Lei. Frammenti per un tango

Non è il solito spettacolo annuale che, più o meno, tutte le compagnie e tutti i teatranti provano a metter su per restare su piazza, no: “Lei. Frammenti per un tango” è lo spettacolo con cui Salvo Gennuso ritorna al teatro dopo qualche anno di stasi (studio, riflessione, confronto libero con altre esperienze di teatro e di danza, approfondimento di temi). Un ritorno apprezzabile perché, fermi restando i consueti riferimenti teorici (almeno Artaud, Bene, Becket) e l’affascinante rovello intellettuale che ne consegue, considerate le altrettanto consuete linee concettuali e le caratteristiche formali della poetica di questo regista, si tratta di un lavoro apprezzabile la cui maggior qualità consiste nel fatto d’esser pensato e costruito col tempo che ci vuole, meditato, desiderato, realizzato segmento dopo

segmento, senza fretta, senza affettazione alcuna, lavorando su un’idea di scrittura scenica complessa e stimolante. Lo si è visto nello spazio ZO, a Catania l’1 e il 3 marzo: in scena Francesca Auteri, Valeria Grasso, Giulia Oliva, attrici e danzatrici di tango allo stesso tempo; la scelta delle musiche è sempre di Auteri e Grasso ed è raffinata e di grande intelligenza poetica: da Astor Piazzolla a Prokoviev, dai Pink Floyd a Lou reReed, da Djiango Reinardt, da Philipp Glass a Edith Piaf; il disegno luci (importante nell’economia dello spettacolo) è di Segolene Lecontellec. Di che cosa parliamo? Di un’interessante meditazione che, tra danza e teatro, si compie nel giro dello spettacolo e intorno all’autenticità e alla consapevolezza del femminile: una consapevolezza che si svela nell’attrito con la puerile crudezza e con la fragilità dello sguardo maschile, nell’incontro con l’altro da sé (il marito che se n’è andato, le altre donne, l’occasionale e distratto compagno di tango), nel rituale di un ballo, il tango, che nella sua ineffabile e insopprimibile sensualità mette a nudo chi vi si cimenta. Una meditazione che svela ogni miseria della quotidianità, del desiderio che s’intorbida e poi si spegne, del desiderio che si arrende a sé stesso, che rinasce specchiandosi e riconoscendosi non solo nella sostanziale duplicità del nostro essere (e qui è la mimesi speculare del tango che parla con la lingua della danza), ma in un’adombrata pluralità di prospettive che, non solo non può essere semplificata senza essere distrutta, ma che assegna al tutto un sotto-testo di follia tragica e inquietante, sottile ma artisticamente efficace. E se in qualche modo Bertolucci, col suo celebre film incombe, ma viene sostanzialmente lasciato fuori, non convince ed anzi appare, se non pleonastico, quanto meno poco leggibile il veloce trascorrere di fantasmi shakespeariani a inizio di spettacolo: probabilmente un elemento necessario nella concezione di Gennuso, ma il tutto tiene bene anche senza quelle citazioni mentre i momenti d’oscurità e i silenzi riportano echi e segni d’umanità che non devono appoggiarsi a nient’altro che all’attenzione partecipe del pubblico.

Lei. Frammenti per un tango
Da un’idea di Francesca Auteri e Salvo Gennuso. Con Francesca Auteri, Valeria Grasso, Giulia Oliva. Selezione musicale: Francesca Auteri/Valeria Grasso. Direzione di scena: Aldo Ciulla. Regia Luci: Segolene Lecontellec. Organizzazione: Silvio Parito. Drammaturgia e regia: Salvo Gennuso Una produzione Statale 114/Zo, Centro Culture Contemporanee. Crediti fotografici di Gianluigi Primaverile.

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