In nome del padre

Il teatro, soprattutto il teatro moderno ma non solo, ha intercettato con continuità e con una certa pervicacia ha tentato di interpretare le dinamiche e i conflitti di quella strana trinità (padre, madre e figli) che è la famiglia, nucleo attraverso il quale ancora cerchiamo di leggere l'evoluzione della società e ciò che siamo all'interno di essa. Lo ha potuto fare e lo ha fatto perché anche il teatro è fatto di ruoli dentro cui costringere e definire esistenze in quello strano gioco di specchi in cui affondano e si alimentano i personaggi. Basterà ricordare, nella crisi del teatro borghese e della stessa borghesia, Ibsen o Strindberg o lo stesso Pirandello e, stando a tempi a noi più vicini e rabbiosi, certa drammaturgia di area anglosassone o tedesca, da Thomas Bernhard a Elfriede Jelinek, che proprio nella famiglia e nella sua degradazione poteva esporci un disagio più complesso e collettivo. Lo fa anche Mario Perrotta con questa sua  drammaturgia, una narrazione dialogica che costruisce una

dimensione profonda e pluridimensionale, intercettando in certo qual modo il pensiero psicoanalitico (Massimo Recaltati ne è stato in effetti il lacaniano consulente) che si confronta oggi con la ormai riconosciuta mancanza di legittimità di una patriarcato secolare duro a morire, e dunque si confronta con la crisi dei ruoli e tra questi con il cosiddetto “tramonto dei padri” in una società liquida e incerta di cui e a cui quei ruoli, con i loro linguaggi, i loro simboli e le loro certezze, erano referenti e debitori.
Oggi quelle funzioni sono disarticolate e quei linguaggi incomprensibili e dunque muti e afasici, una afasia talora riempita di parole incoerenti e incapaci di rappresentare. I genitori non parlano più.  a se stessi e i figli “inflessibili di fronte a loro”, come li definisce il drammaturgo, esigono e attendono invano.
Perrotta, solo in scena con i simulacri scheletrici di quella che fu cultura e umanità, cerca quelle parole e ne riempie i tre personaggi/padri che si alternano sul suo corpo scenico, mutevole come la sonorità dei dialetti che lo caratterizzano, le cerca per cercare di ribaltare un percorso ed interrompere una china che lo riguarda e ci riguarda.
Certamente la sovrapposizione con il discorso psicoanalitico che talvolta emerge rischia uno slittamento didattico e divulgativo che attore e drammaturgo cercano però di appropriatamente tenere alla dovuto distanza, facendo spazio il più possibile alla creatività artistica cui peraltro quel discorso è spesso tributario.
Del resto, come diceva Italo Calvino, la Società contemporanea è un labirinto molto complesso, ma di questo labirinto noi dobbiamo e possiamo essere in grado di costruire la mappa, anche  tentando di andare oltre le più facili e confortanti semplificazioni.
In senso lato comunque uno spettacolo utile, perché è appropriato nel teatro mostrare svolte e luoghi in mutazione della società anche quando si rischia di perdere, nella messa in scena, quella inesauribile e non replicabile soggettività, propria di un lavoro psicoanalitico.
Una drammaturgia nel complesso di valore, in cui emergono con forza le abilità attoriali di Perrotta, nella mimica, nella gestione dei movimenti e nella vocalità.
Primo di una trilogia che ovviamente sarà completata con la Madre (prevista nel gennaio 2020) e con i Figli, è un progetto ideato, diretto e interpretato, come detto, da Mario Perrotta con la consulenza di Massimo Recalcati.
Collaborazione alla regia di Paola Roscioli, aiuto regia Donatella Allegro, costumi di Sabrina Berretta e musiche di Beppe Bonomo e lo stesso Perrotta. Una produzione Teatro Stabile di Bolzano.
Ospite del Teatro Nazionale di Genova al teatro Eleonora Duse dal 27 al 31 marzo. Alla prima applausi del pubblico molto convinti.

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