento. Fino al 25 novembre, ancora all’Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires 33) va in scena la seconda parte, “Enduring Freedom”, storia delle vicende del popolo afghano dal 1842 ai giorni nostri. Cinque quadretti teatrali autonomi, l'ascesa dei Talebani e il terrorismo islamista (“Il leone di Kabul”), la morte del comandate Massud che precipita lo stato nel delirio, pur passando sotto silenzio all’ombra del colossale 11 settembre, di soli due giorni successivo (“Miele”); le Ong che intervengono in Afghanistan a margine della guerra tra gli Stati Uniti e i loro alleati contro il terrorismo locale (“Dalla Parte degli angeli”, “Volta stellata”), mentre il finale (“Come se quel freddo”) pare gettare un seme di speranza per il futuro, immaginando

che non ci siano né vincitori né vinti, né buoni né cattivi ma solo uomini e donne capaci di guardarsi negli occhi e fermare la guerra che c’è in noi.
Se “Il grande gioco” è più dirompente per i codici culturali che mette in gioco (il concetto di confine, l’alterità politica tra i modelli anglosassoni e russi e quelli delle tribù nomadi afghane), “Enduring Freedom” riesce a riepilogare la storia di una nazione senza cadere nell’errore banale di adottare un solo punto di vista. Le questioni riescono ad emergere nella loro complessità, non ci sono semplificazioni narrative ma si aprono grandi e necessari interrogativi. Interrogativi nuovi rispetto al dibattito meno profondo che imperversa in certi media. Non conta chi siano i buoni e i cattivi ma gli autori paiono chiedersi come se ne uscirà, come si ricomporranno le coscienze martoriate da tanto dolore, come aiutare un popolo se ogni intervento crea più problemi rispetto al non intervento.
Il teatro può raccontare storie e mondi, ma quando riesce a far pensare, quando lascia in bocca allo spettatore il sapore incerto di un interrogativo non composto, questo è il vero teatro contemporaneo. Non esercizio di dotto intellettualismo formale ma sprazzo sul mondo attuale attraverso un linguaggio forse mai così attuale. Il saggio è articolato, la letteratura è evocativa, il documentario è meno emozionale. Il teatro, invece, a maggior ragione se concepito come questa pregevolissima operazione, sa creare quadretti autonomi, brevi e focalizzati, fasci di luce su un periodo e un problema che probabilmente è destinato ad aprire momenti di consapevolezza sulle complessità del mondo.
La regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani sceglie la multimedialità e la scena scarna per cucire efficacemente insieme i testi di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys, Joy Wilkinson, Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Colin Teevan, Naomi Wallace
Da vedere assolutamente.

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