L'abisso

Come il corpo fisico, nei suoi recessi spirituali ma anche nei suoi gangli nervosi percepisce e soffre delle sofferenze di cui è testimone, così anche il corpo sociale memorizza le sofferenze della storia e talora, come il primo, cerca invano di occultarle e dimenticarle non riuscendo o non volendo elaborarle. Davide Enia con questa sua drammaturgia, che già nel titolo anticipa e promette la sua peripezia e la sua navigazione nell'oscurità di un mare che è innanzitutto dentro di noi, costruisce una sorta di corpo teatrale che dell'uno e dell'altro, del corpo fisico e del corpo sociale intendo, ripropone o meglio suggestivamente suggerisce nella narrazione in scena le sintassi di conoscenza, di memoria e di lenta e faticosa elaborazione. Di fronte a lui e a noi la tragedia delle migrazioni e delle rotte dolorose che migliaia di uomini e donne percorrono, e a volte ci domandiamo perché affrontino tanta sofferenza per un esito che ci appare immeritato e non meritevole, per giungere ad un

Mediterraneo, che ci attraversa prima nello spirito che nella geografia, per trovare troppe volte una morte oscura e soffocata come un grido disperato.
Enia, con la sua scrittura piena e pesante che riempie ogni spazio della sua sonorità recitata e che è appunto quasi un corpo drammaturgico costruito sul corpo stesso del narratore, sembra quasi tessere una rete concreta, grande come quella dei pescatori che quel mare da secoli percorrono, per raccogliere quelle vite dimenticate dentro corpi abbandonati alla morte.
Talora solo il nome gridato a squarciagola mentre le onde prendono il sopravvento, ci ricorda il narratore, rappresenta una ultima flebile speranza che una memoria di noi rimanga, tra le pieghe di una pietas secolare ma ora quasi sopraffatta dall'impotenza e da una burocratica indifferenza.
Attorno a queste vite trasformate in corpi, e a queste voci, la drammaturgia disegna figure che, pur vere e reali, sembrano uscire più dal mito che dalla storia presente, e che dalla radici del mito traggono il loro nutrimento, disegna giganti che piangono e le cui mani smisurate traggono quei corpi dal mare così che possano essere di nuovo vita tra i tanti che non ce la fanno.
Dentro quella tragedia il nostro narratore/drammaturgo si è immerso, non l'ha guardata da distante ma l'ha vissuta, e in quella tragedia ha rivisitato i propri drammi e la propria condizione umana ed esistenziale all'apparenza così lontana ma che in quello sguardo 'dentro' ritrova suggestioni e significati nuovi, a partire dal rapporto con il padre e la propria famiglia, “come cerchi che si chiudono”.
Scrittura e parola così si confondono e amalgamano fino ad essere una cosa sola mentre le musiche in scena di Giulio Barocchieri, costruite sulla memoria dei canti dei pescatori, dei racconti di mare e sulle preghiere popolari, restituiscono a quella scrittura e a quelle parola sonorità antiche e perdute e la sincerità che ancora nascondono.
Uno spettacolo intenso e commovente che non indugia sull'attualità ma che da questa spreme un succo essenziale destinato a maturare nelle coscienze oltre il baccano che giornalmente ci sommerge e che spesso nasconde lati oscuri e inconfessati. Perché al contrario io non posso che condividere ciò che scriveva Moravia: “Io quando vedo una persona di colore vedo solo un essere umano come me”.
Lo spettacolo tratto dal libro “Appunti per un naufragio” dello stesso Enia è una coproduzione del Teatro di Roma, del Teatro Biondo di Palermo, di Accademia Perduta e di Romagna Teatri. Tra le compagnie ospiti del Teatro Nazionale di Genova al teatro Gustavo Modena di Genova dal 5 all'8 dicembre. Molte le chiamate da parte di un pubblico numeroso e attento.

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