Nato postumo

Io sono Gino e ho un lavoro normale. Così inizia il monologo NATO POSTUMO di Francesco Brandi. Gino fa il postino ha un lavoro normale ma la sua vita non è poi così normale, perché ha alle spalle esperienze familiari traumatiche. Una madre morta suicida, un padre ludopatico, vive in un piccolo paese e con la sua bici, percorre chilometri per consegnare la posta, sempre di corsa, perché bisogna essere efficienti e competitivi. Gino è alla ricerca della normalità: quella normalità che nasce dall’amore a dal riconoscimento di un altro che ti dedica i suoi pensieri, le sue parole, (chi l’ha trovato è fortunato). Ognuno di noi vorrebbe essere amato e soccorso... l’omissione di soccorso è il vero problema di Gino e del mondo. L’omissione di soccorso può essere di tre tipi: verso noi stessi, verso gli altri, verso il mondo. Quante volte ce ne siamo macchiati, per paura, pigrizia, sciatteria, ignavia, incapacità? Quante volte ce ne macchieremo ancora? Il monologo di Brandi (produzione il Teatro Franco

Parenti, che ha fiuto nel sostenere gli autori di talento) regala, in settanta minuti circa, una serie di riflessioni sulle relazioni umane e sulla fragilità degli uomini. Sul senso di decadenza che ci circonda, che è evidente nelle scene spente, consumate dal tempo e dall’incuria di Alberto Accalai. Tutto crolla intorno a noi e noi ridiamo. Gino se la prende con la signora delle pulizie perché lei sa ridere, trovare la bellezza nelle piccole cose, mentre lui non ride più. E d’altronde perché ridere? Appartiene a una generazione che non può farlo. Il lavoro manca, oppure quando c’è, si viene licenziati se non si è competitivi, le relazioni sono sempre più liquide. Il monologo di Francesco Brandi (nel 2018 Premio Nazionale per la drammaturgia Franco Enriquez) è carico di vita, perché l’autore dà la parola in modo ironico e surreale ai tanti giovani del nostro paese che vedo i loro sogni sfumare via. «Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti sogni». Ha senso oggi questa frase? Dopo il successo delle sue ultime due creazioni “Per strada” e “Buon anno, ragazzi” entrambe dirette da Raphael Tobia Vogel, Brandi torna al monologo con una sua regia (assistente alla regia Gabriele Gattini Bernabò) ed è interessante la sua ricerca: si muove per la scena con dinamismo, parla al microfono di un vecchio registratore, vaga in quella stanza ricostruita con abilità scenica nei minimi particolari; è un leone in gabbia, si sfoga, racconta le profonde insoddisfazioni legate alla propria vita.  Come il protagonista de “L'ultimo nastro di Krapp” di Beckett, Gino fa il bilancio della propria vita e decide di reagire con le uniche due cose che gli sono rimaste: la bici e le parole. Ama la parola, quella orale e quella scritta, Francesco Brandi e, da buon postino, consegna al pubblico una lettera, che cosa c’è scritto? Non posso svelarlo, ognuno potrà verificare di persona, andando a vedere questo spettacolo, magari in bicicletta, come Gino... E scoprirà che il teatro, quando è vivo, in po’ di sogni li regala sempre.

Milano, Teatro Franco Parenti, 10 novembre 2018

Foto Noemi Ardesi

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