I promessi sposi alla prova

Andrée Ruth Shammah lascia, ancora una volta, una traccia significativa, le sue regie sorprendono per la semplicità scenica, e per gli elementi di sogno. Ascoltare la voce registrata di Franco Parenti, mentre la sala piomba nel silenzio, è un momento di magia e di speranza per il futuro: che ci siano ancora Maestri, che sappiano, con generosità, trasmettere il sapere. Chi è il Maestro? Un esempio da seguire, una persona che ti insegna qualcosa, chi ti guida nel mondo, ti fa crescere, ti aiuta a diventare ciò che puoi diventare, magari anche opprimendoti ma nello stesso tempo, insegnandoti come fare per affrancarti. Il buon Maestro sa mostrare le sue debolezze, la sua umanità.  In questo particolare momento storico in cui i maestri pare siano solo vecchi da “rottamare”, mettere in scena “I promessi sposi alla prova” (del Maestro Testori, che a sua volta si confronta con Manzoni), è un passo importante rispetto allo spirito del tempo. I classici hanno ancora molto da insegnarci. Testori ha

riscritto e accompagnato le parole di Manzoni lungo una nuova strada, quella della ricerca teatrale, quella del suono delle parole e della loro musicalità “La la musique avant toute chose”. Con questo spettacolo, Andrée Ruth Shammah, non solo vuole restituire al pubblico uno dei capisaldi della letteratura italiana avvicinando i giovani al capolavoro di Manzoni ma vuole far conoscere e amare la riscrittura di Testori, compiendo un salto verso un teatro che riprende i propri tempi anche più ampi: tre ore di spettacolo trascorrono senza stanchezza ...anzi ti alzi dalla poltrona con una bella carica addosso e il desiderio di studiare e approfondire. Sei attori (nelle parti di Renzo, Don Rodrigo, Lucia, Agnese, Perpetua, Gertrude), sono guidati da un Maestro, che insegna loro a recitare, a entrare in rapporto con il messaggio che devono trasmette al pubblico e mentre insegna, parla di libertà: «Io le ali non le spezzo! Le aiuto; a librarsi; come quelle dei falchi; o delle poiane; le rimpolpo; le ringagliardisco, io, le ali».  C’è un personaggio chiave, Gertrude, esce da una botola collocata al centro del palcoscenico, esce dalle tenebre per insegnare a tutti noi quanto la vita sia preziosa. La regia di Andrée Ruth Shammah, lavora sulle luci e sulle ombre che sono in ognuno di noi, intendendo il teatro come un viaggio, in cui si può essere attenti e curiosi ma anche disincantati, in attesa che il Maestro che è in ognuno di noi, sappia tenere a bada il cattivo Maestro dentro di noi: il nostro sabotatore interno. Il teatro come funzione anche pedagogica. «Cari, cari ragazzi! Così, ecco, così, come nelle scuole d’un tempo! Anzi, di tutti i tempi! (…) Qui, su quel ramo; ma anche, altrove; lontano; ovunque; proprio, ovunque; ecco, ovunque, sull’immensità sterminata della terra, può nascere, sempre, qualcosa come un chiarore, una luce, un’alba (…) Superata questa lunghissima prova, potete andar pel mondo, costruire altrettante compagnie, diventar, ecco, voi stessi maestri… Ve n’è bisogno». Il luogo è povero e spoglio, le pareti grigie, l’attrezzeria in disordine, sullo sfondo, un grande portone e lontano una luce. Alcuni la vedono, altri la ignorano, altri la temono, proprio come nella vita. Scena e vita si fondono e si confondono non si tratta semplicemente di Teatro nel Teatro, ma di darsi un compito nella vita, di conoscere sé stessi. Tutti gli interpreti, (magnifici Luca Lazzareschi, Laura Marinoni, Carlina Torta; freschi ed efficaci Filippo Lai, Laura Pasetti, Nina Pons, Sebastiano Spada) offrono il loro sguardo amorevole sul pubblico, si rivolgano alla quarta parete, regalando un soffio di speranza.

Milano, Teatro Franco Parenti, 3 aprile 2019

Foto Noemi Ardesi

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