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Scritto da Paolo Randazzo   

Totalmente scavato nel senso del silenzio e dell’attesa il percorso teatrale della compagnia messinese “Pubblico Incanto” si arricchisce di una nuova tappa: si tratta di “Interno”, lo spettacolo che, montato in residenza a Rimini grazie alla collaborazione  con “Santarcangelo dei Teatri”, ha debuttato il tra il 25 e il 27 febbraio scorsi nello spazio di Sala Laudamo a Messina

Il contesto è la rassegna di teatro contemporaneo “Paradosso sull’autore”, diretta da Dario Tommasello per il Teatro “Vittorio Emanuele”. Testo e regia sono di Tino Caspanello con la collaborazione (importante) di Cinzia Muscolino che ha realizzato anche i costumi, le luci di Maria Concetta Riso, l’unico brano musicale è “Don’t explain me” (un blues bellissimo) di Nina Simone, in scena infine, insieme con Caspanello, ancora Tino Calabrò (di cui bisogna notare subito una ben matura capacità interpretativa). Si diceva che il teatro di questa compagnia è scavato nel senso del silenzio, dell’attesa e delle mille varianti di queste dimensioni (vuoto, oscurità, contemplazione, memoria, autenticità, inquietudine, necessità, fuga, viaggio, sogno), ed anche in questo caso sono queste dimensioni le prime coordinate da cui partire per capire questo spettacolo. In scena ci sono due uomini: uno attende a lucidare lentamente un paio di scarpe nere, un gesto antico e quotidiano che riporta tutto automaticamente ad una dimensione d’intimità domestica, l’altro è affetto da un male incurabile che lo costringe rigido su una sedia ad una quasi integrale immobilità e al silenzio. Tra loro c’è probabilmente una relazione amorosa di cui resta vivo nella memoria, ed ancora carico d’emozioni, il momento iniziale, ma c’è soprattutto la necessità che in qualche modo la loro comunicazione amorosa continui, la quotidianità affettiva non sia interrotta da dolore e malattia. In questo contesto il fatto che sia uno solo a poter ancora materialmente parlare non rende in nessun modo il senso del monologo: certo parla uno solo, ma si tratta assolutamente di un dialogo vero, cercato, desiderato, preteso persino con forza, un dialogo vivo sebbene fatto di pochissime parole, magari reinventate e appena accennate con le disperanti freddezza e lentezza di qualche piccolo espediente tecnologico (un campanello che parla usando suoni lunghi o brevi). Si tratta di mani e dita alzate appena, si tratta sopratutto di occhi e sguardi che testimoniano amore e dolore e bisogno, dignità, rabbia, morte («staccami la spina…»), intimità, frustrazione, smarrimento. Non c’è un lineare percorso narrativo in questo spettacolo, ma alla fine, mentre le note struggenti del pezzo della Simone arrivano al pubblico e si dispiegano irresistibili come un’ onda, ogni cosa trova il suo posto, i frammenti dispersi di senso, di vita, d’affetto, di dolore, si compongono, la comunicazione appare chiara e chiaro appare anche il senso politico di questo lavoro. Seppure infatti il teatro di Caspanello non sia quasi mai politicamente esplicito non c’è chi non capisca quanto senso politico possa esserci nel parlare oggi, proprio oggi, in uno spettacolo semplicissimo e potente, di dignità e di amore, di morte e di rispetto dell’intimità.

 

 

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