Tutto quello che volevo

Cinzia Spanò continua il suo cammino di riflessione sul mondo delle donne iniziato con: “La Moglie”. In prima nazionale, all’Elfo Puccini, racconta il difficile percorso di chi lavora alla ricerca della verità, come nel caso della giudice Paola Di Nicola, chiamata a pronunciarsi su un evento che ebbe un clamore mediatico notevole. Due adolescenti di 14 e 15 anni, studentesse di uno dei licei migliori della capitale, si prostituivano dopo la scuola in un appartamento di Viale Parioli. Gli uomini che frequentavano le due ragazze erano professionisti affermati e benestanti, di livello culturale medio-alto, insospettabili padri di famiglia. La giudice chiamata ad esprimersi anche sul risarcimento alla giovane, si accorge subito che nessuna cifra avrebbe mai potuto restituire alla ragazza quello che le era stato tolto.  «Com'è possibile risarcire quello che ha barattato per denaro dandole altro denaro? Se io adesso dispongo di risarcirla in questo modo non farei che ripetere la stessa modalità di relazione

stabilita dall'imputato con la vittima, rafforzando in lei l'idea che tutto sia monetizzabile, anche la dignità. E come può inoltre il denaro proveniente dall'imputato, il mezzo cioè con cui lui l'ha resa una merce, rappresentare per quella stessa condotta il risarcimento del danno?». La narrazione teatrale si sofferma sul percorso interiore della donna. Un lungo percorso introspettivo, per arrivare ad una decisione che ha lasciato un segno: solo la conoscenza e la cultura possono aiutare le persone a comprendere il male. La regia di Roberto Recchia è dinamica e sognante, nulla è lasciato al caso. Cinzia Spanò, bravissima e onirica, i suoi grandi occhi neri sono lanterne nel buio: si interroga su tutti gli aspetti della vicenda, muovendosi fra cinque pannelli che diventano porte di narrazione, luoghi di proiezione (suggestivi i video del giovane videomaker Paolo Turro, realizzati con gli allievi del Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate dell'Accademia di Belle Arti di Brera. Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate, diretto dal prof. Roberto Favaro). Ora bianchi, ora neri, i pannelli mostrano il cammino compiuto dalla protagonista per arrivare alla ricerca della verità, una scelta coraggiosa, fuori dal comune. La parte accusata dovrà risarcire la giovane attraverso la parola narrata. Una selezione di libri da leggere (Oriana Fallaci e Sibilla Aleramo, poesie di Emily Dickinson e Virginia Woolf...), più dvd come quello del film "Le suffragette", che l'imputato dovrà acquistare per aiutare l’adolescente a costruirsi un'idea più chiara della sua dignità di donna attraverso la testimonianza del pensiero delle autrici più stimate del secolo. Questo anche per rispondere al processo mediatico che all’ epoca si fondava su una lettura basata prevalentemente sugli stereotipi, che ha fortemente condizionato il giudizio sociale. Le giovani donne, proprio in virtù del fatto di non essere percepite come vittime sono divenute vittime una seconda volta. Le voci di Irene Canali (Laura), Ferdinando Bruni, Federico Vanni, Francesco Bonomo, Giovanna Guida (con l'amichevole collaborazione di Francesco Bolo Rossini) contribuiscono a rendere questo monologo un lavoro corale. Il testo si sofferma anche sulle problematiche che riguardano la differenza e la violenza di genere, lasciando a margine il problema sociale dell’abisso che ci circonda, la decadenza morale, la mutazione antropologica, su cui si poteva ancora dire molto. Sui tanti “papi” che pensano impunemente di poter sfruttare delle ragazzine e che, con i loro comportamenti deviati, hanno lasciato un segno indelebile nella nostra società. “E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te...” la frase di Friedrich Nietzsche rimbalza nel buio della sala come un monito: lottare con i mostri è pericoloso ma necessario. Che cosa potrà mai salvarci? La parola “necessaria” come quelle della sentenza. Baal Shem Tov, fondatore del chassidismo, insegnava che ognuno di noi nasce con un numero preciso di parole da pronunciare. Quando le abbiamo usate tutte, moriamo. La parola è vita. Raccontare, narrare, ricercare la verità ci aiuta a vivere con dignità, a lottare contro i mostri. Quelli fuori ma soprattutto quelli dentro di noi.

Milano, Teatro Elfo Puccini, 4 maggio 2019

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