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Grottesca peripezia in bilico tra la suggestione fiabesca e la malinconica costatazione di un mondo che fu ma che però si ripete, volta a volta, più triste e sconosciuto di prima. Narrazione dialogata fatalmente trasfigurata in scena, che parla dunque dell'oggi e all'oggi, quasi difendendo dentro la poesia del dire e del sognare la pirandelliana verità dell'illusione. Un enigmatico viceré di Sicilia, in fuga dalla vita assolata dell'isola e perduto ormai tra sogno e chimera, sogna la caduta della Luna e la Luna cade davvero in una contrada remota del vice-reame, tra villani e villanelle, smascherando il finto sapere scientifico dell'Accademia dei Platoni redivivi, di chi crede cioè di credere a ciò che vede ma in realtà è cieco perché privo di poesia. Frammento di stupore leopardiano nella terra dell'illusione, quella Sicilia che cerca e spesso trova la verità nella apparenza, fiaba filosofica di quella Sicilia culla di mille filosofie da Empedocle in su, filosofie filtrate nella sapiente cucitura e nel culto

della parola che costruisce il mondo, a partite da Pirandello (questo racconto vinse tra l'altro alla sua uscita nel 1984 appunto il Premio Pirandello) allo scomparso Camilleri che già ci manca.
Una terra che ha trasformato il caos in poesia, come scriveva di sé lo stesso Pirandello in una lettera ad un amico:
<<Io dunque sono figlio del Caos, e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché sono nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale  Càvusu dagli abitanti di Girgenti...corruzione dialettale del genuino ed antico vocabolo greco Xaos..>>
E così il racconto compie la trasformazione e la Luna ritorna in cielo, mentre la parola si impossessa di quella contrada remota e senza nome che da allora si chiamerà “Lunaria”.
È, questo di Vincenzo Consolo, un racconto spontaneamente ed immediatamente drammaturgico, tessuto su un dialetto trasfigurato e su un multilinguismo che arricchisce di tonalità e sonorità anche oltre l'immediata comprensione.
La bella regia di Daniela Ardini, che riprende un suo lavoro realizzato la prima volta nel 1986 e più volte riproposto, ricostruisce l'orizzonte dialogico attorno all'unico protagonista, un bravo Pietro Montandon a suo agio tra viceré, moglie proattiva e spagnola, svagati e saccenti più che sapienti accademici, villani e villanelle.
La semplice ma efficace scenografia per attore solo è di Giorgio Panni e Giacomo Rigalza, i costumi sono di Maria Angela Cerruti. Tecnico luci e fonica Luca Nasciuti.
Per il festival “In una notte d'estate” di Lunaria Teatro, in piazzetta San Matteo a Genova il 16 e 17 luglio. Molti applausi.