Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Niente di più spinoso che parlare di disabilità. Forse perché lo stesso nome, disabilità, suona come un concetto astratto e vagamente medicale. Mark Haddon invece ha provato a ribaltare la prospettiva, anziché parlare di “disturbo di Asperger” ha raccontato la storia di un ragazzo, Christopher, che vive la sua scoperta del mondo attraverso la sua condizione, l’autismo. L’autore inglese ha creato un best seller che dal 2003, anno di lancio, ha conquistato il mondo. Al Teatro Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires 33, fino al 13 gennaio 2019) ne è nata una pièce omonima che ha messo in campo le migliori energie del sancta sanctorum della scena contemporanea meneghina. Il testo teatrale di Simon Stephens, eminente firma della drammaturgia inglese, è passato tra le mani

sapienti di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, che ne hanno curato la regia, mentre in scena compaiono Davide Lorino, Elena Russo Arman, Alice Redini, Corinna Agustoni, Cristina Crippa, Marco Bonadei, Alessandro Mor, Nicola Stravalaci, Debora Zuin.
“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” funziona dunque per varie ragioni che fin dal suo concepimento lo rendono nato sotto una buona stella. C’è una scrittura drammaturgica di altissimo profilo, una idea di fondo azzeccata, una processione di attoroni amatissimi dal teatro contemporaneo italiano, un teatro adatto a valorizzare cotanto sforzo espressivo. Ma Daniele Fedeli, nei panni del giovane protagonista, costituisce una delle ragioni più significative per cui valga la pena assistere a questo spettacolo. Giovane ma già ben rodato quanto a palcoscenici, riesce a entrare nel personaggio incarnandone alcuni tratti identificativi. Rifugge lo stereotipo e la santificazione, l’agiografia e l’idealizzazione. Funziona il fatto che Christopher autistico incarni una condizione specifica ma paia scuotere l’animo dello spettatore, come a ricordarci che si sta parlando di ognuno noi. L’autismo, da apparante convitato di pietra, smette di essere rilevante.
Christopher ha una madre impaurita e fragile, un padre ansioso e (onni)presente, un mondo esterno complesso da affrontare, la fobia del contatto e il disagio verso un mondo che gli sfugge, proprio a lui che con i numeri non gli sfugge niente. Affronta il suo senso di inadeguatezza e si getta nel mare della vita, attraversa Londra alla ricerca della mamma. Poi ci sono i desideri – l’esame di matematica avanzata -, poi ci sono i fardelli della vita da accettare – mamma che è fuggita con un altro, papà che non dice la verità -.
Non è la vita di tutti noi? Paure, inadeguatezze, sfide, incapacità di accettare.
Questo riuscitissimo spettacolo riesce a far sentire la condizione dell’autismo davvero vicina a ciascuno di noi, come uno specchio deformato di paure e fatiche che permangono comunque nella vita di tutti noi.
Ma il cane ucciso a mezzanotte? Il cane della vicina di casa fa una brutta fine, ma mette in moto un domino di conseguenze apparentemente devastanti che, proprio come nella vita vera, plasmeranno relazioni e situazioni. Bellissimo, indispensabile.

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