Vieni su Marte

Multimediale drammaturgia dai toni ironicamente ma anche crudelmente distopici, ispirata ad un controverso evento reale, ma paradossalmente così reale da sembrare inventato, e che ci avvia su un pensiero e su un sentiero ancora oscuri, senza indicarci punti di uscita. In effetti nel 2012 è stato avviato un progetto per la costruzione di una colonia su Marte (“Mars One”) e nell'occasione si propose in rete una sorta di selezione invitando gli eventuali candidati a postare un video per illustrare le motivazioni alla base del desiderio di ciascuno di diventare colono sul pianeta rosso (il viaggio è di sola andata). Ne sarebbero stati postati ben 202.568 da tutto il mondo (il nostro ovviamente). È questa la cornice dell'intera drammaturgia, una sorta di prologo sipario che separa i vari quadri della messa in scena, ma questa è anche l'evidente occasione, lo spunto e la profonda suggestione che guida la scrittura di Gabriele Paolocà dei Vicoquartomazzini, stratificata, slabbrata quasi nella sua intensità

multilingusitica e multisonora, sospesa tra dialetto e lingua, fino a forzarne il senso intimo e autentico in una metamorfosi che percorre la scena.
In ogni singolo quadro, dunque, compare, quasi prodotta dalla oscurità che infine la circonda, una umanità disillusa e incapace di definirsi oltre gli stereotipi vuoti che la modernità induce e ha indotto per coartare individualità e creatività.
Il tutto appare come una efficace trasmutazione di quei video, un guardare dentro ed oltre l'apparenza ed il sorriso di un ottimismo di maniera che nasconde invece la disperazione di un umano ormai troppo 'poco' umano, per parafrasare  Nietzche.
Vediamo così il professore trasferito contro voglia che mima il valore di una famiglia ormai perduta, oppure il razzista di strada ed il suo compare innamorato, il barbone intellettuale ovvero l'intellettuale barbone e la moglie con il cadavere del marito da seppellire su Marte che fugge donandogli il biglietto e così via. Intanto su Marte i marziani, specchio evidente del destino attuale dell'umanità, vengono guariti da psicanalisti inattuali.
Sembra in fondo di giungere, dopo averlo traguardato,alla spiaggia su cui è naufragato il novecento tra totalitarismi e scoperta dell'inconscio, e sullo sfondo il grido di ribellione, quasi una richiesta di aiuto, di un niccianesimo affogato nell'equivoco. Una spiaggia di cui il video originale che accompagna e sottolinea i singoli quadri sembra efficace metafora.
Allora come non ricordare Henry Miller, il suo sguardo acuto sul tragicomico tramonto dell'occidente e la sua ricerca, nel fondo della fisica concretezza dell'esistere, nei meandri del sesso e dell'amore, di una realtà e di una sincerità individuale, singolare e feconda di senso al tropico del cancro di un pianeta destinato alla sterilità.
Una bella drammaturgia, ricca di suggestioni non sempre padroneggiate fino in fondo, talora assillata quasi dalla voglia esigente di farsi comprendere, ben diretta e interpretata da Michele Altamura e dallo stesso Gabriele Paolocà.
I due si muovono in scena con efficacia mimica e di movimento e dimostrano una notevole capacità di padroneggiare e utilizzare le sonorità a fini drammaturgici ma talora anche pittorici e fortemente figurativi.
Le scene di Alessandro Ratti, le luci di Daniele Passeri e i costumi di Lilian Indraccolo assecondano il transito scenico ed il suo significare. La multimedialità è curata da Raffaele Fiorella e Fabrizio Centonze, tecnica di Stefano Rolla.
Una produzione di VicoQuartoMazzini e de Gli Scarti di La Spezia, con vari e importanti sostegni, al Dialma Ruggero di La Spezia il 12 e 13 gennaio, nell'ambito della stagione di FuoriLuogo, ancora una volta molto apprezzata dal pubblico che riempiva la piccola sala.

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