Maria Callas master class

Gli allievi li chiama vittime e li sfida con la verve un po’ cinica di chi è diventata una stella remando nel fango. Ma lei non poteva non farcela, lei è divina, lei è la Callas. Anna Maria Cecilia Sophia Kalos in arte Maria Callas. La sua leggenda arriva dovunque, appassionando anche chi non ha mai messo piede in un teatro di lirica, più popolare di Norma, Violetta, Mimì. Si dice che avesse un brutto carattere, si dice che fosse semplice e ingenua, si dice che fosse contraddittoria e severa. Si dice. Ma com’era davvero la Callas? Un testo di Terrence McNally la fotografa a fine carriera durante le lezioni alla master class della Juilliard School Music di New York. Maria Callas Master Class tradotto da Rossella Falk che ne fu anche interprete è ora in scena con Mascia Musy e un gruppo di attori-cantanti di ottimo livello, nel ruolo degli allievi. Sono loro gli interlocutori, loro a raccogliere le sue confidenze, i suoi sfoghi, le sue provocazioni. Perché arrivano anche quelle, appuntite come frecce di

chi ti mette alla prova.
“Tu sei entrata ma non hai fatto un’entrata … tra entrata e uscita c’è l’arte”.
Mcnally non la dipinge simpatica e forse ha ragione. Ma che cos’è se non un atto d’amore condividere tempo e ricordi con chi è lì per imparare qualcosa da te?   
Così, in mezzo alle arie di Amina e lady Macbeth si intrecciano ricordi lontani di vita e carriera, dalla durezza delle origini raccontata con la fierezza di chi doveva scegliere ‘tra una matita e un’arancia’, alla gloria scaligera e al trionfo sui palcoscenici di tutto il mondo. In mezzo gli amori infelici che hanno offerto il fianco al gossip, coi loro soldi grassi e la loro rudezza. Gli incontri, tanti, e le cene al Biffi con uomini snob e omosessuali che  “vorrebbero essere te”. La rivalsa su un corpo grasso e brutto grazie “a un paio di acuti” e la conquistata bellezza di chi ha trasformato se stessa con metodo e tigna.
“Non si nasce speciali, io non sono nata speciale”.
Viene fuori così mentre suggerisce, esorta, bacchetta. Ma viene fuori anche la sua fragilità indistruttibile che riesce a umiliare.
“Bene, ma lady Macbeth non è per te. Forse Mimì. Ti manca quel qualcosa in più che se non hai non te lo puoi dare”.
McNally la colora di un certo sadismo e Mascia Musy si diverte a percorrerlo, evitando mimesi e psicologismi. Ben diretta da Stefania Bonfadelli affronta la drammaturgia come se fosse una partitura musicale, fatta di crescendo e diminuendo di tono e volume e soprattutto di continue variazioni di ritmo che rendono amabile anche la logorrea. C’è,  nel suo porsi agli allievi e al pubblico, una verbosità insistita che serve non solo a narrarsi ma a far emergere per contrasto episodi isolati restituiti in sospensioni quasi oniriche di bella intensità.
Gli allievi- due soprano e un tenore - rispondono a tre differenti tipologie di carattere con cui interagire in uno spazio essenziale firmato da Alessandro Chiti, dominato da un pianoforte suonato da Diego Moccia, leggii e spartiti sparsi qua e là.
E sono chiamati a un’impegnativa prova sul doppio fronte della recitazione e del canto lirico.
Sono Sarah Biacchi, Chiara Maione e Andrea Pecci.
Visto al Teatro della Cometa, ora in tournée.  

MARIA CALLAS MASTER CLASS
di  Terrence McNally
traduzione di Rossella Falk
con Mascia Musy
Sarah Biacchi, Chiara Maione, Andrea Pecci
regia Stefania Bonfandelli

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