Trilogia del tavolino

Questi tre atti unici in divenire della brava Rita Frongia, un insieme straordinariamente unitario come una sorta di circuito elettrico a 'corrente alternata', sono un esercizio sul confine della parola e della sua capacità di rappresentare la vita guardando alla morte, che oltre l'abisso e l'artifizio ci attende comunque. Memore o forse immemore dell'umorismo pirandelliano che vive sui contrari e sulla loro capacità di benevolmente dissociarci e ricostruirci, la drammaturga usa della sintassi comica come di un veicolo lanciato a scoprire profondità psicologiche ed esistenziali che improvvisamente svaniscono, evaporando all'interno di una società fluida e diffusa in cui le identità non solo non comunicano ma neppure si guardano o si immaginano l'una insieme all'altra. La sua scrittura quasi precipita dunque, come un coltello nel burro, dentro situazioni singolari per così dire 'disfatte', dentro entità monadiche che perdono compattezza e sembrano dissolversi l'una al cospetto dell'altra. Sono questi, infatti, tre atti unici che ripropongono ciascuna un dialogo binario che vive dell'assurdo di una incomunicabilità negata pervicacemente e in cui ciascuno cerca la propria identità non

conoscendo l'altro ma proiettando sull'altro la propria angoscia.
Una sorta di traslazione drammaturgica, dalle suggestioni beckettiane, di una società incapace di strutturare individui e di individui incapaci di strutturarsi soggettivamente o socialmente e quindi ironicamente alla mercé di un potere economico e del denaro che si fa velo di loro per consolidarsi sempre di più.
Una trama figlia anche degli esiti del teatro dell'assurdo ma straordinariamente contemporanea ed efficace nel delineare al suo interno sfumature di paradossale naturalismo in un mondo in cui simbolo e metafora appaiono man mano depotenziati.
Viene in mente la grande Eleonora Duse e la sua capacità di raffigurare nel suo naturalismo recitativo i tratti profondi di un mondo, quello della borghesia crescente, mentre lo rappresentava sul palcoscenico.
È un vuoto esistenziale, psicologico e sociale quello che la Frongia ci propone che ha un solo limite e un solo confine, quello della morte che con sorpresa ripropone improvvisamente una forma a quelle identità vaganti riportandole al segno essenziale dell'umanità.
La morte è infatti la principale costante dei tre quadri della trilogia, a partire da “La vita ha un dente d'oro” che sembra evolversi anche rispetto alla prima stesura vista e recensita, in queste pagine, nel febbraio 2015. Protagonista il gioco mai agito in scena, sorta di piattaforma di mediazione in cui ciascuno dei protagonisti di questo dialogo, anch'esso mai agito, scaricano le loro pulsioni identitarie alla disperata ricerca di un interlocutore sempre assente ovvero che si nega con costante pervicacia. Per la regia di Claudio Morganti, vede in scena Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur molto efficaci in mimica e recitazione.
Nel secondo quadro, “La vecchia”, invece il protagonista cerca la propria identità erratica in un confronto dalle sintassi sempre divergenti, a partire dalla lingua recitata in scena, con un molto improbabile mago/cartomante che dalle poche e ripetitive carte-foto che maneggia tesse storie aliene in cui costringere il proprio interlocutore. Vite alternative anch'esse improbabili e stridenti di una comicità elusiva e tragica, finché il protagonista non incontra la propria morte e con essa la definitiva consacrazione, sembra, della propria esistenza. La regia è della stessa Rita Frongia mentre in scena ricostruiscono con brillantezza la trama della parola drammaturgica i bravi Marco Manchisi e Stefano Vercelli.
Nel terzo e ultimo quadro di questa maratona teatrale, “Gin Gin”, l'impossibilità della comunicazione e quindi della mediazione è visto e drammaturgicamente sperimentato all'interno dello stesso rapporto familiare, nella consanguineità. Due sorelle a confronto, tanto apparentemente diverse da apparire nella loro essenza così paradossalmente simili, quasi speculari. Due sorelle e l'apparenza di vite concrete, di progetti, di desideri che naufragano nella virtualità liquida di un gioco di divinizzazione cinese (“I Chin”) e nella illusione di riconquistare una propria stabilità immaginando sostitutivi pupazzetti di stoffa mai terminati. Due vite che sembrano avere un passato che non hanno mai posseduto ma che però hanno irrimediabilmente perduto. In mezzo una bottiglia di Gin e sullo sfondo, nella penombra di un futuro che non si vuole riconoscere, l'ennesimo cadavere vittima di un surreale incidente. Sempre per la regia della stessa drammaturga e con Angela Antonini e Meri Bracalente che costruiscono con la loro presenza un tocco di inattuale alla sottile trama della narrazione scenica.
Diverse le associazione che hanno curato le singole produzioni, da Esecutivi per lo Spettacolo a Gli Scarti, dal Teatro il Moderno di Agliana a Artisti Drama e a Armunia/TeatroDueMondi con il sostegno fattivo della Regione Toscana.
Una eccellente idea quella di FuoriLuogo di organizzare a La Spezia una maratona teatrale che consente di dare una più efficace prospettiva critica ad una drammaturgia, come quella della Frongia, che appare matura e dallo sguardo profondo e tagliente su una contemporaneità sfrangiata e a-tipizzata in cui le identità si confondono e sovrappongono.
Al Dialma Ruggero, domenica 16 dicembre dalle 17,30, con ottima partecipazione di un pubblico attento e caloroso che sembra aver molto gradito questa proposta.

Foto di lucia baldini

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