Il senso della vita di Emma

Romanzo teatrale. Già questa definizione mostra l’ambizione dell’autore – e regista – Fausto Paravidino di voler scrivere una partitura teatrale articolata, di ampio respiro ma soprattutto controcorrente. In un’epoca in cui la drammaturgia si affida a piccoli quadretti teatrali di un’ora o poco più, capaci di accennare più che di narrare nel profondo, quasi puntate di una serie tv, qui si mira n alto.
“Il senso della vita di Emma” (Teatro Elfo Puccini, corso Buenos Aires 33 a Milano, fino al 7 aprile 2019) è uno spettacolone di tre ore e più che mette in scena le vicende di due famiglie, profondamente intrecciate tra loro fin dagli anni Sessanta. Amori, matrimoni, insoddisfazioni e faticose ricerche di equilibrio, mentre vengono al mondo i figli. Il primo tempo è un guizzo dopo l’altro di freddure e incastri arguti, tra comico e satirico. L’affresco dei decenni che furono - con le ideologie, il ruolo della famiglia e della donna, i primi segnali di ribellione – diventa il terreno preparatorio del presente, una sorta

di contraltare rispetto alla mentalità odierna. Si ride molto grazie a una certa cura nella costruzione dei personaggi e alle situazioni paradossali, con un velo di leggerezza divertita che si rivela capace di scavo.
Il secondo tempo si fa più lirico e meditativo, e qui molta dell’efficacia della scrittura di Paravidino pare ridursi.
Emma. Tra flashback e ricostruzioni paradossali – ben efficaci le maschere indossate dai critici d’arte – la piccola Emma dapprima si rifiuta di parlare, poi parla a sproposito fino a far innamorare tutti di lei. E’ un burattino nella mani della sua famiglia, che parla e pensa per lei. Poi il matrimonio con la persona più improbabile, la fuga all’estero e la protesta animalista fino a lavorare proprio per la multinazionale che distrugge l’ambiente. Chi è Emma? Dove si trova? Nessuno lo sa, salvo palesarsi in una galleria londinese inseguita da tutta la sua famiglia, amante e amici. Non è una maître à penser come qualcuno immagina, è debole e fragile, la quintessenza della sensibilità moderna. Sperduta, cerca di mettere insieme la sua identità e le sue fatiche esistenziali. Quel quadro la ossessiona. Dipinto dalla sua amante, è lo sguardo degli altri. Gli altri hanno sempre guidato le sue scelte, finanche la direzione della sua vita, ma ora è arrivato il momento di tentare nuove prospettive sperimentando il proprio sguardo sul mondo.
La regia, molto efficace nella prima parte, guarda al linguaggio veloce del cinema, con incastri continui e cambi di scene rapidissimi. Funziona il registro scelto, capace di far scorrere veloci le tre ore di spettacolo. Il gruppo di attori, formato anche da otto membri della Compagnia Regionale 2017, iniziativa di Teatro Stabile di Bolzano, Centro servizi Culturali S. Chiara di Trento e Coordinamento Teatrale Trentino, è eterogeneo quanto ad abilità di scena, ma il risultato conquista ugualmente.

Foto Le Pera

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