La classe operaia va in paradiso

C'è tutto un lavoro di sovrapposizione, di smontaggio e rimontaggio, di taglio logico ed assemblaggio estetico in questa bella drammaturgia di Paolo Di Paolo, liberamente tratta, anzi direi più suggerita che tratta, dall'omonimo film di Elio Petri del 1971. Rischiava, forse o in qualche modo, di scivolare in una operazione nostalgia di un secolo e di un decennio che peraltro sembrano essere naufragati anche nella memoria di chi ne era partecipe, e invece è riuscita a riportarsi ed ancorarsi al presente circuitante del palcoscenico, un presente che sta tra passato e futuro ed esiste qui ed ora perché tra passato e futuro sta, contenendo entrambi. Ci riesce perché è in grado, sovrapponendo senza superficialmente contestualizzare, di proiettare il futuro sul nostro passato e di dare così al nostro presente sfuggente e qualche volta anche un po' vigliacco quel senso e quel significato, quella memoria che si è voluto far dimenticare. La costruzione drammaturgica e la sua articolazione scenica dunque,

disarticola il film e la sua sintassi liberando da esso e proiettando fuori di esso una serie di suggestioni ed interpretazioni che mettono a confronto e a contrasto la contemporaneità di allora con la contemporaneità di oggi.
In questo appaiono memori anche della lezione di Edoardo Sanguineti e di quella avanguardia in cui estetica e politica si miscelavano in una rara armonia, ed è importante che sia ricordato e rivisitato il lavoro teatrale di Sanguineti, tanto importante quanto all'apparenza presto dimenticato.
È la storia di una epoca che si dice tramontata, ma forse non è del tutto vero, la storia di personaggi che la rappresentavano ed infine è anche la storia di persone e di artisti che quell'epoca vivevano e quei personaggi inventavano.
Nasce da questo mondo linguisticamente dissociato un effetto di alienazione critica che in teatro può, brechtianamente, tentare di riscattare l'alienazione della fabbrica fordista, una alienazione che persiste tuttora ma che è come cancellata dalla nostra consapevolezza, insieme alla coscienza e alla lotta di classe che perdura e si approfondisce per la disperazione, alienata appunto perché altrove e male indirizzata, dei più.
Così Lulù e compagni, in una narrazione che alterna filmati d'epoca e di repertorio, brani del film, ricostruzioni sintetiche dello spazio produttivo, e con questi luoghi della nostra memoria (i dibattiti critici, le sezioni, le assemblee, le manifestazioni) e luoghi del nostro presente e della sua generazione precaria (quella di Amazon e dei fattorini con il cibo in spalla), possono diventare una sorta di demiurghi del nostro 'giudizio' ormai addormentato.
Perché, come dice uno dei personaggi, “un uomo ha diritto di sapere quello che fa...ha diritto di sapere a che cazzo serve”, ma quel personaggio era 'matto'.
È appunto attraverso questo processo di dissociazione, che è insieme linguistico, sintattico ed estetico, che possiamo rintracciare una più profonda verità, o almeno una più vicina sincerità nella nostra visione della realtà e nei nostri conseguenti comportamenti.
L'utilizzo di questa pluralità di piani significativi, mescolati con una efficace distorsione metaforica e simbolica del linguaggio e della singola parola, è poi ricondotto ad unità e coerenza dal filo rosso delle canzoni che costellano la rappresentazione, efficacemente miscelando modi del passato con modi del presente.
La drammaturgia di Paolo di Paolo, e anche il suo interessante testo pubblicato da Luca Sossella, unisce razionalità e passione, consapevolezza e suggestione, elementi questi che la rigorosa regia di Claudio Longhi rispetta e rafforza dettando con coerenza tempi, spazi e movimenti.
In scena gli attori bravi citati in ordine alfabetico: Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini (musicista dal vivo), ma tra questi merita qualche parola un Lino Guanciale che regge con perizia per tre ore i toni alti imposti dall'interpretazione di Lulù.
Scene Guia Buzzi, costumi Gianluca Sbicca, musiche e arrangiamenti Filippo Zattini, video Riccardo Frati, luci Vincenzo Bonaffini.
Una produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, ospite del Teatro Nazionale di Genova al teatro Della Corte dal 23 al 28 aprile. Molto apprezzato e applaudito.

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