Teatro Nuovo

Il Teatro Nuovo di Napoli presenta
La stagione teatrale 2019/2020

Diciannove spettacoli, fra programmazione e una sezione speciale, la danza contemporanea,
il tango, la stand up comedy e gli appuntamenti musicali
Sfogliando il dizionario italiano alla parola cura il significato è quello che si declina in un’azione
precisa, perseguendo, con assiduità, un impegno nel praticare un’attività, o, ancora, avere un
atteggiamento premuroso nei confronti di qualcuno o qualcosa. E sarà proprio La Cura il filo
conduttore della stagione teatrale 2019/2020 del Teatro Nuovo di Napoli, ricca e articolata nelle
proposte in programma, che, dal prossimo mese di ottobre fino ad aprile 2020, animeranno il
palcoscenico partenopeo, rispettandone la naturale e consolidata vocazione per la drammaturgia
contemporanea.
Un programma intenso che, oltre ai nove spettacoli in abbonamento fisso, cinque in opzione,
un prologo, lo spettacolo di Natale e la sezione Storie e Memorie, ospiterà un doppio focus
sulla danza contemporanea con le rassegne Monday Dance 2019, Quelli che la Danza 2020,
un nuovo appuntamento con La Poetica del Tango, la terza edizione della rassegna Stand Up
Comedy, la quarta de Il Nuovo suona giovane e la rassegna dedicata alle scuole superiori La Rete
dell’Immaginario, che andranno a completare l’intera programmazione.
“La Cura - sottolineano Francesco Somma e Alfredo Balsamo, rispettivamente presidente e
direttore del Teatro Pubblico Campano - non è solo uno slogan singolare per catturare l’attenzione
dello spettatore, ma intende essere l’invito, fruitori e propositori assieme, a tutte le azioni a essa
sottese, verso la forza suggestiva ed evocatrice del teatro. All’insegna di tale convincimento è
quello che, anche quest’anno, come per gli anni passati, faremo con rinnovata e maggiore intensità,
per ripagare la fiducia accordataci dal nostro pubblico, intensificando l’attenzione verso di loro e
provando a soddisfare sempre più le loro richieste”.
Saranno disponibili due formule di abbonamento alla stagione 2019/2020 (per gli affezionati e
per i nuovi), a undici o quattordici spettacoli, composte dai nove spettacoli fissi più due o cinque
a scelta fra quelli in opzione, alle quali si aggiungerà, quest’anno, la card under 20 a quattro
spettacoli (due fissi e due a scelta).
Sono previste ulteriori agevolazioni alle rassegne in programma lungo l’intera stagione e ai due
eventi presentati in collaborazione con la Sala Assoli.
I volti di importanti artisti del panorama teatrale, tra i quali Renato Carpentieri, Andrea Renzi,
Tony Laudadio, Marco Baliani, Giuseppe Battiston, Marco Paolini, Isa Danieli, Gabriele Lavia, Carlo
Cecchi, Mimmo Borrelli, Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Patrizio Oliva, Lorenzo Gleijeses, Ginestra
Paladino, Teresa Saponangelo, daranno voce e anima alle storie sul palcoscenico partenopeo.
Palcoscenico che ospiterà spettacoli e riletture firmati da importanti registi, in alcuni casi anche
interpreti in scena, del panorama nazionale e internazionale come Francesco Saponaro, Carlo
Cecchi, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, Eugenio Barba, Julia Varley, Fabio Rocco Oliva, Pino
Carbone, Laura Angiulli, Gabriele Lavia, Michele De Vita Conti, Antonio Zavatteri, Mimmo Borrelli,
Maria Maglietta, che porteranno in scena testi di autori che vanno, fra gli altri, da Sàndor Màrai
a Sam Holcroft, da Jacques Prévert a Shakespeare, da Eduardo De Filippo a Mimmo Borrelli, da
Francesco Niccolini a Marco Baliani.
La stagione teatrale prenderà il via, giovedì 10 ottobre 2019 (in scena fino al 13), con il prologo
affidato al regista Pino Carbone, che porterà in scena Assedio riscrittura da Cyrano de Bergerac
di Rostand e materiali raccolti sull’assedio di Sarajevo, con Anna Carla Broegg, Giandomenico
Cupaiuolo, Francesca De Nicolais, Renato De Simone, Rita Russo. Lo spettacolo, prodotto da Teatri
Uniti, sarà presentato a Napoli dopo il debutto di luglio 2019 alla Biennale Teatro di Venezia ed è il
primo dei due progetti condivisi con la Sala Assoli, che ospiterà nello stesso periodo altri due lavori
del regista.Sabato 19 e domenica 20 ottobre, Borderline/Asmed presentano Mittelmeer, allestimento che si
avvale delle coreografie di Susanne Linke, una delle madri del neo-espressionismo tedesco.
Renato Carpentieri e Stefano Jotti saranno in scena, dal 23 al 27 ottobre, in Le braci dall’opera di
Sándor Márai e l’adattamento di Fulvio Calise, per la regia di Laura Angiulli, presentato da Teatro
Coop. Produzioni/Galleria Toledo dell’opera di Sándor Márai Il passaggio d’epoca segnato dalla
Prima Guerra Mondiale è il luogo temporale in cui l’autore colloca il nucleo retrospettivo del
romanzo, un testo legato con filo rosso alla grande tradizione romanzesca, che assieme guarda alla
crisi dei grandi miti della società occidentale ed al transito in un “nuovo mondo”.
Dal 6 al 10 novembre, Teresa Saponangelo, Eva Cambiale, Andrea Renzi, Angela Fontana, Lucienne
Perreca, Tony Laudadio in Il tempo è veleno di Tony Laudadio, per la regia di Francesco Saponaro,
presentato da Teatri Uniti e Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia.
Una commedia amara e melanconica in cui tre età della vita e tre momenti temporali diversi si
inseguono e si intrecciano, talvolta sovrapponendosi, in un unico e simbolico spazio: l’ampio salone
di un appartamento napoletano che guarda il mare.
Dal 14 al 17 novembre, Giuseppe Battiston in Orson Welles Roast, dipinge un suo ritratto del
geniale Orson Welles immaginando come sarebbe un breve incontro con lui se potesse solo per
un’ora tornare a stare con noi. Drammaturgia Michele De Vita Conti e Giuseppe Battiston, regia
Michele De Vita Conti.
Giovedì 21 novembre prende il via la sezione Storie e Memorie con Ezio Mauro in Berlino
Cronache del Muro, le vicende che hanno segnato la storia, presentato da Elastica Anniversari.
Dal 29 novembre al 1 dicembre Artèteca e Laprimamericana presentano Patrizio Oliva in Patrizio
vs Oliva di Fabio Rocco Oliva, con Rossella Pugliese, regia di Alfonso Postiglione. Ananke era
definita da Omero la “necessità di combattere”. Patrizio Oliva è stato uno dei più grandi pugili della
boxe italiana. Scorrendo la sua vita appare evidente come sia stata una qualche Ananke a seguirlo
da vicino, e le sue fatiche sportive ci ricordano le gesta di un semidio.
Giovedì 5 dicembre sarà la volta del secondo appuntamento di Storie Memorie con Enzo Vetrano
e Stefano Randisi in Quando la vita ti viene a trovare, dialogo tra Lucrezio e Seneca di Ivano
Dionigi, presentato da Emilia Romagna Teatro Fondazione e Compagnia Vetrano/Randisi.
Elisa Di Eusanio, Alessia Giuliani, Alberto Giusta, Davide Lorino, Orietta Notari, Aldo Ottobrino
sono i protagonisti di Le regole per vivere di Sam Holcroft nella traduzione di Fausto Paravidino,
per la regia di Antonio Zavatteri, in scena dall’11 al 15 dicembre e presentato da Gli Ipocriti Melina
Balsamo e Teatro Stabile di Verona in collaborazione con Teatro Ambra Jovinelli. Una divertente
commedia che prende spunto da una riflessione di tipo psicoanalitico, anzi da un esperimento
che vuole rispondere a una domanda: cosa succederebbe se i principi della teoria cognitivo-
comportamentale fossero applicati ad un pranzo di Natale di una famiglia-tipo?
Dal 26 al 29 dicembre il palcoscenico partenopeo ospiterà una delle più grandi attrici del nostro
tempo, Isa Danieli, in Raccontami, un percorso di donna, che ha attraversato e attraversa i generi
più diversi: la sceneggiata, la tragedia greca, le parole di autori contemporanei. Da Lina Wertmuller
a Ugo Chiti, da Annibale Ruccello a Enzo Moscato, da Letizia Russo ad Antonio Tarantino, fino a
Ruggero Cappuccio. Parole soffiate fino al cuore di chi ascolta, perché rimbalzino in un’eco mai
rassegnata e muta.
A dare il via alla programmazione del nuovo anno, dal 10 al 12 gennaio, sarà Mimmo Borrelli,
autore, interprete e regista di Malacrescita, tratto da La Madre:’i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma.
Borrelli racconta con la sua lingua popolare e letteraria la storia di Maria Sibilla Ascione. Figlia di
camorrista e di camorrista innamorata, è una Medea contemporanea. Intossicata dalle esalazioni
della terra dei fuochi, cerca vendetta contro un Giasone che risponde al nome di Francesco
Schiavone “Santokanne”.
Presentato da Associazione Culturale Sciaveca, lo spettacolo è il secondo progetto in programma
condiviso con la Sala Assoli che ospiterà Napucalisse di Mimmo Borrelli
Ancora a gennaio, dal 22 al 26, Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Giovanni Moschella in Riccardo 3
L’avversario di Francesco Niccolini, liberamente ispirato al Riccardo III di William Shakespeare e ai
crimini di Jean-Claude Romand, regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Presentato da Arca Azzurra
Produzioni, ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Le tre corde/Compagnia
Vetrano Randisi, il testo rilegge in chiave contemporanea un grande classico di Shakespeare, oggi
demone recluso e indomito, che viene qui sottratto al medioevo inglese e diventa abitante del
presente, dando vita a una messa in scena che non sarà una pura variazione sul tema, ma qualcosa
di “meno rassicurante”.
Dal 19 al 23 febbraio, Ginestra Paladino in Ritratto di Dora M. un progetto a cura di Ferdinando
Bruni e Francesco Frongia, con le parole di Fabrizio Sinisi e la regia di Francesco Frongia,
presentato da Teatro Filodrammatici di Milano. Dora Maar (1907-1997) fu la musa dei surrealisti
nella Parigi artistica e culturale dell’epoca, fino all’incontro e alla relazione con Pablo Picasso che
la porterà sull’orlo della follia. Ancora a febbraio, doppio appuntamento con Marco Baliani che
proporrà, giovedì 27 febbraio nell’ambito della sezione Storie e Memorie, lo spettacolo Kholhaas
dal racconto Michele Kholhaas di Heinrich von Kleist, per la regia di Maria Maglietta, presentato
da Casa degli Alfieri/Trickster Teatro.
Dal 28 febbraio all’1 marzo Marco Baliani in Una notte sbagliata, per la regia di Maria Maglietta,
presentato da Marche Teatro. Come si presenta l’Assurdo? Ci sono segnali che possano mettere
in allarme prima che la terribilità del caso si manifesti? una narrazione dove il linguaggio orale
del racconto non riesce più a dispiegarsi in un andamento lineare, ma si frantuma, produce loop
verbali in cui il Tempo oscilla, senza obbligati nessi temporali.
Dal 4 all’8 marzo Gabriele Lavia porta in scena I ragazzi che si amano da Jacques Prévert,
presentato da Fondazione Teatro della Toscana. Sulla poesia di Prévert Gabriele Lavia, costruisce
un intenso recital sulla forza e il potere del sentimento d’amore.
Dall’11 al 15 marzo Carlo Cecchi, Angelica Ippolito in Dolore sotto chiave - Sik Sik l’artefice
magico, un dittico con la regia di Carlo Cecchi che riunisce due atti unici di Eduardo De Filippo,
presentato da Marche Teatro ed ElleDieffe.
Lorenzo Gleijeses sarà in scena, dal 2 al 5 aprile, in Una giornata qualunque del danzatore
Gregorio Samsa, regia e drammaturgia Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses, Julia Varley, presentato
da Gitiesse Artisti Riuniti. In scena la vicenda di Gregorio Samsa, un danzatore immaginario,
omonimo del protagonista de La Metamorfosi di Franz Kafka.
In occasione dello spettacolo e nell’ambito di un progetto più ampio condiviso con il Museo Madre,
il Teatro Pubblico Campano promuoverà uno stage a cura di Eugenio Barba.
A chiudere la stagione teatrale, dal 16 al 19 aprile, sarà lo spettacolo Filo Filò. Nuova tappa del
teatro di parola di Marco Paolini, che ispirandosi ai filò, tradizionali veglie serali dove gli anziani si
riunivano per raccontare storie uniche e preziose, prova a riflettere a voce alta su come la vita di
tutti noi sta cambiando grazie o per colpa delle tecnologie, che derivano dalle innovazioni e di cui
facciamo uso quotidianamente.
La proposta artistica del Teatro Nuovo di Napoli estenderà, anche la prossima stagione, lo sguardo
sulla danza contemporanea, proponendo, oltre a Quelli che la Danza 2020, la terza edizione
della rassegna Monday Dance - I lunedì della danza, percorso fra le più interessanti espressioni
coreutiche della Campania, unitamente ad un nuovo appuntamento con La Poetica del Tango, a
cura di Adriano Mauriello.
I comedians più irriverenti saranno protagonisti della terza edizione della rassegna Stand Up
Comedy, presentata da Teatro Pubblico Campano in collaborazione con Altra Scena.
La musica sarà ancora protagonista della prossima stagione con la quarta edizione della rassegna Il
Nuovo Suona Giovane, per dare corpo ed evidenza a svariati linguaggi musicali del nostro tempo.
Non mancherà, inoltre, La Rete dell’Immaginario, diciannovesima edizione della rassegna teatrale
per le scuole superiori, programmata lungo l’intera stagione.

dal 23 al 27 ottobre
Renato CARPENTIERI
Stefano JOTTI
LE BRACI
dall’opera di Sándor Márai, adattamento Fulvio Calise
drammaturgia e regia Laura Angiulli
scene Rosario Squillace
disegno luci Cesare Accetta
produzione Teatro coop. Produzioni /Galleria Toledo
“Quando il destino, sotto qualsiasi forma, si rivolge
direttamente alla nostra individualità, quasi chiamandoci per
nome, in fondo all’angoscia e alla paura esiste sempre una
specie di attrazione, perché l’uomo non vuole soltanto vivere,
vuole anche conoscere fino in fondo e accettare il proprio
destino, a costo di esporsi al pericolo e alla distruzione...” (S.
Márai)
Vi è un segmento letterario che riflette sul senso della vita,
sul destino e sull’incomunicabilità tra gli individui, temi che
animano la letteratura europea tardo ottocentesca e si
estendono fino agli albori del secondo conflitto mondiale e
oltre. Dai Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, all’uomo
della folla, il flâneur del simbolista Charles Baudelaire, alcuni
autori di grande raffinatezza intellettuale quali A. Strindberg,
T.S. Eliot, J.P. Sartre, ma anche Walter Benjamin, James
Joyce, D.H. Lawrence, Ferdinand Céline, Franz Kafka, Luigi
Pirandello e altri ancora - ciascuno a proprio modo e in una
visione critica spesso ferale - elaborano il sentimento di
deumanizzazione della società moderna dando forma a un
vasto contenitore letterario dai confini incerti, che si definisce
con il termine Esistenzialismo, in cui molti temi dei
movimenti modernista e crepuscolare possono essere
inscritti. A questo ambito appartiene l’idea dell’uomo
attraversato da un profondo senso di alienazione e solitudine,
testimone di un mondo al suo declino, diviso tra passato
idealizzato e presente moderno e disumano. Il passaggio
d’epoca segnato dalla Prima Guerra Mondiale è il luogo
temporale in cui l’ungherese Sándor Márai colloca il nucleo
retrospettivo del romanzo Le Braci - Le candele bruciano
fino in fondo, il titolo originale pubblicato nel 1942 -, un testo
legato con filo rosso alla grande tradizione romanzesca,
che assieme guarda alla crisi dei grandi miti della società
occidentale e al transito in un “nuovo mondo”, rovente e
mefitico inferno tropicale da cui fa ritorno il personaggio
Konrad dopo una disonorevole fuga durata quarant’anni.
Fredda e assillante invece l’attesa per il generale Henrik, che
aspetta il giorno della rivalsa immerso in un tempo sospeso
fino ad un mattino del 1940, quando riceve all’improvviso
l’annuncio della sua visita. Nei personaggi de Le Braci, le
attitudini dei due caratteri opposti legati da antica amicizia
- onore, orgoglio e disciplina nella socialità per il soldato
Henrik, melancolico temperamento artistico da poeta per
il fuggitivo Konrad - rispecchiano valori decaduti tardo
ottocenteschi. La questione di fondo qui posta è puramente
etica, umana, dove l’elemento destabilizzante della ragione
risulta essere la passione contenuta nel desiderio. Bisogna
essere coerenti con sé stessi o rispettosi degli altri? Il senso
della vita risiede nel legame d’amore che ci unisce a
qualcuno. Il disincanto della risposta rende impossibile il
rimarginarsi delle ferite. Ma permette di morire pacificati.
“Si può e soprattutto si deve restare fedeli alla passione che
ci possiede, anche se questo significa distruggere la propria
felicità e quella degli altri?”. “Perché me lo chiedi? Sai che è
così”. (da Le Braci)
Due uomini alla resa dei conti. Henrik, un anziano militare.
Konrad, il suo migliore amico. Due voci risuonano dagli abissi
delle loro vite di solitudine. Sono le braci dell’incendio di un
mondo che non esiste più; braci non ancora ridotte in cenere,
covate sotto i carboni consunti dell’esistenza trascorsa.
Sopravvissuti al loro tempo, sono entrambi tenacemente
rimasti vivi resistendo stoicamente in una bolla d’attesa,
lunghissima, diretta solo al momento cruciale del reciproco
rendez-vous. Vanitas e ricordi sono fumi di ciò che resta dei
grandi sentimenti ottocenteschi, idealizzazione dei “legami di
parentela spirituale” traditi, ora riposti nelle morte proiezioni
dei fantasmi delle loro vite trascorse. L’incomunicabilità si
traveste da orgoglio. Brucia il diario di Krisztina, moglie e
amante, o del tradimento del principio d’onore. Cosa ne è
stato dunque dell’umanità del singolo, di quella età dell’oro
anteriore alla Grande Guerra che ne ha segnato la battuta
d’arresto, quando la dignità rendeva uomini e la passione ne
alimentava i sentimenti? Come candela, la vita deve bruciare
fino in fondo. La forza d’immaginazione della morte, in
opposizione alla vendetta che tiene in vita, è più poderosa
dello stesso vivere, una conclusione non evitata, né cercata,
tra coraggiosa attesa e paura del vero, indicibile e umano.
“Due persone non possono incontrarsi neanche un giorno
prima di quando saranno mature per il loro incontro.” (S.
Márai)

dal 6 al 10 novembre
Teresa SAPONANGELO
Eva CAMBIALE
Andrea RENZI
Angela FONTANA
Lucienne PERRECA
Tony LAUDADIO
IL
TEMPO È VELENO
di Tony Laudadio
regia Francesco Saponaro
produzione Teatri Uniti
Una commedia amara e melanconica. Tre età della vita e
tre momenti temporali diversi si inseguono e si intrecciano,
talvolta sovrapponendosi, in un unico e simbolico spazio:
l’ampio salone di un appartamento napoletano che guarda
il mare. Siamo negli anni Settanta. Paco e Bianca, una
coppia di coniugi, si confrontano con la scelta definitiva di
acquistare la casa nella quale vivono. Bianca è incinta di
Sara, la loro primogenita, ma sembra avere qualcosa che la
tormenta. Vent’anni dopo, negli anni Novanta, Sara e Marta,
le loro figlie, stanno per separarsi per sempre, a causa della
decisione di Sara di seguire le spinte della sua natura ribelle.
Ancora un salto temporale, fino ai giorni nostri. Marta, ormai
adulta, sta cercando di negoziare con Ennio la vendita della
casa di famiglia, groviglio di ricordi, di segreti nascosti tra
lettere, fotografie e fantasmi. A volte capita che nella vastità
delle possibili combinazioni dell’esistenza, un’idea assurda
e ossessiva, come un punto fuori posto, condizioni per
sempre l’ordine naturale delle cose. È quello che accade a
Bianca. La sua scelta, come una cicatrice indelebile, segna
il suo destino, quello di Paco suo marito e il futuro delle sue
figlie. Di solito il tempo lenisce il dolore. Qui, invece, il tempo
alimenta l’angoscia di cui si servono i ricordi, i sensi di colpa
e le paure. Improvvisi turbamenti costringono i personaggi
di questa commedia a ripensamenti e incertezze, a gesti di
stupidità quotidiana che dietro l’illusione trasgressiva del
gioco nascondono un’essenza di morte. E non c’è scampo,
non c’è antidoto, non c’è redenzione, perché il tempo precipita
lentamente nelle nostre vite come una goccia crudele di
inesorabile veleno.

dal 14 al 17 novembre
Giuseppe BATTISTON
ORSON WELLES ROAST
scritto da Giuseppe Battiston, Michele De Vita Conti
musica originale Riccardo Sala
regia Michele De Vita Conti
Premio UBU 2009 Miglior attore
Giuseppe Battiston in Orson Welles’ Roast
Premio Olimpico del Teatro 2009
Miglior interprete di monologo
Premio Hystrio – Teatro Festival Mantova 2009
Come sarebbe un breve incontro con Orson Welles, se
potesse, solo per un’ora, tornare a stare tra noi?
Ci svelerebbe qualche segreto della sua tecnica straordinaria
o passerebbe tutto il tempo a raccontare aneddoti esilaranti?
Scaglierebbe, indignato, invettive contro i nemici di allora e
gli orrendi tempi moderni o ne sorriderebbe sornione? Genio
infinito e grandissimo cialtrone.
Senza nulla da nascondere, con ancora moltissimo da
offrirci, per sempre in grado di stupire.

dall’ 11 al 15 dicembre
Elisa DI EUSANIO
Alessia GIULIANI
Alberto GIUSTA
Davide LORINO
Orietta NOTARI
Aldo OTTOBRINO
LE REGOLE PER VIVERE
e con Iulia BONAGURA
di Sam Holcroft, adattamento Fausto Paravidino
scene Luigi Ferrigno, costumi Alessandro Lai
luci Michele Vittoriano, progetto video Lorenzo Letizia
regia Antonio Zavatteri
il brano Credevo è scritto e interpretato dai Bettedavis
una coproduzione
Gli Ipocriti Melina Balsamo - Teatro Stabile di Verona
in collaborazione con Teatro Ambra Jovinelli
Le Regole per Vivere è una divertente commedia che prende
spunto da una riflessione di tipo psicoanalitico, anzi da
un esperimento che vuole rispondere ad una domanda:
cosa succederebbe se i principi della teoria cognitivo-
comportamentale fossero applicati ad un pranzo di Natale di
una famiglia-tipo?
Questi principi altro non sono che.... Le Regole per
Vivere! Quelle regole che noi tutti utilizziamo, in maniera
inconsapevole, per sopravvivere in determinate circostanze
come durante un Natale in famiglia.
Nella pièce, solo al pubblico vengono mostrate le “regole” che
definiscono i rapporti tra i personaggi i quali, inconsapevoli di
applicarle, ignorano i rischi che potrebbero correre qualora ne
saltassero una.
Il palcoscenico diventa, così, un campo minato e, al
contempo, un campo di gioco.
Per il pubblico, spettatore onnisciente capace di anticipare
i risvolti esilaranti del gioco de “Le Regole per Vivere”, il
divertimento è garantito!!!

dal 22 al 26 gennaio
Enzo VETRANO
Stefano RANDISI
Giovanni MOSCHELLA
RICCARDO 3
L’avversario
di Francesco Niccolini
liberamente ispirato al Riccardo III di William Shakespeare
e ai crimini di Jean-Claude Romand
scene e costumi Mela Dell’Erba
luci Max Mugnai
regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi
produzione Arca Azzurra Produzioni, ERT
in collaborazione con Le tre corde / Compagnia Vetrano Randisi
Il testo rilegge in chiave contemporanea un grande classico
di Shakespeare: Riccardo III, oggi demone recluso e indomito,
che viene qui sottratto al medioevo inglese e diventa abitante
del presente, dando vita a una messa in scena che non sarà
una pura variazione sul tema ma qualcosa di “meno rassi-
curante”. L’ambientazione non è quella di un sala da palazzo
reale quattrocentesca, ma sul palcoscenico è tutto bianco e
verde acido, pareti che ricordano molto da vicino la stanza di
un ospedale: un letto, una sedia a rotelle, un grande specchio.
Forse ci troviamo all’interno di un ospedale psichiatrico o
un manicomio criminale e forse stiamo per assistere a una
terapia sperimentale che porterà un paziente ad affrontare gli
orrori di cui si è macchiato. O forse siamo proprio dentro la
sua mente abitata da incubi e fantasmi.
In scena Enzo Vetrano nel ruolo di Riccardo, Stefano Randisi
è Lady Anna, ma anche un sicario, Giorgio di Clarence,
Buckingham, Edoardo e Richmond, e Giovanni Moschella è
tutti gli altri personaggi: un altro sicario, Hastings, Elisabetta,
il principino, Margherita, il sindaco di Londra, Stanley.
Uno spazio algido dove tutto è fatto della stessa sostanza de-
gli incubi: le vecchie foto, le incisioni sbiadite e le apparizioni,
in cui i “forse” sono più delle certezze e governano la messa
in scena, gli scambi di ruoli, le ambiguità dei personaggi.
La terapia/psicodramma ha inizio: la corona passa da una
testa a un’altra, la ghigliottina si abbatte feroce, le campane
suonano a festa o a morto, mentre un corvo si aggira, come
se quel luogo gli appartenesse. E soprattutto, c’è un’iniezione
che incombe come una spada di Damocle. O piuttosto di
Richmond, in questo caso. In un luogo pieno di fantasmi,
rivive la vicenda di Riccardo di Gloucester – il malvagio più
malvagio, ma al tempo stesso più terribilmente simpatico
mai creato dal genio umano – e dei suoi omicidi seriali, ma,
al momento del gran finale, giusto un istante prima della
morte («Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!»)
Riccardo risorge dai suoi peccati e con il suo ultimo mono-
logo visionario si congeda, accoglie la liberazione che gli
giunge non dalla spada di Richmond ma dall’iniezione che gli
viene somministrata: sedato, ridotto alla passività. È l’inizio
del recupero o la fine della speranza? È solo questione di
tempo oppure quella iniezione è una conquista che permette
la liberazione definitiva dal male?
Parafrasando Macbeth e il suo «Tomorrow and Tomorrow
and Tomorrow», a noi resta soltanto un «Forse e Forse e
ancora Forse». L’unica cosa di cui siamo sicuri è che ora il
protagonista – dopo aver riconosciuto il sangue versato – è
annichilito.
Tutto sommato non è nemmeno così importante essere
sicuri chi è il medico, chi l’infermiere e chi il paziente, o se si
tratta di diversi criminali coinvolti nello stesso esperimento:
sembrano più le due identità di una stessa persona. Uno
l’avversario dell’altro.
Quella corona, per cui tutto questo è accaduto, nella storia,
in teatro e nella vita, ora giace abbandonata. Sul letto da
ospedale o sul palcoscenico: in qualunque angolo di questa
stanza dedicata alla somministrazione del dolore. Lo spetta-
colo è finito. L’unica cosa che può sopravvivere a tutta questa
devastazione è solo il Teatro, con i suoi fantasmi. E tutti i
suoi illusori forse.

dal 19 al 23 febbraio
Ginestra PALADINO
RITRATTO DI DORA M.
progetto a cura di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
parole di Fabrizio Sinisi
regia Francesco Frongia
musiche originali Carlo Boccadoro
scene e costumi Erika Carretta
disegno luci Sarah Chiarcos
suono Silvia Laureti
la maschera del Minotauro è di Mimmo Paladino
produzione Teatro Filodrammatici di Milano
Dora Maar sarebbe stata apprezzata e ammirata se non
fosse stata l’amante di Picasso? E le sue fotografie sarebbero
passate alla storia? Sì, non c’è dubbio. Ma Dora Maar è stata
vittima di un cliché: essere, secondo lo stesso Picasso, “La
donna che piange”. Così Victoria Combalìa, nell’introduzione
al catalogo della mostra “Nonostante Picasso” da lei curata
a Palazzo Fortuny a Venezia nel 2014. Dora Maar ha
attraversato tutto il ‘900 (era nata a Parigi nel 1907 e a Parigi
morirà 90 anni dopo nel 1997) e nella prima metà della sua
vita è stata sempre vicina al cuore della Parigi artistica e
culturale dell’epoca in quel momento magico e irripetibile in
cui la città era il centro del mondo. La sua carriera fotografica
fu breve, ma intensa: si colloca fra il 1931 e il 1937, anno in
cui, spinta da Picasso, abbandonò la fotografia per la pittura,
dopo aver testimoniato con una serie di storici scatti la
creazione di Guernica. In seguito, avrebbe riesumato e
rielaborato vecchi negativi, conseguendo risultati
estremamente interessanti. Questo passaggio dalla
fotografia, un’arte che Dora padroneggiava con maestria,
alla pittura in cui non arriverà mai a superare una faticosa
mediocrità, è uno dei momenti che segnano un percorso
esistenziale segnato da brusche cesure e dolorosi cambi di
rotta. Al momento dell’incontro con Pablo, Dora è una donna
realizzata, dalla bellezza fiammeggiante. Picasso la vede per
la prima volta in un ristorante mentre gioca con un affilato
coltello e conserverà per tutta la vita il suo guanto di pizzo
nero sporco di sangue, reliquia del loro colpo di fulmine. Dora
era stata l’amante di Bataille, amica di Eluard, di Prévert, di
Bunuel. Le sue foto testimoniavano la Parigi proletaria
dell’epoca, erano foto poetiche e politiche nello stesso tempo
che ritraevano gli abitanti della cosidetta “Zone”, una sorta
di bidonville ai confini della città, o, a Barcellona, il popolo
della Boqueria, il suo impegno politico coincideva con la sua
appartenenza al gruppo dei surrealisti, di cui era
un’esponente non secondaria. Cinque anni dopo, alla fine
della sua relazione con Picasso, che la lascia per la più
giovane Francoise Gilot, Dora è una donna spezzata, che si
aggira nuda nell’androne di casa sua, in preda a una crisi
psicotica. “Tutti pensarono che mi sarei suicidata dopo che
Picasso mi aveva lasciata, ma non lo feci per non dargli
questa soddisfazione”. Fu soccorsa, curata e accudita da
Jacques Lacan e da sua moglie Sylvia Bataille e trovò due
strade per superare l’abbandono: la pittura e la religione.
Dopo un breve periodo “mondano” in compagnia di Marie
Laure de Noailles, in cui frequentò Cocteau, Balthus, Lucien
Freud, Alice Toklas, Dora Maar poco a poco si chiuse in
un’esistenza fatta di meditazione, di preghiera e di solitudine,
una clausura misteriosa che durò quasi cinquant’anni e in
cui nessuno fu mai ammesso. Sono queste tre immagini
di donna così lontane fra loro che ci hanno affascinato,
incuriosito e appassionato. Dora Maar raggiante musa dei
surrealisti, la donna che gioca coi coltelli, Dora Maar, la
donna che piange nei ritratti di Picasso, annientata da un
amore assoluto, Dora Maar la reclusa, la mistica piegata
nel corpo dall’artrosi, ma sempre più raffinata nello spirito.
Ginestra Paladino ha lanciato una provocazione che
abbiamo raccolto con gioia, coinvolgendo per la scrittura
del testo Fabrizio Sinisi, che ci è sembrato avere il tocco e
il linguaggio perfetti per costruire questo trittico: tre facce,
tre maschere, tre stazioni di un percorso esistenziale unico,
lontani da qualsiasi tentazione di biopic, più vicini all’idea di
una sorta di melologo in cui la musica di Carlo Boccadoro -
un musicista che ha l’esperienza teatrale e la versatilità per
“dipingere” questi ritratti musicali – accompagna la voce di
Dora, immersa nel flusso di immagini che creeremo per lei,
attraverso le tre tappe della sua lunga vita.
conserverà per tutta la vita.
La loro fu una relazione tormentata, divorata dalla passione,
che terminò in maniera drammatica nel 1943 quando
Picasso lasciò Dora, l’unica a non avergli dato figli, per
un’amante più giovane. Dora dirà: “dopo Picasso, solo Dio” e
con questa frase entra nella leggenda sottraendosi al mondo
di lei non sappiamo quasi più nulla, si rinchiude nella casa
in campagna rifiutando ogni contatto. Dora diventa mistero,
una donna carismatica, profondamente intelligente che col
suo tocco leggero reclama il suo posto nel panorama delle
avanguardie artistiche del novecento.

dal 4 all’8 marzo
Gabriele LAVIA
I RAGAZZI CHE SI AMANO
uno spettacolo di Gabriele Lavia
da Jacques Prévert
musiche Giordano Corapi
produzione Fondazione Teatro della Toscana
L’amore giovanile e il rapporto degli innamorati con la realtà.
Gabriele Lavia dice Jacques Prévert e tocca emotivamente
gli animi fin dal primo verso. I ragazzi che si amano enfatizza
la differenza tra il primo amore giovanile e l’amore più maturo
degli adulti: i giovani innamorati sono estraniati dal mondo e
dimentichi di tutto. Non tengono conto del parere della gente
per strada, della chiusura morale della gente verso la loro
dolcezza.
Trama
L’amore e i giovani: niente e nessuno esiste più attorno a loro,
poiché essi non appartengono più a questo mondo, ma a
un altro, che vive nell’accecante calore del loro sentimento.
Ciascuno di noi può dunque ritrovare qui echi e immagini
della propria adolescenza.
Due ragazzi si amano e si baciano al tramonto. La gente che
passa, vedendoli, li disapprova indignata, ma loro non notano
nulla, non ci sono per nessuno, vivono esclusivamente
nel loro primo amore. Perché l’amore tra due giovani deve
essere schernito, disapprovato, come se fosse qualcosa di
proibito, un delitto che non va commesso e i giovani additati
come criminali da condannare e combattere? Forse, perché i
giovani hanno ancora il coraggio, che deriva dall’incoscienza
o dall’innocenza dei loro anni, di manifestarlo liberamente, di
viverlo come amore.
E cos’è allora, l’amore di cui ci parla Prévert? È l’amore che
rigenera l’esistenza, acceca e rende unici e straordinari, è
l’amore che crea un mondo e annulla gli altri, rende invisibili e
senza paura, è un amore che libera.

dall’11 al 15 marzo
Carlo CECCHI
Angelica IPPOLITO
DOLORE SOTTO CHIAVE
SIK SIK L’ARTEFICE MAGICO
di Eduardo De Filippo
scene e costumi Titina Maselli
realizzazione scene e costumi Barbara Bessi
disegno luci Paolo Vinattieri
regia Carlo Cecchi
produzione Marche Teatro - Elledieffe
Dolore sotto chiave.
Lucia, sorella di Rocco, per molti mesi nasconde al fratello
– nel timore che questi possa compiere un atto inconsulto
- l’avvenuta morte della moglie Elena e finge di occuparsi
delle cure della donna, gravemente malata. Lucia impedisce
a Rocco di vedere la moglie, con la scusa che la sua sola
presenza potrebbe causare emozioni che potrebbero esserle
letali. Rocco, esasperato dalla interminabile agonia di lei, in
una crisi di rabbia entra a forza nella stanza della malata e la
scopre vuota. Lucia gli rivela l’amara verità: la moglie è morta
da tempo, mentre lui era in viaggio per lavoro. Comincia qui
un alternarsi di responsabilità e accuse fra i due fratelli; si
presentano, non voluti da Rocco, i vicini, per sostenerlo nel
lutto; infine Rocco rivelerà alla sorella i suoi segreti.
In Dolore sotto chiave torna in scena il tema della morte,
affrontato da Eduardo in tante sue opere, in chiave comica,
seria o semiseria: ma in Dolore sotto chiave questo tema
non è poi così centrale come potrebbe sembrare, la morte
non è la protagonista della vicenda. A tenere la scena non
sono le conseguenze della morte di Elena, ma una vita che
non è più vita proprio perché qualcuno ha deciso di sottrarre
quell’evento alle sue leggi naturali. La morte fa il suo corso –
sembra dire Eduardo – portando con sé un carico di lutti, ma
all’uomo non resta che affrontarla, perché anch’essa fa parte
della vita e cercare di negarla, di non riconoscerla, significa
negare la vita stessa. E non c’è mostruosità peggiore, dice
l’autore per bocca del suo personaggio, che bloccare il
flusso naturale dell’esistenza, sostituire la vita vera con
una artificiale e falsa, in cui anche i sentimenti, i dolori, le
emozioni risultano paralizzati
Sik-Sik l’artefice magico, atto unico scritto nel 1929, è uno
dei capolavori del Novecento. “Come in un film di Chaplin,
è un testo immediato, comprensibile da chiunque e nello
stesso tempo raffinatissimo. L’uso che Eduardo fa del
napoletano e il rapporto tra il napoletano e l’italiano trova
qui l’equilibrio di una forma perfetta, quella, appunto, di un
capolavoro.” Sik-Sik (in napoletano, “sicco” significa secco,
magro e, come racconta lo stesso Eduardo, si riferisce al
suo fisico) è un illusionista maldestro e squattrinato che
si esibisce in teatri di infimo ordine insieme con la moglie
Giorgetta e Nicola, che gli fa da spalla. Una sera il compare
non si presenta per tempo e Sik-Sik decide di sostituirlo con
Rafele, uno sprovveduto capitato per caso a teatro. Con il
ripresentarsi di Nicola poco prima dello spettacolo e con
il litigio delle due “spalle” del mago, i numeri di prestigio
finiranno in un disastro e l’esibizione si rivelerà tragica per il
finto mago ma di esilarante comicità per il pubblico. Con più
di 450 repliche solo a Napoli, lo spettacolo ebbe un successo
enorme. Eduardo reinterpretò Sik-Sik alla fine della sua
carriera; Recitò per l’ultima volta al Teatro San Ferdinando di
Napoli nell’aprile del 1979 e nel 1980, al Manzoni di Milano,
affiancato dal figlio Luca e da Angelica Ippolito, si ritirò dalle
scene dopo cinquant’anni di carriera. “Ricordo che partecipai
all’edizione del 1980 – ricorda Luca De Filippo in un’intervista
– Allora ero giovane, fu un momento bellissimo. Avevo già
fatto parti importanti, ma nel ruolo di Rafele riuscì per la
prima volta a far ridere mio padre”.

dal 16 al 19 aprile
Marco PAOLINI
FILO FILO’
di Marco Paolini
produzione Jole Film
“Non sono un esperto di Internet, non sono un utente dei
social.
Non conosco la meccanica quantistica, né le Neuroscienze
e la fisica, né la robotica e le intelligenze artificiali. Ma tutto
questo mi riguarda e mi interessa. So che la mia vita sta
cambiando grazie o per colpa delle tecnologie che da queste
innovazioni derivano e di cui faccio uso anch’io come i miei
simili” Marco Paolini riflette a voce alta su questo mettendo
insieme piccole storie unite da un filo di ragionamenti Un
tempo, nelle veglie invernali si chiamavano filò le narrazioni
degli anziani che raccontavano qualcosa di unico e prezioso.
Senza presunzione di riuscirci, Paolini prova a narrare il
nostro tempo crisalide.
“Quali esercizi servono per bilanciare l’uso di uno
smartphone? L’uso di queste “protesi” mi modifica e anche
se sono restio ad ammetterlo non sono più lo stesso. Ho
l’impressione che una volta cominciato a provare certe
comodità sia davvero difficile rinunciarvi e il loro peso nella
mia vita sia destinato ad aumentare, ma non so con quale
bilancia pesarlo. Non sono preoccupato, sono curioso e
credo che il peso crescente della tecnologia nelle nostre
vite dovrebbe essere bilanciato dalla politica, dalla vita
sociale, dall’etica condivisa e forse da altro, tra cui la cultura.
Lasciata a sé stessa la tecnologia è come il colesterolo
cattivo, allora forse parlarne è uno dei modi per cominciare
ad occuparsene. Un altro sarebbe considerare l’impatto sul
pianeta e non sulle singole persone. Oggi quando buttiamo
una bottiglia di plastica siamo abbastanza consapevoli delle
conseguenze ma, anche se esiste, la coscienza ecologica
non basta ad affrontare il problema dell’ecologia, cioè la
sostenibilità del modello attuale di sviluppo. Serve tempo
perché si formi un’ecologia del web e delle biotecnologie, ma
quanto? Definendo quello che viviamo un tempo crisalide
intendo marcare che l’esito delle mutazioni culturali,
tecnologiche in corso dipenderà dai pesi e dai contrappesi
che sapremo immaginare. Non si può indovinare il futuro ma
l’esercizio di immaginarlo aiuta a dare un peso alle scelte nel
presente.” Marco Paolini

sabato 19 e domenica 20 ottobre
BORDERLINE
ASMED
MITTELMEER
coreografie Susanne Linke
guests
Rosella Canciello, Elisabetta Rosso, Claudio Malangone
performes
Samuele Arisci, Luigi Aruta, Adriana Cristiano, Antonio
Formisano, Luca Massidda, Rachele Montis, Simona
Perrella, Giada Ruoppo
sound design e musiche originali Luca Canciello
costumi ASMED
produzione
Borderlinedanza, Asmed/Balletto di Sardegna 2019
Il Mediterraneo non è un’espressione geografica, non indica
solo una regione, e meno ancora il mare da cui prende il
nome. È invece un’idea evocativa, che apre a significati
contraddittori, in cui s’intrecciano speranze e illusioni,
passioni e interessi, passato e futuro. È, infine “un terreno
di acqua” che unifica un distinto geografico, antropologico,
storico, artistico, economico.
In bilico constante tra un qui e un altrove, tra un noi e un loro,
tra una genealogia dell’intimità e una geografia dell’alterità,
su uno sfondo in ambienti di suono e luce, la coreografa
tedesca dà vita attraverso percorsi diversi, che diventano
danza, a storie ed esperienze che legano e rendono simili e,
nello stesso tempo, diversi finanche a confliggere.
MITTELMEER è la nuova coreografia di Susanne Linke, una
delle madri del neo-espressionismo tedesco, pensata per i
danzatori di Borderlinedanza e Asmed/Balletto di Sardegna,
compagnie in co-produzione per questo nuovo ed importante
progetto internazionale

dal 29 novembre al 1 dicembre
Patrizio OLIVA
Rossella PUGLIESE
PATRIZIO VS OLIVA
drammaturgia Fabio Rocco Oliva
da “Sparviero-la mia storia” di Patrizio Oliva e Fabio Rocco
Oliva, Edizioni Sperling&Kupfer
regia Alfonso Postiglione
spazio scenico Daniele Stella
costumi Giuseppe Avallone
disegni e illustrazioni Daniele Bigliardo
musiche Stefano Gargiulo
produzione ArteTeca e Laprimamericana
“Perché fai il pugile?” chiesero a Barry McGuigan (campione
irlandese dei pesi piuma)
“Mica posso fare il poeta – rispose Barry – Le storie io non le
so raccontare...”
Ananke, per gli antichi greci Dea pre-olimpica del Fato,
della Necessità dell’agire umano, era definita da Omero la
“necessità di combattere”. Patrizio Oliva è stato uno dei più
grandi pugili della boxe italiana. Scorrendo la sua vita appare
evidente come sia stata una qualche Ananke a seguirlo da
vicino e le sue fatiche sportive ci ricordano le gesta di un
semidio. La sua determinazione a prendere a pugni, più che
gli avversari, le ferite della vita, hanno reso la sua parabola
sportiva ineluttabile: titoli italiani, oro olimpico, titolo europeo,
titolo mondiale... Ma nel ring aperto di un teatro, la sua storia
ci racconta le peripezie, le crisi, gli ostacoli che ad ogni
passo, sia tu un uomo o un semidio, ti fanno dubitare, anche
solo per un attimo, che il tuo destino sia già scritto. Tra i
vapori di una sauna olimpica, dove nel tempo sospeso di
una preoccupante seduta, si sudano i grammi di troppo per
rientrare nel peso consentito, tra i fumi delle macerie di un
terremoto familiare più esistenziale che fisico, tra le nuvole
bianche su cui troppo presto è volato a riposare un amato
fratello, ci convinciamo che Patrizio facendosi, da pugile-
semidio, un semplice attore, sia il solo che può raccontare la
sua storia. O pugile, semidio e attore sono forse sinonimi?

dal 10 al 12 gennaio
Mimmo BORRELLI
MALACRESCITA
tratto da “La Madre:’i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma”
musiche di scena Antonio Della Ragione
oggetti di scena e spazio scenico Luigi Ferrigno
testo e regia Mimmo Borrelli
produzione
Associazione Culturale Sciaveca
Mimmo Borrelli racconta con la sua lingua popolare
e letteraria la storia di Maria Sibilla Ascione. Figlia di
camorrista e di camorrista innamorata, è una Medea
contemporanea. Intossicata dalle esalazioni della terra dei
fuochi, cerca vendetta contro un Giasone che risponde al
nome di Francesco Schiavone “Santokanne”. Narratori delle
folli trame insanguinate della tragedia sono proprio i figli,
nati da parto gemellare, che la madre non uccide ma rende
scemi, avvinazzandoli invece di allattarli, che lascia vivere
ma abbandona come rifiuti, come le discariche innaffiate dal
percolato. I due gemelli, come cani abbandonati alla catena
dei ricordi, rivivono i fatti tra versi, rantolii, filastrocche,
rievocando gli umori, le urla, i mormorii della loro aguzzina, in
un ossessivo teatrino quotidiano.
“Nel testo originale è la madre sopravvissuta a raccontare.
Qui, invece, capovolgiamo il punto di vista e dunque
la drammaturgia della scena, immaginando che tutti i
protagonisti di questa storia siano ormai defunti e gli unici
sopravvissuti, agonisti giullari, diseredati, miserabili, siano
proprio i due figli, i due scemi che dementi rivivono i fatti,
rinchiusi tra le pareti di un utero irrorato di solitudine. L’unico
gioco rimane e consiste nel rimbalzarsi, tra gli spasmi della
loro degenerata fantasia, sul precipizio di un improvvisato
altare tombale di bottiglie di pomodori e vino eretto in nome
della loro mamma: ’u cunto stesso, la placenta, l’origine della
loro malacrescita.”
progetto condiviso con Sala Assoli

dal 28 febbraio al 1 marzo
Marco BALIANI
UNA
NOTTE SBAGLIATA
di Marco Baliani
regia Maria Maglietta
musiche Mirto Baliani
produzione Marche Teatro
Dopo il successo dello spettacolo Trincea, vorrei
sperimentare un’altra tappa di ricerca di quello che mi piace
chiamare teatro di post-narrazione.
Una narrazione dove il linguaggio orale del racconto non
riesce più a dispiegarsi in un andamento lineare, ma si
frantuma, produce loop verbali in cui il Tempo oscilla, senza
obbligati nessi temporali.
Flussi di parole che prendono strade divaricanti mentre
cercano disperatamente di circoscrivere l’accadimento
di quella “notte sbagliata”. Quella manciata di minuti, chè
tanto durerebbe nel Reale il puro accadere dell’evento, si
amplifica e diviene big bang di quell’universo di periferia, si
espande nelle teste dei partecipanti all’evento, compreso il
cane, risucchiando come un buco nero anche chi non è lì
su quel pratone d’erba polverosa, ma vicino ai cuori e alle
coscienze di chi sta agendo. Un turbine linguistico sostenuto
da un corpo che agisce l’evento in maniera performativa,
un corpo che si metamorfizza a mano a mano che l’azione
prosegue, con gesti che richiamano le esperienze della
body art degli anni Settanta, marchiando il corpo come
fosse la tela dove l’Assurdo si mostra pienamente, al di là
perfino delle parole. Penso che oggi la sfida che il teatro
deve affrontare stia tutta nel montaggio drammaturgico,
che tenga conto delle nuove percezioni con cui viene
veicolata la realtà, forme comunicative con cui il teatro deve
misurarsi scompaginandone gli statuti. E questo non può che
avvenire attraverso visioni performative, non lineari, dove il
dramma viene spezzato da incursioni continue, dove l’oralità
dispersiva della voce prevalga sulla linearità della scrittura
scenica.
Marco Baliani

dal 2 al 5 aprile
Lorenzo GLEIJESES
UNA GIORNATA QUALUNQUE DEL DANZATORE GREGORIO SAMSA
regia e drammaturgia
Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses, Julia Varley
voci off Eugenio Barba, Geppy Gleijeses, Maria Alberta
Navello, Julia Varley
suono e luci Mirto Baliani
spazio scenico Roberto Crea
produzione Gitiesse Artisti Riuniti
Lorenzo Gleijeses porta in scena la vicenda di Gregorio
Samsa, un danzatore immaginario, omonimo del
protagonista de La Metamorfosi di Franz Kafka. Lo
spettacolo è frutto di quattro anni di confronto con un
maestro indiscusso dell’avanguardia teatrale mondiale:
Eugenio Barba, che firma qui in oltre mezzo secolo la sua
prima regia esterna all’Odin Teatret e senza avvalersi dei suoi
attori, e al tempo stesso la sua prima co-regia assieme a
Gleijeses e a un’altra leggenda del teatro internazionale, Julia
Varley.
Sul palco osserviamo Gregorio svolgere la sua routine
quotidiana mentre interagisce con una tecnologia pervasiva.
Il protagonista è impegnato nella continua ripetizione delle
sue partiture, che deve memorizzare in vista di un imminente
debutto. Ripete maniacalmente solo sei movimenti nello
spazio in infinite varianti, quasi a sfidare sé stesso e i
confini tra reale e immaginario. È convinto che attraverso
la ripetizione sia possibile giungere a un alto livello di
qualità interpretativa. La sua ricerca artistica mira alla
libertà. Doppia la sua stessa vita e acquisisce una ricchezza
labirintica che sarà squarciata dalla volontà di inseguire sé
stesso. Il suo perfezionismo lo catapulta in un limbo in cui
si erodono i confini tra reale e immaginario, lavoro e spazio
intimo, fra teatro e vita quotidiana. Si scontrano, allora, le
esigenze del mondo esterno e le sue profonde necessità
personali.

dal 10 al 13 ottobre
Anna CARLA BROEGG
Giandomenico CUPAIUOLO
Francesca DE NICOLAIS
Renato DE SIMONE
Rita RUSSO
ASSEDIO
riscrittura Pino Carbone
da Cyrano de Bergerac di Rostand
e materiali raccolti sull’assedio di Sarajevo
musiche e suoni originali eseguiti dal vivo
Alessandro Innaro e Marco Messina
regia Pino Carbone
produzione Teatri Uniti
Un lavoro di riadattamento drammaturgico tratto dal Cyrano
de Bergerac. Un lavoro sulla guerra come effetto concreto,
sullo sconvolgimento che crea, sulle relazioni che distrugge
e quelle che modifica. Un lavoro sulle conseguenze del
conflitto, sulla perdita, sulla distruzione e sul tentativo
emotivo di ricostruire.
Assedio è un lavoro in balia della poesia e della guerra.
Il Cyrano de Bergerac di Rostand viene letteralmente
assediato. L’amore tra Rossana, Cristiano e Cyrano, è l’amore
tra la bellezza e la poesia, ma la guerra non si intende di
bellezza, e non si intende di poesia. Arriva e si impadronisce
del racconto e della geografia, del tempo e dello spazio. Detta
i ritmi allo svolgersi e al susseguirsi delle azioni. Strappa
letteralmente pagine e pagine del testo. Costringe gli attori,
ma anche i personaggi, in uno spazio scomodo, piccolo,
forzatamente condiviso. Uno spazio che rende molto più
faticoso lo sforzo di conservare un elemento fondamentale
affinchè quella storia d’amore possa esistere, e cioè lo sforzo
di mantenere il segreto. Fare tutto in segreto. Trovare un
modo, delle idee, alimentare la creatività, per sopravvivere,
per agire, costruire bellezza, essere persone, essere artisti,
tutto in segreto. Giocare e inventare la possibilità di viversi
la poesia, trasformandola nella loro segreta vita quotidiana.
Fanno resilienza. Partecipano opponendosi così all’assedio,
mentre dalle colline l’artiglieria e i cecchini sparano, mentre
finiscono le scorte, vengono bloccati i rifornimenti, chiudono
le scuole, i teatri, le biblioteche vengono bruciate. È un
rischio camminare per strada, attraversare gli incroci perchè
sparano, è difficile anche solo incontrarsi, tornare a casa.
È difficile, per i personaggi e gli attori, agire la loro storia
che intanto procede, mentre ci torna in mente Sarajevo. I
millequattrocentoventisette giorni dell’assedio di Sarajevo.
Viversi, durante quei giorni, un amore complicato, poetico,
necessario, in segreto. De Guiche, la musica, l’assedio,
montano fino a diventare protagonisti, sospendendo il
racconto.
Anche quella sospensione deve trasformarsi in linguaggio
artistico, un altro linguaggio. L’assedio arriva a reclamare
quella poesia, a prendersela, come cosa che di diritto le
spetta. L’assedio si prende Cristiano. Ferisce mortalmente la
passione di Cyrano. Uccide la bellezza di Rossana rendendola
due volte vedova, due volte sola. L’assedio se ne fotte. Getta
segatura sulle rime scritte dal poeta, perchè la poesia è
diserzione, è protesta. L’assedio, in fondo, è una questione di
sopravvivenza, una questione privata. Il silenzio è molto
denso, e il suono delle parole fatica a suonare. Un deserto
da chiamare pace. La musica non suonerà più. De Guiche si
sente in colpa per aver rovinato il gioco. Cyrano è l’ombra di
Cyrano. Cristiano non può più giocare. Rossana è troppo
triste, non le piacciono più le regole, è delusa. Lo sforzo di
continuare è commovente, è una caduta, è un errore, è una
poesia. Il Cyrano de Bergerac è una storia spaccata in due.
Lo spettacolo continua ferito. Riprende ormai stanco, troppo
indebolito. È evidente il cambio registico, attoriale, sonoro,
estetico, tra prima e dopo l’assedio di Arras-Sarajevo.
Il Cyrano de Bergerac è un’opera che nasce dall’esigenza
di un attore, Coquelin, che la commissionò a Rostand,
anch’esso attore. L’impulso parte quindi dall’interno della
scena. Un testo che chiede energicamente di essere riscritto
ogni volta, perchè chiede di essere agito e detto, ogni
volta. In fondo è il racconto di bambini che vogliono giocare
alla loro storia, senza essere sgridati o interrotti dai grandi.
progetto condiviso con Sala Assoli

giovedì 21 novembre
Ezio MAURO
BERLINO CRONACHE DEL MURO
la vicende che hanno
segnato la storia
produzione Elastica
Il 13 agosto 1961 i cittadini di Berlino si svegliarono in una
città divisa a metà. Al tentativo di separazione ideale, che
perpetrava dal dopoguerra, si sostituiva un lungo muro, più di
156 chilometri per quasi 4 metri di altezza. “Era un’arma, non
soltanto una barriera, un simbolo dell’assolutismo e non solo
una trincea, una prigione ben più che una separazione.”
La notte del 9 novembre 1989, dopo 28 anni e a seguito di un
malinteso nella conferenza stampa di Gunter Schabowsky
funzionario del Partito socialista unificato della DDR, la città
si raduna ai due lati del Muro per salutarne il crollo e con
esso la fine di un’epoca.
Oggi, a distanza di 30 anni da quegli eventi, Ezio Mauro,
giornalista, ex direttore de La Stampa e La Repubblica,
scrittore e divulgatore, porta sul palco, in forma di conferenza
teatrale, lo storytelling della caduta del sistema comunista,
un momento che ha segnato una svolta storica per il mondo,
fino ad allora diviso tra Est e Ovest. Lo fa ripercorrendo tutte
le fasi della vicenda, da quel dopoguerra che ha diviso la
Germania in quattro zone amministrate dalle quattro potenze
vittoriose, consegnando all’Unione Sovietica più del 30 per
cento del Paese, al blocco dei rifornimenti imposto dai russi,
alla capitale, passando per i tentativi di fuga dei berlinesi fino
alla caduta e a ciò che oggi la Berlino conserva a memoria di
uno dei suoi periodi più bui.
“Oggi tutto è ricomposto, la città e il Paese, la storia e la
tragedia – racconta Ezio Mauro - come se la caduta del
muro contenesse il principio ordinatore della nuova Europa,
finalmente libero dal sortilegio che lo imprigionava. Un
miraggio già svanito.”
Questa nuova produzione chiude la trilogia di cronache
storiche, legate a importanti anniversari, che ha ripercorso,
insieme al pubblico, gli eventi della rivoluzione russa e del
sequestro Moro.

giovedì 5 dicembre
Enzo VETRANO
Stefano RANDISI
QUANDO LA VITA TI VIENE A TROVARE
dialogo tra Lucrezio e Seneca
di Ivano Dionigi
regia Enzo Vetrano, Stefano Randisi
musiche originali Alessandro Cipriani
scene e costumi Mela Dell’Erba
video e luci Antonio Rinaldi
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Cooperativa Le tre corde-Compagnia
Vetrano/Randisi, Ravenna Festival
Tratto dall’omonimo libro edito da Laterza, Enzo Vetrano e
Stefano Randisi portano in scena per Emilia Romagna Teatro
Fondazione il dialogo immaginato dal latinista Ivano Dionigi:
uno scontro filosofico tra due maestri del pensiero classico
per guardare a due diverse anime che abitano la cultura
occidentale da secoli.
Lucrezio e Seneca: autori necessari non solo perché hanno
segnato la storia del pensiero europeo, ma soprattutto
perché sono simboli di due concezioni rivali del mondo.
Antagonisti su tutto: scegliere la politica o l’antipolitica?
Rimanere soli a riva a osservare le tempeste della vita,
oppure salire a bordo senza curarsi dei compagni di viaggio?
Adottare le leggi del cosmo o le leggi dell’io? Di fronte a Dio
e alla morte, credere o capire? Non importa quali risposte
abbiano dato, importa invece la loro allergia al pensiero
unico. Per rispettare e rispecchiare la loro “diversità”,
“drammaticità” e “permanenza”, al latinista Ivano Dionigi è
sembrato naturale farli incontrare nella forma ravvicinata e
viva del dia-logo, dove la parola e la ragione (logos) dell’uno
incrociano e attraversano (dia-) la parola e la ragione
dell’altro. Ogni volta che ti schieri per l’uno ti assale il dubbio
che la ragione stia con l’altro: perché entrambi hanno scritto
di noi e per noi. Icone della bigamia del nostro pensiero e
della nostra anima. I classici nascono postumi.

giovedì 27 febbraio
Marco BALIANI
KOHLHAAS
di Marco Baliani e Remo Rostagno
dal racconto “Michele Kohlhaas” di H. von Kleist
regia Maria Maglietta
produzione Casa degli Alfieri, Trickster Teatro
La storia di Kohlhaas è un fatto di cronaca realmente
accaduto nella Germania del 1500, scritto da Heinrich von
Kleist in pagine memorabili.
Nel mio racconto orale è come se avessi aggiunto allo
scheletro osseo riconoscibile della struttura del racconto
di Kleist, nervi muscoli e pelle che provengono non più
dall’autore originario ma dalla mia esperienza, teatrale e
narrativa, dal mio mondo di visioni e di poetica.
Così ad esempio tutta la metafora sul cerchio del cuore
paragonato al cerchio del recinto dei cavalli, che torna più
volte nella narrazione, come luogo simbolico di un senso
della giustizia umanissimo e concreto, è una mia invenzione,
nel senso etimologico del termine, qualcosa che ho trovato a
forza di cercare una mia adesione al racconto di Kleist.
Così via via il testo originale si è come andato perdendo
e ne nasceva un altro, un work in progress alla prova di
spettatori sempre diversi, anno dopo anno, in spazi teatrali e
non, secondo un procedimento di crescita che ai miei occhi
appare come qualcosa di organico, come mi si formasse
tra le mani un organismo vivente sempre più ricco e
differenziato.
Accade nell’arte del racconto orale che per cercare
personaggi interiori occorra compiere lunghi percorsi,
passare attraverso storie di altre storie, sentirsi stranieri in
questo mondo dopo aver tanto peregrinato, fino a trovare
quel punto incandescente capace di generare a sua volta
nell’ascoltatore un mondo di visioni, non necessariamente
coincidenti con le mie.
L’arte sta nel non nominare troppo, nel cogliere il cuore di
un’esperienza con pochi tratti lasciando molto in ombra,
molto ancora da compiersi.
Kohlhaas è la storia di un sopruso che, non risolto attraverso
le vie del diritto, genera una spirale di violenze sempre più
incontrollabili, ma sempre in nome di un ideale di giustizia
naturale e terrena, fino a che il conflitto generatore dell’intera
vicenda, cos’è la giustizia e fino a che punto in nome
della giustizia si può diventare giustizieri, non si risolve
tragicamente lasciando intorno alla figura del protagonista
una ambigua aura di possibile eroe del suo tempo.
Le domande morali che la vicenda solleva e lascia sospese,
mi sembrarono, quando comincia ad affrontare l’impresa
memorabile del racconto, un modo per parlare degli anni
’70, per parlare di quei conflitti in cui venne a trovarsi la mia
generazione, quella del ’68, quando in nome di un superiore
ideale di giustizia sociale si arrivò a insanguinare piazze e
città.
In fondo, a voler rivedere all’indietro il mio percorso artistico,
senza Kohlhaas non sarei arrivato a raccontare Corpo di
Stato, racconto teatrale andato in onda in diretta televisiva
la notte del 9 maggio, vent’anni dopo la morte di Moro, a
poter ritrovare i medesimi conflitti, riuscendo questa volta
a parlarne dall’interno, come soggetto coinvolto nei fatti
narrati.
Un tema antico dunque, tragico nella tradizione e nella
forma, che continua a catturarmi, perché il narratore non può
che narrare ciò che epicamente lo coinvolge nell’intera sua
persona, a me succede così: non potrei raccontare qualsiasi
cosa.
Marco Baliani

dal 26 al 29 dicembre
Isa DANIELI
RACCONTAMI
reading di Isa Danieli
produzione Gli Ipocriti Melina Balsamo
Un percorso di donna e di attrice che ha attraversato e
attraversa, i generi più diversi delle forme teatrali esistenti
.Dal gradino più basso , quello della “Sceneggiata”, alla
tragedia greca di Euripide e di Eschilo, fino ad incarnare le
parole di autori contemporanei che hanno scritto per lei.
Da L. Wertmuller a U.Chiti ,Ruccello, Santanelli , Moscato,
Letizia Russo e Antonio Tarantino, fino al recente Ruggiero
Cappuccio. Una tradizione teatrale antichissima ,”tradita” e
amata al tempo stesso.Parole soffiate fino al cuore di chi
ascolta,per trattenerle, perchè rimbalzino in un’ eco mai
rassegnato e muto.
“Sono contenta di stare qui con voi stasera, per condividere
un privilegio specialissimo:quello di aver dato voce, per un
quarto dI secolo, come attrice, ad autori e autrici che hanno
scritto per me storie che narravano quegli anni e questi anni:
la forza, la fragilità,i vizi e le virtù dei personaggi che ho
interpretato, sono imbrigliati nei ricordi e in questa lettura ce
n’è una testimonianza, che a me fa piacere salutare insieme
a voi .
Isa Danieli

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ore 10.30 - 13.00 / 17.30 - 20.00
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