Supplice per bianco tormento

Ci sono molti motivi di interesse, in “Supplice per bianco tormento”, lo spettacolo che Lina Prosa ha presentato a Palermo, dal 24 al 28 ottobre (nella sala Migra-teatro di recentissimo allestimento presso il Centro Amazzone) nel contesto della XII edizione delle “Giornate Biennali internazionali” intitolate quest’anno “Il corpo in fuga. Cultura e cancro”. La drammaturgia è, appunto, di Lina Prosa, la regia della regista svizzera Simone Audemars, in scena, protagoniste della piéce, ci sono Sara Donzelli, Aurora Falcone ed Helene Firla, mentre nel ruolo delle restanti supplici ecco le ormai storiche compagne dell’avventura teatrale della drammaturga e regista palermitana, ovvero Angela Ajola, Enza Curaci, Maria Rita Foti, Augusta Modica, Rosaria Pandolfo, Laura Scandura, Rosalia Zangara; le luci sono di Marcello D’Agostino, il suono è di Michel Zurcher, o costumi di Dora Argento e i movimenti di Giuseppe Muscarello. Si tratta di una originale riscrittura dell’antico dramma eschileo (“Le supplici”, probabilmente del 463 a.C.): un’operazione libera, coraggiosa, conscia del punto di vista contemporaneo e della sua inevitabile fragilità, una riscrittura che, senza farsi irretire dalla potenza

del mito antico, ragiona d’amore e di “fuga”, di fuga come condizione in cui sempre, e da sempre, si trovano le donne non appena diventano consapevoli della violenza di cui, ancora troppo spesso, sono fatte oggetto: la violenza dell’esser altro da ciò che si è, la violenza di relazioni subite, la violenza dei matrimoni imposti per rispettare o perpetuare la “normalità” dei maschi (il bianco tormento del titolo allude proprio a questa condizione), la violenza sui corpi che vengono oltraggiati, derisi, sfruttati. La parabola drammaturgica si dispiega a partire dall’incontro, felice dopo tanto tempo, di due donne, Mascia e Irina, amanti, amiche, sorelle in un ospedale psichiatrico e in fuga dalle violenze di quell’ospedale psichiatrico: sono omosessuali, probabilmente, e si riconoscono, si desiderano e si raccontano, raccontano il dolore della negazione bruttale del loro essere e  la punizione tracotante che hanno subito, raccontano la fuga, raccontano che hanno tentato di normalizzarle senza riuscirci. Le seguono e le osservano con solidale partecipazione altre donne fuggitive (le Danaidi) e tra queste una loro terza “sorella”, Olga, la più giovane, che le ascolta, che partecipa del loro dolore, della loro ribellione, della loro battaglia di dignità e libertà. Unica via di fuga, unica dimensione di autenticità e di rifugio sicuro si rivelerà il teatro e, nel teatro, le loro vite si definiranno, si chiariranno nella loro essenza, si rassereneranno, nel teatro i loro nomi (Mascia, Olga e Irina sono anche i nomi dei personaggi del famoso dramma di Checov) troveranno un senso definitiva e compiuto. È notevolissima la forza intellettuale con cui Lina Prosa sa rivisitare il mito antico, ripensarlo, attraversarlo con la sua verità di donna e artista, riscriverlo con una libertà che è qualità poetica ma anche, inevitabilmente, segno politico. Dispiace tuttavia che nella riscrittura sia stata tralasciata quella che, forse, è la parte più feconda del dramma eschileo, ovvero il “democratico” e imprescindibile appello al popolo del re di Argo, Pelasgo: figura in Eschilo positiva, accogliente, forte, qui invece, divenuto Pelagos, è non molto più di un vacuo nome che si connota, piuttosto sbrigativamente invero, per la sua assenza irresponsabile rispetto ai bisogni e alle urgenze di quelle fuggitive. Sono straordinarie nella loro interpretazione Donzelli, Firla e Falcone: pulite nel loro stare in scena, energiche, capaci di attraversare con consapevole intelligenza ogni parola del testo della Prosa; un testo che è difficile, affascinante e oscuro, polisemico, densissimo di simboli e significazioni (gli echi del passato, le storie che si intrecciano, i legami, i corpi che si offrono, le risate, il silenzio che si fa ritmo e strada, le arance che colorano il dolore del mondo), verso dopo verso, battuta dopo battuta. Questa densità poetica è indubitabilmente il pregio maggiore del teatro di Lina Prosa, ma è anche, al contempo, la sua intrinseca fragilità e nello specifico è il vero punto debole di questo spettacolo: il testo è poetico nella sua sostanza più profonda e da qui, proprio da questa realtà, consegue che l’azione teatrale e il percorso entro cui essa si dispiega restano come incatenati nelle parole, nella loro dimensione connotativa, inceppati, bloccati, smarriti in una semantica che è eccessivamente complessa per ridefinirsi come azione e come azione parlare al pubblico.
Paolo RANDAZZO

“Supplice per bianco tormento”: drammaturgia di Lina Prosa, regia di Simone Audemars, con Helene Firla, Sara Donzelli e Aurora Falcone ed ancora, nei ruoli del coro, Angela Ajola, Enza Curaci, Maria Rita Foti, Augusta Modica, Rosaria Pandolfo, Laura Scandura, Rosalia Zangara. Luci di Marcello D’Agostino, suono di Michel Zurcher, costumi di Dora Argento, movimenti di Giuseppe Muscarello. Produzione di Arlenikà Onlus, coproduzione di For & l’Askené. Crediti fotografici: Centro Amazzone - Palermo.

Email

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna