Lo zompo

Napoli sembra essergli congeniale. Torna, ritorna, debutta, ritorna di nuovo: parliamo dell’autore e attore palermitano Rosario Palazzolo, il quale, periodicamente, approda a Napoli, sorprende il pubblico e poi fugge via. Ma ritorna. Lo sguardo e la penna di Palazzolo appaiono tra i più originali, all’interno del proficuo gruppo di drammaturghi, nonché autori di romanzi e di piccole storie, che riempiono le fila della drammaturgia siciliana contemporanea. Il teatro TRAM, in particolare, sembra essere il luogo surreale in cui Rosario “deposita” temporaneamente e ripetutamente i suoi personaggi e le loro storie, durante soggiorni teatrali così intensi che le pareti del particolare teatro di Port’Alba sembrano assorbirne le anime. Napoli diventa anche luogo di accoglienza della parola, della poetica, della scrittura, della “rivelazione” e sorprendentemente rivelatori sono stati anche gli incontri che il drammaturgo ha diretto all’interno del Centro Studi sul Teatro Napoletano,

Meridionale ed Europeo, organizzati dal presidente Antonia Lezza. Coniugando, dunque, il debutto napoletano de LO ZOMPO, in scena presso il teatro Tram dal 15 al 18 novembre, e il seminario, dal titolo POETICA DEL FALLIMENTO, svoltosi presso il Centro Studio dal 12 al 15 novembre, il pubblico, gli studenti e gli appassionati hanno avuto la possibilità di carpire alcuni dei segreti della scrittura di Palazzolo, confrontandosi anche e soprattutto con il prodotto scenico. LO ZOMPO  costituisce il primo capitolo della trilogia SANTA SAMANTHA VS -SCIAGURA IN TRE MOSSE ed è definito dall’autore un “duello”. Tenendo a mente questo concetto, entriamo nei meandri della scrittura di Palazzolo, grazie anche al confronto con i testi e con gli spettacoli già osservati durante questi anni e attraverso chiavi di lettura fondamentali, emerse durante il seminario svolto presso il Centro Studi. Caratteristica della scrittura di Palazzolo è sicuramente una struttura narrativa apparentemente lineare, ma che, se osservata attentamente, è caratterizzata da confini labili, mobili, ondulati e ondeggianti. Questo comporta aperture improvvise, ritorni, sovrapposizioni e parallelismi che costringono lo spettatore, così come il lettore, a un’attenzione morbosa che lo aggancia come un’ancora, nonostante sia trascinato da improvvisi cambi di direzione. La scrittura di Palazzolo, inoltre, fa emergere costantemente numerosi elementi che caratterizzano la personalità dei personaggi, riempiendo i vuoti iniziali necessari per accendere la curiosità: dal nome e cognome del protagonista, Nunzio Pomara, che emergono velocemente e tra le righe, ma mai insieme, durante il delirio rivelatore del protagonista, alla motivazione di fondo che fornisce la chiave per cominciare a comprendere un’intera trilogia. La struttura “a ritroso” che adotta Palazzolo, altro non è che rivelazione del “trauma”, così come lo definisce l’autore, non inteso solo in senso psicanalitico, ma soprattutto come destabilizzazione strutturale dell’obiettivo che il personaggio si pone inizialmente, o a priori; esso viene deviato, conducendo la narrazione verso altri esiti, a volte assolutamente contrari a quanto dettato all’inizio del racconto. Metafora della vita di tutti, il trauma, o deviazione del progetto iniziale, appare agli occhi dello spettatore come racconto a ritroso che svela, attraverso fasi sempre più intense, il nodo del racconto. Esempi eclatanti di questa tecnica narrativa e drammaturgica sono il noto spettacolo LETIZIA FOREVER, ma soprattutto PORTOBELLO NEVER DIES, geniale creazione di Palazzolo, purtroppo meno conosciuta rispetto alla famosa donna barbuta Letizia. Il lavoro di costruzione dell’attenzione sul personaggio e sul suo racconto delirante comincia prima dello spettacolo, quando Nunzio Pomara si aggira tra gli spettatori che, per la maggior parte, non si accorgono della presenza indagatoria del protagonista nel foyer. Non esiste, dunque, una netta divisione tra finzione e realtà, in quanto la trilogia creata da Palazzolo sembra descrivere volutamente e attentamente la società, senza nessun filtro, ma attraverso una consueta ironia delirante. Nunzio Pomara si ritrova seduto insieme agli spettatori collocati in cerchio, eliminando, dunque, il concetto di scena e platea. Al centro un microfono che subirà un’evoluzione insieme al personaggio. Durante un incontro parrocchiale Nunzio denuncerà, senza esito, ciò che la società ha costruito, ossia una religiosità contorta e corrotta che fa apparire a tutti i costi normale ciò che il protagonista denuncia come assurdo e deforme. Tra sacro e profano, l’immaginetta della Madonna in lacrime si sovrappone a quella di una bambina, Samantha, protagonista dell’intera trilogia. In alto le luminarie della Madonna ricordano la festa di Santa Rosalia, così come i fuochi d’artificio finali, la musica di sottofondo è un loop che disturba il pubblico, che riempie le orecchie, che intontisce e devia la comprensione, che si mescola alle parole deliranti di Nunzio. L’immagine del folle che rivela la verità è uno dei temi che il teatro ha colto sin dall’antichità e che Palazzolo riporta violentemente nella contemporaneità, “schiaffeggiando” gli spettatori che rimangono ammutoliti davanti alle reazioni e alle continue stimolazioni dell’attore. Lo “zompo” è un atto violento e ribelle per indicare l’immediatezza della rivelazione all’interno di una comunità e di una cultura che indicano come folle colui che dice la verità, assuefatte da convinzioni effimere, ma ritenute assolutamente valide. L’immobilità del pubblico – attesa dall’attore - diventa inversamente proporzionale all’evoluzione del personaggio, il quale, timido e osservatore, sebbene sprezzante sin dall’inizio, si trasforma in un capo comizio delirante e rabbioso: se il silenzio degli spettatori incombe, allora la gestualità si sblocca, lo spazio attorno al microfono diventa più ampio e l’attore comincia ad utilizzarlo completamente, come un animale in gabbia, il microfono si sgancia dall’asta, questa cade per terra, ed anche il mezzo di comunicazione viene infine abbandonato. L’urlo di disperazione e di denuncia di un piccolo insegnante – si comprende finalmente anche il suo ruolo nella società e il suo rapporto con l’incombente madre, anch’essa modello di chiusura e di omologazione – è zittito da una religiosità menzognera, creatrice di falsi miti e di assuefazioni mentali. Quuesto racconto non ha come obiettivo la denuncia religiosa, bensì utilizza l’allegoria del “lavaggio del cervello”, della setta, dell’oscuramento della verità, attraverso un’apparenza di normalità che rende ridicolo l’uomo medio perché sincero. La violenza su una ragazzina trasforma Samantha in portatrice di miracoli e santa, smorzando la vergogna di un atto pubblico riconosciuto da tutti, ma camuffato per essere compreso e accolto. Ecco perché Palazzolo parla di duello, con se stessi e con il mondo circostante, ma anche di pericolo, nel senso di assuefazione alla finzione e alla menzogna. Sebbene questo spettacolo si possa definire metateatrale, forse peccheremmo di banalità stantia se ci soffermassimo su questa definizione limitante: non esiste, in effetti, volontà di distinzione tra realtà e finzione e quindi non emerge, di conseguenza, neanche il concetto di metateatralità. Il protagonista è anche spettatore e pretende dal pubblico quella reazione mancata che caratterizza l’intera comunità. Partendo da un microcosmo geografico ben definito, sebbene l’attore non utilizzi un dialetto puro, ma un italiano regionale con alcuni improvvisi influssi dialettali epurati, Palazzolo conduce il discorso, sin dall’inizio, verso un’universalità dichiarata ed evidente. L’ottima prova d’attore non lascia dubbi sulle grandi capacità sceniche, oltre che autoriali, dell’attore palermitano, nonostante il reiterato coinvolgimento degli spettatori silenziosi, attraverso un complesso lavoro di adattamento alla situazione,  conduce la narrazione a rallentamenti che ad un certo punto allontanano il pubblico dalla curiosità e dalla volontà di conoscere gli esiti del racconto. Attendiamo, a questo punto, la visione delle altre due parti della trilogia per poter approfondire l’attento discorso sulla recente produzione drammaturgica dell’autore palermitano e sulla sua poetica.

Teatro TRAM Napoli
LO ZOMPO
scritto, diretto e interpretato da Rosario Palazzolo
assistente alla regia Angelo Grasso
luci Michele Ambrose
scene Luca Mannino
costumi Ylenia Modica
foto Gandolfo Schimmenti
distribuzione Stefano Mascagni
una produzione teatrino controverso e TMO (Teatro Mediterraneo Occupato, Palermo)

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