Tripolis

Le vicende del colonialismo italiano appartengono soprattutto alla ricerca storiografica dell’Italia contemporanea, mentre sono pressoché scomparse dalla memoria attiva degli italiani. La Libia, la Somalia, l’Eritrea, l’Etiopia, l’Albania, sono state nostre colonie e in esse noi italiani abbiamo vissuto e lavorato, fatto progetti e affari, abbiamo amato certo ma, altrettanto certamente, ci siamo macchiati di crudeltà e infamità mostruose che svuotano di senso ogni mitologia bugiarda e autoassolutoria che ci descrive come “brava gente”. Vicende crudeli, dolorose e nemmeno troppo lontane nel tempo eppure, come direbbe il filosofo Giorgio Agamben, “indimenticabili” ovvero “non dimenticabili”, non passibili d’oblio perché probabilmente mai entrate davvero nella memoria collettiva del nostro popolo, ammesso che tra fine ottocento e primi del novecento sia esistita davvero un’entità collettiva tale da potersi definire popolo italiano. Ecco, la storia del colonialismo italiano non è diventata mai

davvero memoria collettiva, sforzo culturale e politico di conquistare una verità possibile oppure, più probabilmente, è stata prestissimo ed efficacemente rimossa e mai analizzata con spirito di verità e pubblicamente, perché troppo crudele e violenta. Ovviamente questa vicenda, sostanzialmente negativa, è anche una vicenda molto complessa, intrecciata di mille e mille elementi, racconti, esperienze, letture, decisioni, che afferiscono a tutti gli aspetti dell’esperienza umana, sicché per raccontarla in forma teatrale, si può costruire un percorso partendo da prospettive numerose e diverse. È in fin dei conti la vicenda di un incontro con l’alterità, con l’altro aggredito, negato e trasformato in nemico, un nemico da sottomettere e con cui convivere poi, restando separati e sostanzialmente ostili. Dario Muratore, attore e performer palermitano, giovane ma già solido sia dal punto di vista del mestiere teatrale che, cosa ben più importante, da quello della consapevolezza culturale, ha scelto di raccontare la vicenda del colonialismo italiano in Libia, da un punto di vista soggettivo. Ha portato inscena questa vicenda attraverso il filtro della storia di sua nonna vissuta in Libia, senza mai perderne di vista contesto e senso politico. E si direbbe anche con una necessità tutta contemporanea che è tutta dentro alla riflessione riguardo al rapporto nostro con l’alterità. Parliamo dello spettacolo Tripolis della compagnia Frazioni Residue, che si è visto a Siracusa, a Punta Maddalena, il 13 giugno, nel contesto della rassegna Tragedy off diretta da Giancarlo Latina. Testo regia e interpretazione dello stesso Muratore, suoni di Giovanni Megaglio, luci di Petra Tombini, scene di Igor Scalisi Palminteri, costumi di Francesco Paolo Catalano. Uno spettacolo di narrazione: la narrazione della storia di una donna italiana emigrata a Tripoli nel contesto dell’avventura coloniale italiana in Libia,  il racconto, frammentario ma ben congegnato, di una nonna che tanto ha visto e tanto ha vissuto a un nipote che scopre nelle parole della nonna il senso politico di una pagina di storia che vede gli italiani prima colonialisti e padroni fascisti di una terra che in nessun modo poteva appartenergli e poi cacciati e trasformati in stranieri, occupanti illegittimi e nemici. Lo spettacolo si sofferma sugli aspetti quotidiani della vita di una famiglia italiana in Libia, sul rapporto con i libici, sulla distanza tra le culture e sullo scambio che comunque accadeva già a livello di cultura materiale (ad esempio la preparazione del cous cous), sugli effetti dell’improvviso cambio di posizione degli italiani alla fine dell’occupazione. Il tutto proposto in una perfomance capace di dosare con eleganza le tonalità, i colori, i diversi piani temporali della narrazione. Unico elemento che non convince del tutto è forse l’eccessiva, fievole, raffinatezza letteraria del testo che talvolta non trova, non può trovare, esatta traduzione nella forza espressiva gesto teatrale. Questo appare tanto più vero quanto più nel teatro di narrazione bisogna sempre tener presente che è la narrazione stessa l’azione teatrale, non il suo contenuto per quanto interessante e profondo possa essere.

Foto Compagnia Frazione Residue

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