Il Natale di Harry

La nostra contemporaneità, liquida e imprigionata nelle tanto rigide quanto astratte leggi del denaro, è riuscita per questo ad inventarsi e a strutturare una modalità della solitudine, un modo cioè di esserci e sentirsi soli, molto particolare e prima sconosciuto, ma anche destrutturante e dunque molto angoscioso e doloroso. Non più veicolo di conoscenza, o passaggio ad altri e più profondi livelli di una coscienza posta di fronte alle pulsioni dell'inconscio, ma bensì, sotto il segno espiatorio dell'esclusione sia sociale che soggettiva, la solitudine è diventata una sorta di dispersione della coscienza stessa, disancorata anche dalle maschere illusorie di una presunta felicità promessa, e perduta nelle secche di una totale inconsistenza e di una straniante irrilevanza e invisibilità. Di questo narra a mio avviso la drammaturgia, intelligente e feroce, di uno Steven Berkoff che non fa in alcun modo sconti alla nostra voluta distrazione e indifferenza, drammaturgia riproposta in una nuova interessante produzione del Teatro della Tosse di Genova. È infatti la storia di un contesto più che di un individuo, perché è un contesto in cui individualità come concetto e individuo come persona appaiono

disperdersi, è la storia cioè dei giorni che anticipano il Natale, detto non senza ironia il giorno dell'anno più temuto da depressi e nevrotici in genere, e di come quei giorni trascorrono in un anonimo appartamento londinese per Harry che lo abita da single.
Harry trascina con fatica quei giorni della sua esistenza alla disperata ricerca di un motivo per viverli, tra desideri e paure che si addensano opache in biglietti di auguri carenti ed in un telefono che sembra una macchina di tortura per quell'animo ferito e abbandonato a lato della riva, mentre il fiume della vita sembra scorrere senza di lui e contro di lui.
Il vuoto però crea fantasmi e sdoppiamenti in cui il filo del vivere, già sottile e fragile, si perde e si spezza, in un tragicomico tiro alla fune tra disprezzo per gli altri e compatimento per sé, paradossalmente alleati nell'allontanarlo sempre più da conoscenti, amici e antiche amanti, fino all'esito lì iscritto già prima del suo verificarsi.
Un testo profondo ma anche complesso, un monologo tra dentro e fuori che Enrico Campanati affronta con coraggio e partecipazione utilizzando le sue corde migliori tra comico e grottesco, anche se talora svapora un po' quell'ironia intima di parole e sintassi che è necessaria per non rimanere troppo alla superficie e meglio assorbire significato e significante.
La regia è affidata alla giovane Elisabetta Carosio, probabilmente alla prima prova importante, che costruisce uno spazio scenico incerto tra naturalismo e simbolismo, in cui tende a prevalere l'astrazione rispetto al dolore psicologico, spazio comunque coerente con il fondo della narrazione drammaturgica per la profondità che il rispecchiarsi e sovrapporsi di suoni, voci e musica conferisce al transito scenico.
Luci: Matteo Selis, scene: Elisabetta Carosio, costumi: Daniela De Blasio, consulente progetto audio: Fulvio Vanacore, suoni: Riccardo Armeni, attrezzeria: Renza Tarantino, costruzioni: Carlo Garrone e Giovanni Coppola, direttore tecnico: Roberto D’Aversa. Assistente regia: Roberta Marino, assistente costumi: Elena Razzi.
Alla sala Campana del Teatro della Tosse dal 9 al 14 aprile. Buono il riscontro.

Foto Donato Aquaro

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