Come sono diventato stupido

Plusdotato, normodotato, ipodotato, diversamente dotato ovvero diversamente abile, sono definizioni che la nostra contemporaneità, ed una certa idea trasfigurata della psicologia, hanno introdotto e che un ipocrita politically correct ha enfatizzato allo scopo di segmentare, catalogare, strutturare la percezione sociale e la società stessa. Luoghi comuni dunque per gran parte, ma non luoghi di condivisione bensì luoghi mentali di 'divisione' che sotto una finta spinta egualitaria ed egualizzante nascondono una gerarchizzazione e un irrigidimento dei rapporti sociali funzionali al mantenimento del controllo sulla società stessa. Luogo comune principe è dunque, in tutta questa confusa catalogazione, l'intelligenza paradossalmente utilizzata non per comprendere, perché la comprensione sarebbe apportatrice di infelicità, ma bensì per giudicare e classificare i più e i meno, i meglio e i peggio (gli stupidi) di questa nostra società, così da paradossalmente confermare ciascuno nella propria posizione. Questo, a mio avviso, il nucleo fondante della drammaturgia e soprattutto del romanzo da cui è tratta, drammaturgia e romanzo che conservano le stimmate di un racconto che si vorrebbe

educativo e didattico (non per niente il racconto ha vinto il premio letterario delle scuole di Euroregional) ma man mano, su una intuizione che meritava miglior sorte, ne banalizzano i contenuti fino a perdere il filo della comunicazione e della creazione di significato e giudizio.
Così attorno al protagonista Antoine, nella sua smania di diventare stupido per essere felice, ruotano acriticamente una serie di schemi più che di personaggi, una serie di maschere/funzioni della nostra società apparentemente diversi dall'intelligenza del protagonista ma in realtà del tutto simili e sovrapponibili nel loro essere in fondo tutte etero-dirette.
Dall'alcolista alla maestra di suicido, entrambi siparietti in fondo un po' sgradevoli anche nel contesto, al medico con i suoi rimedi chimici, alla coppia trend preda delle pulsioni consumistiche che dovrebbero alimentare la vita 'stupida' ma felice, ci appaiono tutte disegni senza sfondo e vera profondità.
Si perdono così in equivoco anche le citazioni di riferimento come quella nicciana sull'intelligenza che vuole essere metafisico elemento di comunanza esistenziale e non di divisione sociale, essendo la sua indagine e il suo imperativo rivolto a tutta l'umanità non solo ai cosiddetti intelligenti.
Ma, essendo intelligenti, si può dare dello stupido agli altri? Questa in fondo è la domanda non affrontata.
La messa in scena, volonterosa se vogliamo nel suo cercare di dipanare e rintracciare un filo narrativo che il romanzo sembra avere perso, sconta dunque anch'essa questo scivolamento verso il vuoto di strutture e legami sociali dissociate e isolanti, non sapendo quasi decidere tra il modo e il quanto diventare stupidi.
Così nel suo difficile tentativo di rintracciare quel bandolo coerente, la drammaturgia tende  a stare sopra le righe, ad essere gridata e quasi frenetica tentando di sovrapporsi ad un vuoto di senso.
Una produzione Compagnia Teatro Binario 7 di Milano, per la drammaturgia e regia di Corrado Accordino in scena assieme a Viola Lucio, Marco Rizzo, Alessia Vicardi volenterosi nella loro ricerca del tono ironico e del guizzo comico.
Scene e costumi di Maria Chiara Vitali, disegno luci Stefano Capra, assistente alla regia Valentina Paiano.
Alla sala campana del Teatro della Tosse di Genova dal 17 al 19 maggio, con esordio di fronte a un pubblico in gran parte di adolescenti.
A conferma del carattere didattico(?) di romanzo e drammaturgia, venerdì 17, dopo lo spettacolo, si è tenuto un incontro con la AISTAP associazione di psicologi che si occupa appunto di plusdotazione e del relativo counseling.

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