Bashir Lazhar

È iniziata con questo testo canadese, già noto soprattutto per la sua non lontana trasposizione cinematografica, la ventiquattresima “Rassegna di drammaturgia contemporanea” organizzata dal Teatro Nazionale di Genova e che tradizionalmente introduce alla estate dei Festival, pur conservando caratteristiche e suggestioni singolari, soprattutto per il suo essere a cavallo tra la “stagione” cittadina e il “festival” diffuso sul territorio. Al riguardo spiace notare che tra le cinque opere selezionate quest'anno non ve ne sia neanche una italiana purtroppo questo non ci sembra una cosa buona per la nostra drammaturgia, soprattutto se l'organizzazione viene dal  teatro pubblico. Comunque il testo della francofona Evelyne de la Chenelière è un bel testo e sa intercettare con semplicità e naturalezza, quasi con serenità, suggestioni profonde e controverse della nostra contemporaneità che erge con grande grancassa i vessilli dell'umanità e della libertà ma, ipocritamente e strumentalmente, si lascia

percorrere da guerra e violenza e quasi tramortire da una pervasiva aggressività cui non sa contrapporre altro che il vuoto del politically correct ovvero la medicalizzazione di ogni specificità o accadimento.
Bashir Lazhar è un rifugiato algerino (quando il testo fu scritto nel 2002 si stava esaurendo una feroce guerra civile alimentata dagli integralisti islamici), e si propone in una V elementare come supplente di una docente drammaticamente suicida nella stessa scuola.
La sua è una storia tragica, che lui custodisce e nessuno conosce, ma che man mano si dipana tra ricordi e desideri, speranze e delusioni, fino ad organizzarsi e a quasi sublimarsi davanti ai nostri occhi come un quadro insieme doloroso e votivo.
Il filo che tiene l'insieme della narrazione è l'umanità di quest'uomo disperato che fingendo di essere quello che non è sa recuperare una sincerità ed anche una ingenuità inaspettata di fronte a quei bambini così diversi eppure così eguali, e insieme a questo riesce ad organizzare una comunicazione, una sorta di sovrapposizione tra il dolore che porta con sé e quello che incontra.
La regia di  Thaiz Bozano sa ben interpretare il testo costruendo in scena una serie di spazi virtuali, quasi un microcosmo osmotico in cui la Storia fa continuamente irruzione. In questi spazi il protagonista Fabrizio Matteini è molto efficace nel condurre un monologo non semplice dalle molte facce e dai molti interlocutori.
Versione italiana di Fabio Regattin. Assistente alla regia Valentina Favella. Scene e costumi di Anna Varaldo. Progetto musicale di Federico Pitto con le voci di Sonia Convertini, Mirko Iurlaro e Marco Rivolta.
Un buon esordio alla Piccola Corte dal 29 maggio all'8 giugno, premiato da un buon afflusso di pubblico e da svariate chiamate in scena.

Foto Patrizia Lanna

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