Fisiko 2019

Un festival precoce questo, organizzato dai mai quieti animatori della spezzina FuoriLuogo insieme  a Balletto Civile di Michela Lucenti che ne cura la direzione artistica e a Scena Madre, un festival che anticipa e così inaugura la stagione dei festival italiani puntando, in un certo senso, a ricucire una ferita, una scissione meglio, per riportare danza e performance all'interno del teatro tout court, un teatro che, nella tradizione moderna, li ha quasi innaturalmente separati. In questo coglie e sostanzia una tendenza che percorre l'intera ricerca italiana e che, a partire da Sant'Arcangelo e anche dalle sperimentazioni del torinese Festival a Corte, privilegia comuni e antiche radici e limita le differenze e gli schemi, cominciando così ad assediare con successo le alte mura della tradizione e degli “Stabili” o “Nazionali” che dir si voglia. Musica e canto, movimento e coreusi, parola e racconto sono infatti la genesi stessa, irreversibile e inesplicabile, del teatro, anzi la parola che sembrava

l'ultimo approdo della evoluzione del teatro stesso, senza musica canto e coreusi si scopre a volte come sospesa in un vuoto e quasi dipendente da un desiderio e da una assenza.
Lo stesso titolo della  rassegna, alle ex Ceramiche Vaccari di Santo Stefano Magra dal 26 al 28 aprile di cui abbiamo dato già conto in queste pagine, sembra indicare la strada che riconduce alla presenza in scena, appunto alla costante fisicità della scena, i termini di una narrazione che si articola tra spazio e tempo trovando nella parola, talora appunto cattiva e perturbante e dunque paradossalmente liberatrice, una parola detta o solo immaginata, il suo esito ultimo con il suo lascito significante in cui anche ciò che la precede si risolve.
Detto dello spirito e del senso generale del festival, commentiamo brevemente e singolarmente gli spettacoli visti nelle prime due giornate.

OMBELICHI TENUI
Titolo paradossale per uno spettacolo che rivisita a suo modo l'eterno topos della discesa agli inferi, evidente simbolo di una interiorità che dovrebbe costituire l'ossatura del nostro essere nel mondo, lo scheletro di ogni esistenza dunque. Così si domanda se oggi quel viaggio qualcuno lo farebbe o, meglio, potrebbe farlo. Una interiorità perduta di cui i performer sembrano andare alla ricerca in uno spettacolo itinerante che, come ogni peripezia, si ribalta nel suo opposto. Con Filippo Porro e Simone Zambelli per uno studio prodotto da Compagnia Balletto Civile, Festival Resistere e Creare (Teatro della Tosse – GE), Attraversamenti Multipli (RO).

OU LES FLEURS FANENT
Spettacolo complesso, a mio avviso più che una riflessione una decostruzione dell'uomo contemporaneo la cui identità liquida e dispersa si trasforma in una sorta di affastellamento di ricordi, suggestioni e attese alla ricerca di una unità compiuta e di una autonoma riconoscibilità. È come se il filo dell'autocoscienza si fosse allentato o addirittura perso per sempre. Qui la drammaturgia prende man mano il sopravvento, continuamente alimentata dal gioco e confronto tra movimento e suono. Regia e coreografia di Natalia Vallebona
, drammaturgia di Faustino Blanchut
.

ZERO
Malinconica riflessione sulla immaturità e sul percorso ma, soprattutto, sulla fatica per superarla. Quanto siamo presenti in questo travagliato percorso che talora sembra non riguardarci è la domanda che ci viene posta. Di e con Francesco Gabrielli.

SALVAJE
Ritorna in questa bella coreografia il tema della sopraffazione che, in sorta di filo rosso, percorre altri spettacoli. Una sopraffazione che alla sua radice va inevitabilmente ad intercettare il corpo femminile la cui nudità in scena, sinonimo di spossessamento, diventa anche e soprattutto sintomo di rifiuto sempre più forte di stereotipi e maschere e, quindi, di quella violenza cui risponde colpo su colpo. Radice di ogni morale, quella forza e quel contrasto in scena la precedono, costruendo percorsi di riappropriazione che vanno oltre la scena. Uno spettacolo di Fattoria Vittadini con la coreografia di Daniele Abreu. In scena le brave Chiara Ameglio, Noemi Bresciani e Erica Meucci.

PASTA E LAVA
Riflessione sul ciclo rotativo dell'esistere come processo di continua trasformazione che inerisce il corpo, e i significati in esso nascosti e da esso prodotti, sotto la spinta della relazione e della differenza che è nel suo intimo creazione e distruzione che si alternano e si trasformano rimanendo in questo se stesse. Uno spettacolo di grande tecnica e di raffinato utilizzo del movimento corporeo, tanto più è complesso quanto più ci appare elementare, con qualche lontana assonanza nietzchiana. Con Eddie Oroyan - danzatore di Wim Vandekeybus - e Jessica Eirado Enes.

MALEFICIO
Sembra percorrere il tragitto in senso inverso questa performance del bravo Isacco Venturini, che distilla quasi dal racconto di Garcia Lorca “Il maleficio della farfalla” suoni e movimenti, mentre la narrazione fa quasi da base e substrato simbolico che ne alimenta il progressivo fiorire. Una ambientazione coinvolgente quasi una lampada magica d'antan in cui siamo penetrati e dei cui movimenti siamo immobili protagonisti per sguardi sconosciuti. Idea e regia di Alessio Maria Romano.

MADRE (secondo studio)
Balletto civile continua con questo spettacolo una ricerca sulla danza che sembra voler riportare al suo interno, con pari gerarchia di senso, la parola come strumento e insieme come momento e movimento di simbolizzazione e sistematizzazione comunicativa dell'energia che il cerchio coreutico produce nel suo esporsi in scena. La danza, di grande efficacia tecnica e affettiva come di consueto, dunque si trasforma in una sorta di filtro in cui la contemporaneità decanta e tutta la sua scorta di violenza decade come una radiazione nucleare. Un mondo, quello creato dalle coreografie di Michela Lucenti, quasi visivamente dominato da un principio femminile, che il titolo non risolve interamente ma che in se contiene i semi della vita e insieme ad essi lo sguardo consolatore sulla morte che le nere figure, a metà tra le antiche parche e le streghe di Macbeth, trascinano e cantano in scena con il loro stesso movimento. Un principio che riporta ordine e stabilità in un mondo assediato e affannato dai ribaltamenti, ed insieme un suggerimento, forse solo accennato, del passaggio tra il dominio del fato nell'Edipo sofocleo, e l'interiorizzazione freudiana di un principio insieme fondativo ed oppositivo. Quasi una coreografia delle tre età dell'uomo in cui si miscelano con efficacia movimento, musica e parola e che riporta appunto ad una antica tragedia.
 Ideazione, regia e coregrafia di Michela Lucenti (assistente alla regia di Enrico Casale) creato con Alessandro Pallecchi Arena, Elena Nenè Barini, Faustino Blanchut, Maurizio Camilli, Ambra Chiarello, Demian Troiano Hackman, Michela Lucenti, Filippo Porro, Emanuela Serra, Giulia Spattini.

Email