Io no sono un gabbiano

Drammaturgia intorno a Cechov e al suo “Il Gabbiano”, ma in un certo senso anche drammaturgia contro Checov e il suo Gabbiano, in perenne tensione fino quasi alla dissoluzione, spasmodicamente finalizzata alla destrutturazione dei suoi principi significanti, a partire dall'amore individuato come paradigma e confronto di identità ed esistenze. Se il Gabbiano, dramma controverso e all'inizio mal digerito da un pubblico che vi specchiava il proprio disagio anche storico e di classe, è un esercizio di estetica del teatro e sul teatro che nel rapporto tra finzione e realtà, accentuato da continui rimandi tra biografia e arte, fa deflagrare entrambi abbandonandosi al vuoto della malinconia, questo travestimento ne enfatizza le traiettorie attraverso un lavoro di sovrapposizione con la contemporaneità e i suoi disagi, così diversi ma in essenza anche così somiglianti. Più di una riscrittura, piuttosto una scrittura sulla scrittura checoviana, sui suoi infingimenti e sui suoi smascheramenti, in cui si dissolve la

realtà esistenziale sostituita da quella delle mutazioni interiori sotto la spinta del desiderio dell'altro sempre sfuggente, con la finzione teatrale che alla fine, in questo gioco di specchi, prevale in sincerità su una realtà costretta in maschere e compromessi sociali.
Il drammaturgo lavora così su un gioco di rispecchiamenti e attrazioni, che ricorda il mimetismo di Renè Girard, alla ricerca di una sincerità e di una verità, intima ed essenziale, perennemente più lontana, lasciando alla vita di ciascuno solo il suo senso di morte, una morte talora anticipata in e con una non-vita come nel personaggio del barista, fino al suicidio solo suggerito nel finale.
Una scrittura di qualità, che non disdegna sintassi prossime in personaggi e situazioni alla comicità, molto fedele non solo nei meccanismi estetici ma, nel suo transito scenico, anche nella narrazione psicologica, in cui la contemporaneizzazione fa sì che Kostia, Irina, Masha e tutti gli altri siano paradossalmente per noi meglio riconoscibili, intimamente conosciuti più che nel loro percorso esistenziale nelle loro parabole psicologiche attorno ad un vuoto che, in loro e in noi, si fa sempre più ossessivo.
Un lavoro anche ambizioso nel confronto scontro con un autore ed un testo sui cui si sono sovrapposti anni di letture, revisioni ed interpretazioni che alla fine condizionano un po' la struttura drammaturgica e, con i suoi talvolta irresistibili cliché, la recitazione.
Una drammaturgia della compagnia Oyes ideata e diretta da Stefano Cordella e interpretata, con buoni esiti per tutti, da Francesco Meola, Camilla Pistorello, Umberto Terruso, Dario Merlini, Dario Sansalone, Camilla Violante Scheller, Daniele Crasti e Fabio Zulli.
Disegno luci Giuliano Almerighi e Stefano Capra, sound design Gianluca Agostini, costumi Stefania Coretti e Simone Pisani, assistente alla regia Noemi Radice.
Una produzione con il sostegno di Armunia- Centro di Residenze Teatrali, vincitrice di Next 2017. Al Dialma Ruggero di La Spezia per la stagione di Fuori-Luogo il 2 marzo.

Foto Luca Meola

 

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