Teatro Franco Parenti

Teatro Franco Parenti

Stagione 19 - 20

24 settembre - 13 ottobre | Sala Tre  

OPERA PANICA  
Cabaret tragico
di Alejandro Jodorowsky
traduzione di Antonio Bertoli
con Valentina Picello, Loris Fabiani, Francesco Sferrazza Papa
e con i DUPERDU (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf, autori e interpreti delle canzoni originali) e altri in via di definizione
regia e spazio scenico Fabio Cherstich
produzione Teatro Franco Parenti

Entrato a buon diritto nel repertorio delle produzioni del Teatro Franco Parenti, in scena Opera panica in attesa del secondo capitolo che debutterà in primavera.
Un pastiche, visionario e simbolico, composto da micro-pièce del geniale e folle Jodorowsky brillante e surreale mosaico di sketch, balletti, canzoni filosofiche e pantomine,
dove i quattro giovani attori protagonisti si esprimono in un crescendo di quell'arte totale (panica) esplorata dal grande drammaturgo. Un testo divertente, assurdo, violento e politico sulla ricerca della felicità. Inevitabile rimanere sedotti e spiazzati dalla comicità e dal paradosso di un’umanità incastrata nella sua stessa esistenza.
Niente moralismi, solo la grande poesia di Jodorowsky.

25 settembre - 20 ottobre | Foyer

COLTELLI NELLE GALLINE
di David Harrower
traduzione Monica Capuani e Andrée Ruth Shammah
regia Andrée Ruth Shammah
con Eva Riccobono, Alberto Astorri, Pietro Micci
scene Margherita Palli con la collaborazione di Marco Cristini
luci Camilla Piccioni
costumi Sasha Nikolaeva
musiche Michele Tadini
video Luca Scarzella
collaborazione alla regia Isa Traversi
assistente alla regia Beatrice Cazzaro
assistente scenografo Katarina Stancic

Scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti in collaborazione con gli studenti del Triennio in Scenografia di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti Chiara Carrettoni, Chiara Sgrignuoli, Martino Grande, Francesca Pesce e Kelly Linciano.
Costumi della sartoria del Teatro Franco Parenti diretto da Simona Dondoni

Produzione Teatro Franco Parenti / Fondazione Campania dei Festival - Napoli Teatro Festival Italia in collaborazione con Spoleto 62 Festival dei 2Mondi

Lo spettacolo debutterà in prima nazionale al Napoli Teatro Festival Italia il 29 e 30 giugno 2019 e sarà in scena a Spoleto 62 Festival dei 2Mondi dal 5 al 14 luglio 2019.

Il primo testo del pluripremiato drammaturgo scozzese David Harrower rivela nel suo linguaggio inventato, e nella riflessione che ruota intorno alla natura stessa del linguaggio, una potenza dalla forte risonanza contemporanea. La regia di Andrée Ruth Shammah invade i confini dell’universo rurale e arcaico delineato dall’autore, nella prospettiva della ricerca di un’esperienza forte, dove l’indagine e la scoperta della pronuncia della Parola svelano l’origine più pura del teatro.
La scena, firmata da Margherita Palli, si sviluppa su due livelli, raccontando sia il contesto rurale nel quale è ambientata la vicenda che ruota intorno ai tre personaggi, tramite la presenza sul palco di modellini in scala dei luoghi del testo, agiti dagli stessi attori, sia la sua eco contemporanea con uno spazio scenico caratterizzato da una forte stilizzazione. Saranno i video, per la collaborazione di Luca Scarzella, così come le musiche di Michele Tadini e le luci di Camilla Piccioni, ad accompagnare lo spettatore in un percorso che muove da un realismo quasi filologico verso un’astrazione del sentire.
Eva Riccobono, interprete della Giovane Donna, di cui non verrà mai pronunciato il nome (ma scritto senza che il pubblico possa leggerlo), porta in scena, stimolata nella sua fisicità dal lavoro corpo a corpo di Isa Traversi, la freschezza e la purezza di un personaggio femminile colto nel suo percorso di formazione. Gli interpreti maschili, Alberto Astorri, nel ruolo di William, marito della Giovane Donna, e Pietro Micci, il mugnaio Gilbert che sedurrà in maniera non scontata la mente della protagonista, presentano due sfere del maschile che si fanno simbolo di due mondi, epoche e sensibilità diametralmente opposti.
Uno spettacolo insolito nel percorso artistico di Andrée Ruth Shammah che coglie la sfida lanciata da questo testo per il quale ha provato subito una forte fascinazione per la potenza della scrittura, poetica e carnale allo stesso tempo, e per il disegno dei tre personaggi, tre vite autonome, tre solitudini a confronto così primitive e originali.

8 – 20 ottobre | Sala Grande

SE QUESTO È UN UOMO
dall’opera di Primo Levi (pubblicata da Giulio Einaudi editore)
condensazione scenica a cura di Domenico Scarpa e Valter Malosti
uno spettacolo di Valter Malosti
scene Margherita Palli
luci Cesare Accetta
costumi Gianluca Sbicca
progetto sonoro Gup Alcaro
tre madrigali (dall’opera poetica di Primo Levi) Carlo Boccadoro
video Luca Brinchi, Daniele Spanò
in scena Valter Malosti
e Antonio Bertusi, Camilla Sandri
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa - Teatro Stabile di Torino –Teatro Nazionale
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Progetto realizzato in collaborazione con Centro Internazionale di Studi Primo Levi in occasione del 100°anniversario dalla nascita di Primo Levi (1919 –1987)

La voce di Primo Levi è quella che più di ogni altra ha saputo far parlare Auschwitz la voce che da oltre settant’anni, con Se questo è un uomo, racconta ai lettori di tutto il mondo la verità sullo sterminio nazista. È una voce dal timbro inconfondibile, mite e salda «Considerate che questo è stato». Oggi, nel centenario della nascita di Levi, Valter Malosti, firma la regia di Se questo è un uomo, scegliendo di porre in uguale risalto l’uomo di pensiero e il testimone del Lager.
Se questo è un uomo è un’opera acustica. Levi restituisce la babele del campo – i suoni, le minacce, gli ordini, i vocaboli gergali incomprensibili, i rari discorsi chiari e distinti – orchestrandola sulle lingue parlate in quel perimetro di filo spinato i «barbarici latrati» dei tedeschi, lo yiddish degli ebrei orientali, il polacco della regione di Auschwitz, l’italiano dei pochi connazionali in grado di non soccombere, il francese adottato come lingua franca. In un contesto neutro ed essenziale – la scenografia di Margherita Palli, tale da concedere il minimo all’immaginario della Shoah – la polifonia di Primo Levi si convertirà nella pronuncia scenica di Valter Malosti una distillazione irripetibile di voci, di suoni e di silenzi, complice Gup Alcaro al progetto sonoro.

16 – 30 ottobre | Sala Grande

CLÔTURE DE L’AMOUR
uno spettacolo di Pascal Rambert
traduzione Bruna Filippi
con Anna Della Rosa, Luca Lazzareschi
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Associazione Call me Ishmael

Drammaturgo, regista e autore di cortometraggi, Pascal Rambert è uno degli artisti teatrali più tradotti e rappresentati attualmente sul piano internazionale. Il suo Clôture de l’amour ha debuttato nel luglio 2011 al Festival d’Avignon riscuotendo immediatamente uno strepitoso successo. Per la versione italiana dello spettacolo il regista francese ha scelto come protagonisti due fra i più apprezzati interpreti della scena italiana, Anna Della Rosa e Luca Lazzareschi.
Clôture de l’amour racconta la separazione di una coppia che cerca di mettere fine alla propria storia. I due personaggi sono mossi dalla rabbia e dalla necessità urgente di dividersi. Ma Clôture de l’amour può anche essere un inizio, perché clôture, che in italiano non si può tradurre esaustivamente con chiusura, significa anche racchiudere, e lo spettacolo racchiude qui lo spazio dedicato all’anima, lo spazio che definisce l’individuo come un territorio in carne ed ossa da difendere. Anna e Luca, i due personaggi che si affrontano sul confine del palcoscenico, si fronteggiano con un linguaggio essenzialmente organico e persino coreografico, costruendo con le parole una barriera di filo spinato che li divide e ripetendo in continuazione in modo ossessivo espressioni che sembrano vorticare nei loro corpi. «Se dovessi andare più a fondo in quello che sento, lo descriverei come un testo di danza» dice Pascal Rambert. Una danza mentale che porta alla luce il movimento invisibile dell’anima e dei nervi in palcoscenico. Si potrebbe dire che i corpi non si muovono, eppure si lascia il teatro con la sensazione che è questo che hanno fatto per tutto il tempo muoversi e combattere una battaglia interiore.

24 ottobre - 17 novembre | Sala AcomeA

MARJORIE PRIME
di Jordan Harrison
traduzione Matteo Colombo
con Ivana Monti, Francesco Sferrazza Papa e altri in via di definizione
regia Raphael Tobia Vogel
produzione Teatro Franco Parenti

Dopo i successi di Buon anno, ragazzi e Per strada, Raphael Tobia Vogel affronta un nuovo capitolo del suo percorso mettendosi alla prova con un testo che pone delle domande e delle riflessioni su questioni che hanno a che fare con la sfera intima e morale di ognuno di noi.
Le rivoluzioni che stanno avvenendo nei campi della nanotecnologia, della genetica, dell’informatica e delle scienze cognitive potrebbero alterare la natura essenziale dell’essere umano, oltre che il nostro concetto di cosa ci renda umani esistono software che emulano perfettamente l’essere umano in conversazioni telefoniche, robot che ci hanno già rimpiazzato in molti lavori, programmi che compongono poesie ecc. Ma facciamo un ulteriore passo avanti se esistessero tra noi i Prime, ologrammi di persone care venite a mancare, “cloni” che imparano e integrano sempre più sfaccettature della personalità e dei modi del defunto che devono sostituire, riusciremmo a relazionarci a loro come se fossero l’originale? L’Intelligenza Artificiale può soddisfare i nostri più chiari bisogni e i nostri più intimi desideri? Può essere utilizzata per sconfiggere la solitudine o aiutare l’essere umano a conoscersi meglio?
Marjorie Prime indaga, senza alcun preconcetto e pregiudizio morale, gli sviluppi possibili e i limiti di instaurare queste “relazioni artificiali”. E solleva molte questioni sulla memoria e su quanto le nostre identità siano costruite sui nostri ricordi. Marjorie Prime è una riflessione su come costruiamo le nostre relazioni e le nostre identità che ci pone molte domande. E se iniziassimo a non ricordarci intere fasi della nostra vita, saremmo ancora noi stessi? La protagonista Marjorie – interpretata da Ivana Monti - soffre infatti di Alzheimer e dunque si affida spesso ai ricordi che il Prime di suo marito Walter ha ormai interiorizzato e costruito a seguito di varie conversazioni avvenute con lei e i suoi famigliari. Ma cosa accadrebbe se una signora anziana con Alzheimer interagisse con una macchina che sa più cose su di lei di quanto lei stessa possa ricordare? Marjorie Prime ci racconta tutto ciò mettendo in scena una serie di slittamenti, di vite in carne e ossa che finiscono e vite virtuali che prendono possesso dei nostri spazi e dei nostri ricordi. Ma, cosa sono i ricordi? A chi appartengono? Cosa ci stanno raccontando davvero Marjorie, Walter e la figlia Tess?

23 ottobre – 3 novembre | Sala Grande

LE SIGNORINE
di Gianni Clementi
con Isa Danieli e Giuliana De Sio
regia Pierpaolo Sepe
la voce del mago è di Sergio Rubini
scene Carmelo Giammello
costumi Chiara Aversano
luci Luigi Biondi
produzione Nuovo Teatro

Due sorelle zitelle trascorrono la propria esistenza in un continuo e scoppiettante scambio di accuse reciproche. È in una piccola storica merceria in un vicolo di Napoli, ormai circondata da empori cinesi e fast food mediorientali, che Addolorata e Rosaria passano gran parte della loro giornata, per poi tornare nel loro modesto, ma dignitoso appartamento. Una vita scandita dalla monotona, ma rassicurante ripetizione degli avvenimenti. Addolorata, dopo una vita condotta all’insegna del sacrificio e del risparmio, vuole finalmente godersi la vita. Rosaria, che ha fatto dell’avarizia e dell’accumulo il fine della propria esistenza, non ha nessuna intenzione di intaccare il cospicuo conto bancario. Costrette a una faticosa convivenza, le due ‘signorine’, ormai ben oltre l’età da matrimonio, non possono neanche contare su una vita privata a distrarle da quella familiare. Le poche notizie che giungono loro dal mondo provengono dai pettegolezzi dei parenti o dai reality in televisione. Rosaria domina e Addolorata, a malincuore, subisce. Ma proprio quando le due sorelle sembrano destinate a questo gioco delle parti, un inaspettato incidente capovolgerà le loro sorti, offrendo finalmente ad Addolorata l’occasione di mettere in atto una vendetta covata da troppi anni …
Le Signorine è una commedia che sa sfruttare abilmente la comicità che si cela dietro al tragico quotidiano, soprattutto grazie a due importanti attrici del nostro teatro, che trasformano i litigi e le miserie delle due sorelle, in occasioni continue di gag e di risate. Nella loro veracità napoletana, Rosaria e Addolorata sanno farci divertire e commuovere, raccontando con grande ironia, gioie e dolori della vita familiare. Un testo irriverente e poetico che ci ricorda come la famiglia sia il luogo dove ci è permesso dare il peggio di noi, senza il rischio di perdere i legami più importanti.

5 – 17 novembre | Sala Tre

SCHIANTO
ideazione e regia Stefano Cordella
drammaturgia collettiva
con Francesca Gemma, Dario Merlini, Umberto Terruso, Fabio Zulli
disegno luci Stefano Capra
sound design Gianluca Agostini
scene e costumi Maria Paola Di Francesco
assistente alla regia Noemi Radice
organizzazione Valeria Brizzi, Carolina Pedrizzetti
produzione Òyes
con il sostegno di Mibac, Fondazione Cariplo, Next-laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo 2018/2019, Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello - CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Teatro in-folio/Residenza Carte Vive menzione speciale Forever Young 2017/2018 - La Corte Ospitale

Un viaggio surreale nell’inconscio di questa nuova generazione.
Lo schianto è la condizione di partenza. Tutto è esploso e ci si sente persi, senza spiragli e riferimenti. Immersi in un limbo confuso e inquietante in cui regna l’instabilità economica e sentimentale. Le ideologie sono crollate e la mancanza di prospettive rende sbiaditi i desideri. Ogni personaggio di Schianto farà i conti con la propria spinta vitale in equilibrio precario tra speranza e disillusione. La storia è un pretesto per far esplodere i rapporti tra i personaggi. Una serie di incidenti, reali e metaforici, porterà i quattro protagonisti a condividere paura e ansia e quel che resta dei sogni nell’epoca della disillusione.
Un uomo cinico e disilluso, un autista vitale e logorroico, una disincantata cantante da night club e un Robin stanco di essere l'eterna spalla di un Batman vecchio e ingombrante, si ritroveranno, loro malgrado, insieme in un “on the road” allucinato e contaminato dai generi più diversi dal pop colorato dei fumetti alle atmosfere notturne e malate di David Lynch.
Schianto è una surreale autocritica a quella parte di noi che ha smesso di credere nel cambiamento. Quella parte di noi che disprezza chi ci ha preceduto, che vorrebbe prenderne il posto, ma non sa farlo senza chiedere il permesso.

5 - 24 novembre | Sala Treno Blu

GINO IL POSTINO
Nuovo allestimento di Nato Postumo di Francesco Brandi
con Francesco Brandi
regia Benedetta Frigerio
produzione Teatro Franco Parenti

Dopo il successo delle sue ultime creazioni Per strada e Buon anno, ragazzi Francesco Brandi riveste i panni di Gino il postino in una nuova versione firmata da Benedetta Frigerio.
La commedia indaga con un linguaggio tragicomico gli aspetti più reconditi dell’animo umano, sottoposto al giudizio dell’inquisitore più feroce se stesso.
Questo giovane uomo seriamente provato dalla vita è alla ricerca della normalità quella normalità che nasce dall’amore a dal riconoscimento di un altro che ti dedica i suoi pensieri, le sue parole. Ognuno di noi vorrebbe essere amato e soccorso...
Gino in una notte d’estate decide di alzarsi in piedi. E di reagire con le uniche due cose che gli sono rimaste la bici e le parole. E mentre porta la posta nel suo piccolo paese di provincia, capisce che il problema del mondo è uno solo l’omissione di soccorso.
Che può essere di tre tipi verso noi stessi, verso gli altri, verso il mondo e la sua civiltà. Quante volte ce ne siamo macchiati, per paura, pigrizia, sciatteria, ignavia, incapacità? Quante volte ce ne macchieremo ancora?

7 – 17 novembre | Sala Grande

SI NOTA ALL’IMBRUNIRE
(Solitudine da paese spopolato)
di Lucia Calamaro
con Silvio Orlando
e con (in o.a.) Roberto Nobile, Alice Rendini, Maria Laura Rondanini,
(altro attore da definire)
scene Roberto Crea
costumi Ornella e Marina Campanale
luci Umile Vainieri
regia Lucia Calamaro
produzione Il Cardellino srl in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria in collaborazione con Napoli Teatro Festival Italia

I figli sono arrivati la sera prima. Il fratello maggiore Roberto anche. Un fine settimana nella casa di campagna di Silvio, all’inizio del villaggio spopolato dove vive da solo da tre anni. Silvio ha acquisito, nella solitudine, un buon numero di manie, la più grave di tutte non vuole più camminare. Non si vuole alzare. Vuole stare e vivere seduto il più possibile. E da solo. Si tratta, per i figli che finora non se ne erano preoccupati troppo, di decidere che fare, come occuparsene, come smuoverlo da questa posizione intristente e radicale. Emergono qua e là empatie e distanze tra due generazioni di fratelli. Rese dei conti, mutua noia ma nonostante tutto fratellanza come si può, per quel che vale, in generale meno, abbastanza meno di quello che ognuno vorrebbe. Vengono per la messa dei dieci anni dalla morte della madre… C’è da commemorare, da dire, da concertare discorsi. Certo è che, preda del suo isolamento, nella testa di Silvio si installa una certa confusione tra desideri e realtà, senza nessuno che lo smentisca nel quotidiano, la vita può essere esattamente come uno decide che sia. Fino a un certo punto.

«Questo spettacolo, – scrive Lucia Calamaro nelle note – che ha trovato nella figura del padre un interprete per me al tempo insperato e meraviglioso Silvio Orlando, trova le sue radici in una piaga, una maledizione, una patologia specifica del nostro tempo che io, personalmente, ho conosciuto anche troppo. La socio-psicologia le ha dato un nome “SOLITUDINE SOCIALE. A mettere in luce i rischi di questa situazione sono stati due studi presentati al 125° incontro annuale dell’American Psychological Association (APA). Essere isolati dalla società è un male oscuro e insidioso. Tutti noi infatti, in quanto esseri umani, abbiamo bisogno del contatto con gli altri, un bisogno che ci permette di sopravvivere. La preoccupazione insorge ancora di più se si pensa che questo tipo di “solitudine estrema” si sta espandendo e continuerà a crescere nei prossimi anni tanto che la Francia ha creato la “giornata della Solitudine” e l’Inghilterra ha istituito, addirittura, un ministero della solitudine. Secondo gli esperti potremmo trovarci alle prese, e non solo nei paesi più ricchi, con un’epidemia di solitudine. Diffusa oramai anche tra i giovani. Silvio Orlando è, secondo me, un attore unico. Capace di scatenare per la sua resa assoluta al palco, le empatie di ogni spettatore, e con le sue corde squisitamente tragicomiche, di suscitare riquestionamenti, emozioni ed azioni nel suo pubblico. E insieme ci piace pensare che gli spettatori, grazie a un potenziale smottamento dell’animo dovuto speriamo a questo spettacolo, magari la sera stessa all’uscita, o magari l’indomani, chiameranno di nuovo quel padre, quella madre, quel fratello, lontano parente o amico oramai isolatosi e lo andranno a trovare, per farlo uscire di casa. O per fargli solamente un po’ di compagnia».

19 novembre – 1 dicembre | Sala AcomeA

IL GATTO
dall’omonimo romanzo di Georges Simenon
traduzione e adattamento Fabio Bussotti
con Alvia Reale, Elia Schilton
e Silvia Maino
scene Francesco Ghisu
costumi Francesca Novati
luci Carlo Pediani
suono Alessandro Saviozzi
regia Roberto Valerio
produzione Compagnia Orsini

Il gatto, romanzo irriverente di Georges Simenon, scuote le nostre rassicuranti pretese morali, tradendo ogni retorica perbenista e ci conduce a perlustrare gli ingarbugliati e contorti rapporti di coppia. Da quattro anni Émile e Marguerite non si parlano. La comunicazione tra loro passa attraverso feroci bigliettini da quando l’amato gatto di Émile è morto. I separati in casa conducono una vita completamente indipendente con il timore paranoico di essere avvelenati dall’altro, tanto da tenere separate le rispettive dispense. Émile e Marguerite non si sono mai veramente sopportati. Tutto cade a pezzi si frantuma e disintegra sotto il peso del disprezzo e della rabbia, ma i due non si separano, il desiderio di libertà e la paura della solitudine si mescolano e confondono in una perturbante prossimità. L’odio li tiene uniti. Fino all’ultimo respiro trovano la forza di torturarsi negandosi ostinatamente l’unica cosa che, forse, avrebbe potuto restituire una profondità autentica alla loro vita l’amore.
« Il gatto” di Simenon – scrive il regista Roberto Valerio - ci consegna personaggi che possiedono una caleidoscopica complessità e una vibrante vocazione teatrale; è un testo feroce che rovista tra le pieghe della mente e le incrinature del cuore dei protagonisti, descritti con uno sguardo crudo e spietato. La morte dell’amato gatto di lui per avvelenamento è la miccia che accende l’odio e fa crollare l’esile impalcatura della loro relazione e della loro intera esistenza. L’uomo, convinto, non a sproposito, che il crimine sia stato compiuto dalla moglie, si scaglia furioso sul pappagallo di lei, trucidandolo” ».

19 – 22 novembre | Sala Tre

SOCIALMENTE
uno spettacolo di Frigoproduzioni
ideazione e regia Francesco Alberici e Claudia Marsicano
drammaturgia Francesca Alberici
assistente alla regia Daniele Turconi
Frigoproduzioni/Compagnia degli Scarti

Un giorno o un anno di vita (la dimensione atemporale impedisce ogni cronologia esatta) di due giovani totalmente alienati. In un’allucinazione continua scorrono i sogni di successo e gli incubi di fallimento di due soggetti desiderosi di essere ma incapaci di farlo.
“La nostra poetica è volta a esplorare il grado zero delle dinamiche di relazione interpersonali – scrive Francesco Alberici nelle note di regia - La realtà in cui viviamo è scandita dall’irreale. Il principio di realtà è subordinato a un principio di virtualità che lo influenza e definisce. Se non sono su Facebook, in parte non sono anche nella realtà. Mettere un like, aggiungere o bloccare qualcuno, eliminare un amico sono tutte azioni assolutamente virtuali, irreali, eppure la ricaduta di tali azioni è tangibile, reale, la tristezza che ci procura l’essere eliminati o il gusto lievemente sadico legato al bloccare una persona sono sentimenti reali, che percepiamo sulla nostra pelle. I social network sono dei contenitori all’interno dei quali si sviluppano e si sfogano le nostre pulsioni, le nostre emozioni, le nostre paure. Questo meccanismo vale a tal punto che, alle volte, l’irreale prende il sopravvento sul reale non siamo toccati dal signore che incontriamo per strada e che ci chiede l’elemosina, fatichiamo a vivere pienamente un sentimento amoroso, ma un’inchiesta sui clochard e un talent sul canto possono emozionarci sino alle lacrime. In questi specchi virtuali ritroviamo noi stessi, più di quanto riusciamo a farlo nel reale, nella vita vissuta”.

22 – 24 novembre | Sala Grande

PRÓXIMO (Argentina)
scritto e diretto da Claudio Tolcachir
con Santi Marín, Lautaro Perotti,
luci Ricardo Sica
scene Sofia Vicini
costumi Cinthia Guerra
organizzazione Teatro TIMBRe 4
produzione Jonathan Zak, Maxime Seuge
progetto Teatro Franco Parenti con Zona K

Prosegue la collaborazione tra ZONA K e Teatro Franco Parenti che presentano insieme alcuni spettacoli. Una realtà OFF e un teatro storico del panorama milanese esplicitano così una convergenza di interessi artistici e tematici su alcune compagnie internazionali e sulla drammaturgia contemporanea.

Per la prima volta in Italia, Próximo è l’ultima creazione di Claudio Tolcachir fondatore della Compagnia Timbre4 del quartiere Boedo di Buenos Aires considerato il regista e drammaturgo più interessante del teatro contemporaneo.
In Próximo si parla di un amore a distanza vissuto da due ragazzi che nella realtà non si incontrano mai ma si parlano e si vedono solo attraverso pc e smartphone. Uno spagnolo, di Madrid; l’altro argentino, dall’Australia, il pubblico diventa testimone della nascita e della costruzione di questo amore, fatto di parole, di silenzi ed emozioni filtrati da uno dispositivo tecnologico. Lo spettacolo racconta dunque l’esperienza di essere lontano da tutto ma, allo stesso tempo, quella di vivere le emozioni più intense di una vita senza una presenza fisica nascite, morti, amore, sesso. E indaga tutte le possibilità e i limiti di una relazione costruita sulla connessione di skype in tempi di ipercomunicazione dove parlare d’amore sembra essere un atto di resistenza

23 novembre – 1 dicembre | Sala Grande

VORREI ESSERE FIGLIO DI UN UOMO FELICE
L’Odissea del figlio Ulisse, ovvero come crescere con un padre lontano
di e con Gioele Dix
disegno luci Carlo Signorini
audio Giuseppe Pellicciari (Mordente)
una produzione Giovit

Dopo il tutto esaurito dello scorso anno, Gioele Dix torna con il suo monologo intenso, personale e divertente che usa come filo conduttore la vicenda di Telemaco che cerca il perduto padre Ulisse per diventare un discorso sulla paternità in generale. Un viaggio ispirato ai primi quattro canti dell’Odissea nel quale Gioele Dix racconta e approfondisce una vicenda letteraria e umana fitta di simboli, recitando, raccontando, leggendo e commentando, sempre insieme al pubblico.
Un recital vivace e documentato, fra comicità, suggestioni colte, rimandi alla contemporaneità e tratti di improvvisa e affilata ironia.
All’inizio dell’Odissea, Ulisse è assente e lontano. A Itaca, nessuno sa se sia ancora vivo e se mai farà ritorno. Omero, come il più navigato degli sceneggiatori, sceglie di ritardare l’entrata in scena del suo primo attore. E con lui, l’apparizione di personaggi e avvenimenti strabilianti che renderanno indimenticabile il suo viaggio la maga Circe, il ciclope Polifemo, il canto delle Sirene, la discesa nell’Ade, gli incantesimi della dea Calipso. Tutto accadrà dal quinto canto in poi. Infatti i primi quattro canti dell’Odissea sono meno conosciuti. Eppure, in essi si racconta di un altro viaggio, quello del figlio di Ulisse alla ricerca del padre. Un breve ma intenso romanzo di formazione in cui il figlio del protagonista prova a uscire dall’ombra e imparare a crescere.

23 novembre – 1 dicembre | Sala Tre

TROPICANA
con Francesco Alberici, Salvatore Aronica, Claudia Marsicano, Daniele Turconi
drammaturgia collettiva a cura di Francesco Alberici
scenografia Alessandro Ratti
in collaborazione con Sara Navalesi
disegno luci Daniele Passeri
un progetto Frigoproduzioni
coproduzione Associazione Culturale Gli Scarti con il supporto di Pim Off -Teatro Excelsior di Reggello (FI) – Residenza IDra e Settimo Cielo nell’ambito del progetto Cura 2016

Tropicana è un brano del Gruppo Italiano dopo aver dominato le classifiche del 1983, diventa un tormentone dell’estate, inno alla spensieratezza e ballo di gruppo per eccellenza. Ma di cosa parla davvero questa canzone? Utilizzando in maniera paradigmatica il brano e l’esperienza del Gruppo Italiano, lo spettacolo apre una riflessione sul rapporto tra arte e mercato. Sul palco l’identità della compagnia si sovrappone a quella del Gruppo Italiano, in un cortocircuito tra biografie reali e immaginarie, in cui ogni interprete sembra fare outing delle proprie debolezze, vigliaccherie e speranze. Tra ironia e nonsense, emerge il malessere di una generazione senza ideali, una generazione che “esplode” tra balli superficiali, bevendo una bibita dolce.
In un’epoca in cui anche l’arte diventa merce, la soluzione può essere la prostituzione dell’artista? Come si può andare avanti in un percorso artistico reinventandosi ma mantenendo una propria identità? L’analisi del testo di una canzone, tesa allo svelamento del significato recondito del brano, diventa il pretesto per una lenta immersione negli abissi, alla ricerca del nero che è sempre nascosto dentro un involucro colorato; e del punto di contatto tra quel nero e questo attuale che ci sommerge.

3 – 15 dicembre | Sala AcomeA

INFINITO TRA PARENTESI
di Marco Malvaldi
con Maddalena Crippa, Giovanni Crippa
regia Piero Maccarinelli
scene Maurizio Balò
musiche di Antonio Di Pofi
Produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia – Teatro della Toscana-Teatro Nazionale - Mittlefest

Oppenheimer e la poesia, Star Trek e il teletrasporto quantistico, Carl Barks – il papà di Paperino – scienziato inconsapevole, Maxwell, Lucrezio e la teoria cinetica dei fluidi…
Gli estremi della cultura umanistica e di quella scientifica si intrecciano in questo affascinante testo che parte dall’omonimo libro di Marco Malvaldi - romanziere/giallista/chimico - e attraverso vicende apparentemente quotidiane ci sfida a entrare nel complesso rapporto tra letteratura/ poesia e scienza.
Francesca e Paolo sono due fratelli, lei umanista e lui scienziato, entrambi hanno due belle carriere di docenti universitari. A un certo punto le loro strade si incrociano quando Paolo lotta per diventare rettore dell’Università, e vi è lo scontro, e l’incontro, di due diverse concezioni della realtà.
Il tema del rapporto tra due mondi e fra due tipi di conoscenze apparentemente lontani, ma che si intrecciano continuamente nelle nostre vite, è stato il punto di partenza di questo progetto di Piero Maccarinelli, con cui continua l’indagine su teatro e scienza.

4 – 22 dicembre | Sala Tre

LUNGS
di Duncan Macmillan
traduzione Matteo Colombo
con Sara Putignano, Davide Gagliardini
regia Massimiliano Farau
Produzione Fondazione Teatro Due

La nuova drammaturgia inglese, la coppia contemporanea, l’etica e l’urgenza ecologica dei nostri anni, due giovani interpreti, una scena nuda e battute perdifiato. Lungs (in italiano “polmoni”) è una pièce semplice, come respirare, e come il respiro ha un ritmo serrato di fiati, violento e delicato, struggente e divertente. L’inglese Duncan Macmillan, drammaturgo e regista della nuova generazione di scrittori, attivo tra teatro, radio, tv e cinema, vincitore di diversi premi tra Inghilterra e Stati Uniti, porta in scena una storia d’amore qualunque, un’indagine sulla coppia contemporanea, per la quale l’incertezza è un modo di vivere.
In un’epoca di ansia globale, terrorismo, crisi climatica e instabilità politica, una giovane coppia inizia la fatidica discussione sull’avere o meno un bambino. M. e W. pensano che avere un figlio sia una scelta da farsi per le giuste ragioni, ma quali esattamente? Lentamente il discorso si sposta sul tema ecologico, sulla salvezza del pianeta e sull’assicurare alle prossime generazioni dell’aria respirabile.
Così il dialogo rotto, elusivo, fatto di pensieri confusi e recriminazioni, frecciate e scuse, racconta i protagonisti lungo le contorte traiettorie di una difficile scelta e delle sue conseguenze fino ad un inaspettato finale in cui il tempo subisce un’accelerazione spiazzante e commovente.

5 – 8 dicembre | Sala Grande

SULLA MORTE SENZA ESAGERARE
ideazione e regia Riccardo Pippa
di e con Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza
scene, maschere e costumi Ilaria Ariemme
disegno luci Giuliano Bottacin
cura del suono Luca De Marinis
produzione Teatro Franco Parenti /Teatro Dei Gordi
con il sostegno di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo - Progetto Next - Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo - TIEFFE Teatro Milano - Armunia – Campo Teatrale di Milano - Centro Artistico Il Grattacielo - Centro Teatrale MaMiMò- Mo-wan teatro - Sementerie Artistiche - Concentrica 2016 – Asti Teatro

Selezione Visionari Kilowatt Festival e Artificio Como 2016
Vincitore all'unanimità del Premio alla produzione Scintille 2015
Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro 2015, indetto dall’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine spettacolo vincitore del Premio Speciale, Premio Giuria Allievi Nico Pepe e Premio del Pubblico

Sulla morte senza esagerare è un omaggio alla poetessa polacca Wisława Szymborska.
Ideato e diretto dal regista Riccardo Pippa, lo spettacolo affronta il tema della morte con ironia, leggerezza sempre attraverso un uso non convenzionale di maschere contemporanee, cifra artistica della Compagnia.
Sulla soglia tra l’aldiqua e l’aldilà, dove le anime prendono definitivo congedo dai corpi, c’è la nostra Morte. I vivi la temono, la fuggono, la negano, la cercano, la sfidano, la invocano. L’unica certezza è la morte, si dice.
Ma quanti ritardi nel suo lavoro, quanti imprevisti, tentativi maldestri, colpi a vuoto e anime rispedite al mittente! E poi che ne sa la Morte, lei che è immortale, di cosa significhi morire? Maschere contemporanee di cartapesta, figure familiari raccontano, senza parole, i loro ultimi istanti, le occasioni mancate, gli addii; raccontano storie semplici con ironia, per parlare della morte, sempre senza esagerare.

11 - 22 dicembre|Sala Grande

CITA A CIEGAS
(Confidenze fatali)
di Mario Diament
traduzione, adattamento e regia Andrée Ruth Shammah
con Gioele Dix, Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà, Roberta Lanave
scena Gianmaurizio Fercioni
luci Camilla Piccioni
costumi Nicoletta Ceccolini
musiche Michele Tadini
produzione Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana

È la vista di un cieco, evocazione di Borges, a illuminare il buio dei nostri labirinti interiori in Cita a ciegas (Confidenze fatali) dell’argentino contemporaneo Mario Diament, scoperto da Andrée Shammah che lo ha portato al successo a Milano e in una lunga tournée nel 2018.
La regia svela il paradosso facendo risuonare negli interpreti le corde più intime e ci porta fuori dal labirinto, in una realtà parallela e più vera. Con Gioele Dix che rivela nuove, impalpabili espressività nel ruolo del cieco/Borges, Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà, Roberta Lanave, lo spettacolo è coprodotto con Fondazione Teatro della Toscana.
Un uomo cieco è seduto su una panchina di un parco a Buenos Aires. È un famoso scrittore e filosofo che era solito godersi l’aria mattutina. Quella mattina, la sua meditazione viene interrotta da un passante da qui una serie di incontri e dialoghi svelano legami tra i personaggi sempre più inquietanti, misteriosi e a tratti inaspettatamente divertenti. Come Borges, che crebbe parlando e scrivendo in inglese e spagnolo e visse in diversi paesi, Diament è uno scrittore interculturale, un emigrato e un esule che scrive della e sull’Argentina, sull’identità e l’isolamento, come fece il grande poeta argentino.

12 - 22 dicembre | Palazzina Bagni Misteriosi

PEER GYNT Suite
da Henrik Ibsen
musiche Edvard Grieg
regia Luca Micheletti
un progetto drammaturgico di e con Federica Fracassi e Luca Micheletti
arrangiamenti e pianoforte Lorenzo Grossi
danzatrice e coreografa Lidia Carew
soprano Anna Roberta Sorbo
e con la partecipazione di Lorenzo Vitalone
costumi Antonio Marras
assistenti alla regia Francesco Martucci e Jacopo M. Pagliari
produzione Teatro Franco Parenti
con il sostegno di Compagnia Teatrale I Guitti e Innovation Norway
sotto l’Alto Patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia in Italia

Fulcro dell'articolato progetto intorno ad Ibsen che I Guitti e il Teatro Franco Parenti hanno portato avanti lungo tutta la stagione 2017-18, questa nuova messa in scena itinerante pensata per gli spazi della Palazzina dei Bagni Misteriosi, rappresenta un altro importante sviluppo del percorso di ricerca targato Ibsen della collaudata coppia artistica Micheletti - Fracassi.
Nel violento e avventuroso scontro con il mondo reale Peer Gynt, “Faust norvegese” alla ricerca di se stesso, sperimenta la differenza fra autenticità e finzione, esplorando tumultuosamente i rapporti con il femminile, con la realtà storica e sociale, con la fede e le forze oscure, in un viaggio di formazione tutto teatrale, fondato sulla potenza e le insidie dell’immaginazione.
Peer Gynt è un’opera-mondo di grandioso respiro poetico e teatrale e la si può attraversare, forse, all’infinito e in forme innumerevoli. Ora riuniamo in una rapsodia tre frammenti che hanno al loro centro altrettanti temi cruciali «Fallire», «Mentire», «Morire».
Peer Gynt non si sa chi sia, né dove sia, leggenda o realtà, vivo o morto, uomo o troll è la storia (e la fiaba) di una ricerca di riscatto, di verità e di vita e non può che avvenire attraverso la perturbante immersione nel mondo alla rovescia del fallimento, della menzogna e dell’aldilà.

17 – 22 dicembre | Sala AcomeA

PERLASCA. IL CORAGGIO DI DIRE NO
di e con Alessandro Albertin
regia Michela Ottolini
luci Emanuele Lepore
produzione Teatro de Gli Incamminati in coproduzione Teatro di Roma

Un “gioiello teatrale responsabile e intelligente” che ci consegna la storia dello “Schindler italiano”.
Budapest, 1944. Giorgio Perlasca, un commerciante di carni italiano, è ricercato dalle SS. La sua colpa è quella di non aver aderito alla Repubblica di Salò. Per i tedeschi è un traditore e la deve pagare. In una tasca della sua giacca c’è una lettera firmata dal generale spagnolo Francisco Franco che lo invita, in caso di bisogno, a presentarsi presso una qualunque ambasciata spagnola. In pochi minuti diventa Jorge Perlasca e si mette al servizio dell’ambasciatore Sanz Briz per salvare dalla deportazione quanti più ebrei possibile. Quando Sanz Briz, per questioni politiche, è costretto a lasciare Budapest, Perlasca assume indebitamente il ruolo di ambasciatore di Spagna. In soli 45 giorni, sfruttando straordinarie doti diplomatiche e un coraggio da eroe, evita la morte ad almeno 5.200 persone. A guerra conclusa torna in Italia e conduce una vita normalissima, non sentendo mai la necessità di raccontare la sua storia, se non a pochi intimi. Vive nell’ombra fino al 1988, quando viene rintracciato da una coppia di ebrei ungheresi che gli devono la vita. Dichiarato Giusto tra le Nazioni nel 1989.

31 dicembre – 6 gennaio | Sala Grande

GARDEN-PARTY (Francia)
creazione collettiva di Stefania Brannetti, Carole Fages, Susanna Martini, Frédéric Ruiz, Charlotte Saliou, Julien Schmidt, Christian Tétard
con Benjamin Bernard, Stefania Brannetti, Gregory Corre, Carole Fages, Matthieu Lemeunier, Fabrice Peineau, Hélène Risterucci, Frédéric Ruiz, Charlotte Saliou
regia Alexandre Pavlata
stage management Fabrice Peineau
produzione Quartier Libre

Siete gentilmente invitati a una serata dove esploderanno la follia, l’incredulità e l’ironia. Una caricatura grottesca di una caricatura, lo spettacolo racconta con sarcasmo e ferocia la decadenza della borghesia, combinando i codici della danza, del mimo, dell’opera e del circo.
Uno show ibrido che mette in scena una serie di sketches dove lo spirito dei Monty Python, Tarantino e Nadine De Rotschild s’incontrano.
La Compagnie N°8 è una compagnia francese che ama trattare i temi d’attualità attraverso dei rovesciamenti di senso, con ironia e paradossi. Amano essere feroci e scorretti, indisciplinati e provocanti per raccontare l’incongruenza del mondo in cui viviamo. Ma, allo stesso tempo, amano la bellezza, la poesia e i sogni. Sono dei clown e dei buffoni contemporanei, divertenti e amanti della vita.

7 – 19 gennaio | Sala AcomeA

SHAKESPEA RE DI NAPOLI
composto e diretto da Ruggero Cappuccio
con Claudio Di Palma e Ciro Damiano
musiche Paolo Vivaldi
costumi Carlo Poggioli
luci Giovanna Venzi
aiuto regia Nadia Baldi
produzione Teatro Segreto

Shakespea Re di Napoli è il testo di Ruggero Cappuccio (pubblicato nella Collana Classici Einaudi) che dal 1994 viene rappresentato sui palcoscenici di teatri italiani ed esteri e che ha ottenuto importanti riconoscimenti sia nazionali che internazionali.
In Shakespea Re di Napoli il mistero dei Sonnets si addensa in una storia in cui le antiche suggestioni legate a Willie Huges e l’attore fanciullo del teatro elisabettiano, sfociano in un racconto che nella fantasia e nella forza immaginativa pone radici per una pura intuizione poetica sulla natura dei Sonetti. Nella messinscena la straordinaria musicalità della lingua di Shakespeare viene assimilata alla grande vocazione lirica della cultura letteraria del barocco napoletano. Il senso del suono diviene quasi suono dei sensi, dell’inesausto intreccio di endecasillabi e settenari.
Sullo sfondo, una misteriosa notte di Carnevale, un castello, un vicerè, due storie e l’ombra di Shakespeare.

8 – 19 gennaio | Sala Grande

WINSTON vs CHURCHILL
da Churchill, il vizio della democrazia di Carlo G. Gabardini
con Giuseppe Battiston
e con Maria Roveran
regia Paola Rota
scene Nicolas Bovey
costumi Ursula Patzak
luci Andrea Violato
suono e musica Angelo Longo
produzione Nuovo Teatro in coproduzione con Fondazione Atlantide Teatro Stabile Verona

È possibile che un uomo da solo riesca a cambiare il mondo? Cosa lo rende capace di cambiare il corso della storia? Cosa gli permette di non impantanarsi nella poderosa macchina del potere e della politica, di non soccombere agli ingranaggi? Queste domande ci guidano nell’interesse per un uomo sicuramente non qualunque, un uomo, un politico che è un’icona, quasi una maschera Winston Churchill per certi versi è il Novecento, è l'Europa, forse è colui che, grazie alle sue scelte politiche, ha salvato l'umanità dall'autodistruzione durante il bellicoso trentennio che va dal 1915 al 1945. Churchill incarna il primato della politica e umanamente è un eccesso in tutto tracanna whisky, urla, sbraita, si lamenta, ma senza mai arrendersi, fuma sigari senza sosta, tossisce, è risoluto ma ammira chi è in grado di cambiare idea, conosce il mondo ma anche i problemi dei singoli, ha atteggiamenti e espressioni tranchant, e battute che sembrano tweets “Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”.
Giuseppe Battiston incontra la figura di Churchill, la porta in scena, la reinventa, indaga il mistero dell’uomo attraverso la magia del teatro, senza mai perdere il potente senso dell’ironia “Meglio fare le notizie che riceverle, meglio essere un attore che un critico”.
Di tutto questo parla il testo di Carlo G. Gabardini, che mostra Churchill in un presente onirico in cui l'intera sua esistenza è compresente e finisce per parlare a noi e di noi oggi con una precisione disarmante.

14 – 26 gennaio | Sala Tre

IO, MAI NIENTE CON NESSUNO AVEVO FATTO
drammaturgia e regia Joele Anastasi
con Joele Anastasi, Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
co-produzione Vuccirìa Teatro

La giovane Compagnia Vuccirìa Teatro, formatasi nel 2012, racconta con semplicità e intelligenza un dramma di tre voci dall’impatto emotivo travolgente che scava nell’ingenuità e nella passione, nell’istinto di un universo popolare, nella poesia pura e ingrata, nella violenza e nella malattia, sullo sfondo di un panorama palermitano senza filtri.
Io, mai niente con nessuno avevo fatto è la storia di Giovanni, incarnazione dell’ingenuità e della passione allo stato puro, dell’innocenza che supera tutte le barriere della conoscenza e dell’ignoranza dice tutto quello che pensa e crede a tutto quello che gli viene detto. Giovanni è la forza e il coraggio di chi non riesce a vedere il mondo se non come uno spartito di note da danzare. L’istinto alla vita e alla sopravvivenza. I tre personaggi gravitano in un universo popolare pieno di brutalità, dove nulla è comandato dalla mente ma solo dall’impulso e dal corpo. Uomini che sono bestie, che sono angeli, che sono demoni. La violenza si scontra con l’ingenuità, dove Rosaria, cugina di Giovanni, è tutto per lui sorella, fidanzata, madre e figlia. C’è spazio per l’amore ma anche per la rivalsa. Ma tutto ha un prezzo.

21 gennaio - 2 febbraio | Sala Grande
SKIANTO
uno spettacolo di e con Filippo Timi
luci Gigi Saccomandi
costumi Fabio Zambernardi
produzione Teatro Franco Parenti

Una favola amara, un testo spiazzante che mescola rabbia e dolore ad una esilarante ironia. Sul palco un anticonvenzionale, istrionico e intimo Filippo Timi.
«Una sarabanda di lampi immaginifici e sferzate emotive invade la scena mescolando nell’ impasto dolce di una favola pop l’irrefrenabile ricerca di un’identità fuori dalla “handicappitudine”».

«Skianto è la bocca murata. È il racconto di un ragazzo disabile che ha il cancello sbarrato. Io spalanco quella bocca in un urlo di Munch. Gli esseri umani sono disabili alla vita. E siamo tutti un po’ storti se ci confrontiamo alla grandezza della Natura.
Esiste una disabilità non conclamata che è l’isolamento, l’incapacità di fare uscire le voci.»
Filippo Timi

Timi è un attore che sfida le convenzioni, vince le resistenze e convince. È carismatico, istrionico, generoso, autoironico, ambiguo, semplice e complesso. […] Nel racconto emerge il suo sentirsi nella doppia gabbia, del corpo e della stanza; si toccano la rabbia dell’impotenza che scoppia devastante, il desiderio d’amore e di sesso, la violenza della società.
Ma è il sorriso e lo sguardo beffardo — stupito — sul mondo che domina lo Skianto di Timi.
(Magda Poli – Il Corriere della Sera)

22 gennaio – 2 febbraio | Sala AcomeA

NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI
Storia vera di Enaiatollah Akbari
di Fabio Geda
nella riduzione a firma dell’autore
con Paolo Briguglia, Roberto Salemi
musiche eseguite dal vivo da Fabio Zeppetella
regia Paolo Briguglia e Edoardo Natoli
scene e costumi Alessandra Traina
disegno luci Luigi Biondi
produzione BAM Teatro in collaborazione con Palermo Teatro Festival

Dal best seller di Fabio Geda, uno dei libri più commoventi comparsi in Italia negli ultimi anni e già tradotto in 31 paesi, con la toccante interpretazione di Paolo Briguglia.
C’era (c’è sempre) una volta un bambino. Ma se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che, anche se sei un bambino alto come una capra e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi, qualcuno reclami con prepotenza la tua vita.  In alcune parti del mondo l’età dei giochi finisce molto presto. Dopo la morte del padre il piccolo protagonista è costretto a nascondersi per sfuggire a ricatti e ad angherie finché la madre decide di portarlo lontano, affidandolo alla buona sorte. Quasi un romanzo di formazione, ma intessuto di realtà, che comincia in Medio Oriente per concludersi in Europa.
Una riflessione attualissima sulle immigrazioni, dolorose e pericolose in tutti i tempi, compreso il presente. Ed una grande lezione sulla speranza e sull’umanità.

4 - 9 febbraio | Sala AcomeA

LA PUREZZA E IL COMPROMESSO
scrittura scenica e regia Paolo Trotti
con Stefano Annoni, Diego Paul Galtieri, Margherita Varricchio e Michele Constabile
aiuto regia Fiammetta Perugi
scene e costumi Francesca Biffi
luci Gabriele Santi
responsabile di produzione Simona Migliori
produzione Teatro Linguaggicreativi
con il sostegno del Centro Residenza della Toscana (Armunia Castiglionecello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro)

L’universo di Testori incontra l’immaginario cinematografico di Luchino Visconti e diventa ispirazione per una storia nuova nella Milano dei nostri giorni, una metropoli in cui si muovono gli stessi personaggi delineati dallo scrittore ne I racconti del Ponte della Ghisolfa.
Uomini e donne, disperati, semplici, immigrati, prostitute, omosessuali, sportivi, che cercano una via d’uscita in grado di cambiare la loro vita. I cinque attori danno vita a personaggi che vivono ai margini della città operai, gli inquilini dell’edilizia popolare, i migranti arrivati nella grande città alla ricerca di un lavoro. La speranza di arricchirsi attraverso la boxe, lo scontro tra fratelli a causa di una donna (ispirato a Rocco e i suoi fratelli) sono qui raccontati con disincanto in un dramma che, ancora ai nostri giorni, risulta intenso, in cui passioni antiche e problemi moderni sono condotti a unità. Dopo La nebbiosa di Pasolini e I Ragazzi del massacro di Scerbanenco, con La purezza e il compromesso, Paolo Trotti prosegue il viaggio attraverso gli autori che hanno raccontato la città ed i suoi mutamenti.

11- 23 febbraio | Sala Grande

I PROMESSI SPOSI ALLA PROVA
di Giovanni Testori
adattamento e regia Andrée Ruth Shammah
con Luca Lazzareschi, Laura Marinoni
e con Filippo Lai, Nina Pons, Laura Pasetti, Sebastiano Spada
e la partecipazione di Carlina Torta
scena Gianmaurizio Fercioni
luci Camilla Piccioni
musiche Michele Tadini e Paolo Ciarchi
costumi scelti dalla regia dal materiale di sartoria del Teatro curata da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti/Fondazione Teatro della Toscana
con il sostegno dell’Associazione Giovanni Testori quante procedure processi vai

“Questo è un tempo di inquietudini, di perdita di confini e valori che chiede di tornare indietro per fare il punto, confrontarsi e rimettersi “alla prova”.
Ci sono momenti storici in cui alcuni testi ci sembrano necessari; la prima volta che ho messo in scena I Promessi sposi alla prova con Franco Parenti, ne sentivo la necessità e la sento oggi, come e forse più di allora. Per quanto lontano da noi e dallo spirito del nostro tempo, un classico è tale perché capace di risvegliare dubbi ed emozioni proprie a tutti gli esseri umani, in qualsiasi epoca.
Testori ha accolto, tradito o tradotto le parole di Manzoni in una nuova forma che rende contemporanee e facilmente comunicabili verità antiche di cui abbiamo nuovamente bisogno.
Con questo spettacolo, non solo si vuole restituire al pubblico uno dei capisaldi della letteratura italiana e far conoscere e amare la riscrittura di Testori, ma si intende esortare a camminare con una nuova consapevolezza nel nostro tempo e a riscoprire i fondamenti del Teatro, come lo intendo io ancora e sempre di più.”
E’ a partire da questa urgenza che Andrée Ruth Shammah ha riportato in scena I promessi sposi alla prova con una vitalità sorprendente che si riserva ai grandi classici. In questa nuova messa in scena ogni personaggio sembra preso dall’oggi. La sfida vinta è stata quella di far rivivere lo spettacolo originario del 1984, tagliando alcuni passaggi ma aggiungendo più citazioni manzoniane affidate a giovani interpreti affiancati da grandi attori che con grande generosità si sono messi alla prova.

12 febbraio - 1 marzo | Sala AcomeA

DOLORE SOTTO CHIAVE
SIK-SIK L’artefice Magico
due atti di Eduardo De Filippo
con Carlo Cecchi, Angelica Ippolito,
Vincenzo Ferrera, Dario Iubatti, altri attori in definizione
regia Carlo Cecchi
produzione Marche Teatro / Teatro di Roma / Elledieffe

Un dittico con la regia di Carlo Cecchi che riunisce due atti unici di Eduardo De Filippo Dolore sottochiave e Sik-Sik, l’artefice magico.

Dolore sotto chiave nasce come radiodramma nel 1958, andato in onda l’anno successivo con Eduardo e la sorella Titina nel ruolo dei protagonisti, i fratelli Rocco e Lucia Capasso. Viene portato in scena due volte con la regia dell'autore, con Regina Bianchi e Franco Parenti nel 1964 (insieme a Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello) per la riapertura del Teatro San Ferdinando di Napoli e nel 1980 (insieme a Gennareniello e Sik-Sik) con Luca De Filippo e Angelica Ippolito.
Lucia, sorella di Rocco, per molti mesi nasconde al fratello – nel timore che questi possa compiere un atto inconsulto -  l'avvenuta morte della moglie Elena e finge di occuparsi delle cure della donna, gravemente malata. Lucia impedisce a Rocco di vedere la moglie, con la scusa che la sua sola presenza potrebbe causare emozioni che potrebbero esserle letali.  Rocco, esasperato dalla interminabile agonia di lei, in una crisi di rabbia entra a forza nella stanza della malata e la scopre vuota. Lucia gli rivela l'amara verità la moglie è morta da tempo, mentre lui era in viaggio per lavoro. Comincia qui un alternarsi di responsabilità e accuse fra i due fratelli; si presentano, non voluti da Rocco, i vicini, per sostenerlo nel lutto; infine Rocco rivelerà alla sorella i suoi segreti.

Sik-Sik l’artefice magico, atto unico scritto nel 1929, è uno dei capolavori del Novecento.  “Come in un film di Chaplin” - dice Carlo Cecchi - “è un testo immediato, comprensibile da chiunque e nello stesso tempo raffinatissimo. L’uso che Eduardo fa del napoletano e il rapporto tra il napoletano e l’italiano trova qui l’equilibrio di una forma perfetta, quella, appunto, di un capolavoro.”  Sik-Sik (in napoletano, “sicco” significa secco, magro e, come racconta lo stesso Eduardo, si riferisce al suo fisico) è un illusionista maldestro e squattrinato che si esibisce in teatri di infimo ordine insieme con la moglie Giorgetta e Nicola, che gli fa da spalla. Una sera il compare non si presenta per tempo e Sik-Sik decide di sostituirlo con Rafele, uno sprovveduto capitato per caso a teatro. Con il ripresentarsi di Nicola poco prima dello spettacolo e con il litigio delle due “spalle” del mago, i numeri di prestigio finiranno in un disastro e l’esibizione si rivelerà tragica per il finto mago ma di esilarante comicità per il pubblico.
Con più di 450 repliche solo a Napoli, lo spettacolo ebbe un successo enorme. Eduardo reinterpretò Sik-Sik alla fine della sua carriera; recitò per l’ultima volta al Teatro San Ferdinando di Napoli nell’aprile del 1979 e nel 1980, al Manzoni di Milano, affiancato dal figlio Luca e da Angelica Ippolito, si ritirò dalle scene dopo cinquant’anni di carriera. “Partecipai all’edizione del 1980” – ricordava Luca De Filippo in un’intervista – “Allora ero giovane, fu un momento bellissimo. Avevo già fatto parti importanti, ma nel ruolo di Rafele riuscii per la prima volta a far ridere mio padre”.

13 febbraio - 1 marzo | Sala Tre

PER STRADA
di Francesco Brandi
regia Raphael Tobia Vogel
con Francesco Brandi e Francesco Sferrazza Papa
produzione Teatro Franco Parenti

Considerato ormai a tutti gli effetti un “piccolo cult” del binomio Brandi-Vogel, vincitori del premio Enriquez 2018 per regia e drammaturgia, Per Strada torna al Parenti.
Una commedia ben congegnata e ben recitata che racconta di una gioventù più tormentata che mai. Tra hit dei Beatles, miti del calcio, battute fulminanti, crisi di nervi ed equivoci questa coppia “sgangherata” di giovani si trova a sorpassare quella fatidica linea d’ombra tra giovinezza e maturità.
Due sconosciuti si incontrano per strada sotto una tormenta di neve, e, per il freddo e la fretta di arrivare, non stanno mai fermi. La strada, come in Kerouac, diventa lo spazio del loro viaggio fallimentare. Jack e Paul, questi i loro nomi, non sono altro che i testimoni di una generazione annoiata, un po’ velleitaria, incapace di risolvere i problemi, perché non sa andare fino in fondo e perché convinta che non spetti a lei cambiare il mondo. Jack e Paul pur consapevoli di questo, affrontano la loro condizione esistenziale un po’ ludicamente, come se volessero giocare col fuoco, con l’intento di trasformare il loro dramma in una involontaria comicità. Vorrebbero lasciare un segno, stupire i loro interlocutori, ma per farlo non possono non ricorrere a un gesto estremo, magari capovolgendo la situazione di partenza.

25 febbraio – 1 marzo | Sala Grande

DRACULA
da Bram Stoker
adattamento teatrale di Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini
con Luigi Lo Cascio, Sergio Rubini
e con Lorenzo Lavia, Roberto Salemi, Geno Diana
scene Gregorio Botta
costumi Chiara Aversano
musiche Giuseppe Vadalà
progetto sonoro G.U.P. Alcaro
luci Tommaso Toscano
regia Sergio Rubini
regista collaboratore Gisella Gobbi
produzione Nuovo Teatro

Dopo il successo di Delitto/Castigo Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio tornano a Milano per cimentarsi in una nuova riscrittura di un altro capolavoro della letteratura, l’ultimo grande romanzo gotico Dracula.
L’opera di Bram Stoker è prima di tutto un viaggio notturno verso l’ignoto. Un viaggio tra lupi che ululano e grandi banchi di foschia. A compiere il viaggio è il giovane procuratore londinese Jonathan Harker, incaricato di recarsi in Transilvania per curare l’acquisto di un appartamento a Londra da parte del Conte Dracula. Il giovane avvocato non sa la sciagura che lo attende ma immediatamente si ritrova avvolto in un clima di mistero e di scongiuri. È proprio in questo clima di illusione, di oscurità e paura che sarà calato colui che si accosta al cancello del suo castello, come chi sopraggiunto nell’Ade comprende a poco a poco di essere finito in una tomba.
Ma il viaggio che compie il giovane Harker non si limita a quell’esperienza fatta di angoscia e paura. L’orrore di ciò che ha vissuto al Castello deborda e finisce con l’inghiottire tutta quanta la sua esistenza, diventa un’ossessione che contamina tutto ciò che ha di più caro, destabilizzando irrimediabilmente ogni certezza. Una dimensione dove il buio prevarrà sulla luce, il cupo battere di una pendola segnerà il tempo del non ritorno. Una realtà malata dove sarà impossibile spezzare la tensione e da cui sembrerà difficile uscirne vivi.
Perché di quell’oscurità ogni individuo è portatore e il racconto di Dracula ci offre l’opportunità di scoperchiare il mostro che si cela in ognuno di noi mettendoci a confronto con i nostri più profondi e ancestrali misteri.

10 - 29 marzo | Sala AcomeA

LOCKE
di Steven Knight
di e con Filippo Dini
produzione Teatro Franco Parenti

La trasposizione teatrale di un film di grande successo è la sfida che il Teatro Franco Parenti affida a Filippo Dini, attore e regista tra i più interessanti del panorama teatrale.
Locke è un film inglese del 2013, scritto e diretto da Steven Knight, con protagonista Tom Hardy.
Un uomo ha appena finito di lavorare, lavora in cantiere. Si toglie gli stivali, sale in auto e parte. Si ferma ad un semaforo rosso. L’uomo mette la freccia a sinistra. Aspetta, pensa. Scatta il verde. L’uomo non parte, pensa. Dietro di lui arriva in camion che vuole passare, l’autista del camion suona il clacson, l’uomo guarda dallo specchietto retrovisore e si risveglia dai suoi pensieri. Qui, in questo preciso istante, cambia tutto. L’uomo prende la decisione che cambierà la sua vita per sempre. L’uomo si chiama Ivan Locke.
La trasposizione teatrale del lungometraggio esalterà la forma teatrale del testo. Si tratta, infatti, di un monologo che rifiuta la forma del soliloquio. Locke parla continuamente con altre persone. La sua storia ci viene raccontata solo attraverso i dialoghi che ha con gli altri al telefono. Non sappiamo nulla dei suoi pensieri né delle sue emozioni, se non tramite i rapporti che instaura con gli altri, dando così al protagonista una magica sensazione di mistero e di fascino che lo trasformerà in un personaggio drammatico a tutti gli effetti.

12 – 15 marzo | Sala Grande

WHEN THE RAIN STOPS FALLING
di Andrew Bovell
da un progetto di lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli
traduzione Margherita Mauro
con Caterina Carpio, Marco Cavalcoli, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese,
Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Camilla Semino Favro, Francesco Villano
scene Carlo Sala
costumi Gianluca Falaschi
disegno luci Luigi Biondi
disegno del suono Alessandro Ferroni
disegno video Maddalena Parise
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Fondazione Teatro Due
con il sostegno di Ambasciata d’Australia e Qantas

Sta piovendo. Gabriel York aspetta l’arrivo del figlio ormai adulto, che non vede da quando questo aveva sette anni “So cosa vuole. Vuole quello che tutti i giovani uomini vogliono dai loro padri. Vuole sapere chi è. Da dove viene. Dove sia il suo posto. E per quanto ci provi non so cosa dirgli.” È questo l’inizio apparente, o forse l’epilogo, di una saga familiare che ci porta, vertiginosamente – dal 2039 al 1959, slittando nel e con il tempo – alle soglie di un diluvio torrenziale che ha il sapore eccentrico e favoloso della pioggia di rane in Magnolia di Paul Thomas Anderson.
Storia delle famiglie Law e York quattro generazioni di padri e figli, delle loro madri e mogli, il testo epico del drammaturgo australiano, è un racconto intimo e distopico che Bovell disegna con un’affascinante struttura drammaturgica, dove i diversi fili narrativi, il graduale sovrapporsi delle temporalità e l’incrocio dei destini delle quattro generazioni, raccontano una corrispondenza così profonda tra le esperienze di ognuno da suggerire che negli alberi genealogici non vi siano ‘scritti’ solo i nomi dei protagonisti, ma anche i comportamenti, le inclinazioni, i desideri e gli errori.
When the Rain Stops Falling fa del viaggio nel tempo una vera e propria forma stilistica, senza usare l’espediente del flashback, ma piuttosto grazie a un’architettura narrativa nitida e complessa che si muove nello spazio e nel tempo della storia stessa. I personaggi da vecchi e da giovani entrano ed escono da un quadro all’altro, da un paesaggio all’altro, con un ritmo incalzante che l’autore introduce fin dalle prime pagine. Una partitura complessa, sonora e visiva, che accompagna i personaggi – e lo spettatore – dentro e fuori dal tempo, all’interno di ogni sua piega

20 – 29 marzo | Sala Grande
TARTUFO
di Molière
adattamento e regia Roberto Valerio
con (o.a.) Giuseppe Cederna, Roberto Valerio
e con Paola De Crescenzo, Massimo Grigò, Elisabetta Piccolomini, Roberta Rosignoli,
Luca Tanganelli
scene Giorgio Gori
costumi Lucia Mariani
luci Emiliano Pona
produzione Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale
con il sostegno di Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Regione Toscana

Il più delle volte, le versioni sceniche di Tartufo si sono concentrate sull’ipocrisia del personaggio del titolo. Non c’è dubbio che all’epoca in cui Molière scrisse la sua opera, i suoi obiettivi chiari erano i bigotti che usavano il rigorismo religioso come facciata per nascondere i loro empi comportamenti, senza nemmeno credere a ciò che stavano predicando. La battaglia era tra la verità e l’inganno, l’onestà e l’ipocrisia.
Ora, 350 anni dopo, - scrive il regista Roberto Valerio - questa equazione va parzialmente modificata. Tartufo non può più essere un semplice impostore. È molto più di questo un profeta anticonformista che denunzia, maledice e combatte (in apparenza) contro un mondo di materialismo, consumismo, lassismo, dissolutezza, permissività e amoralità. Questo angelo oscuro o demone pietoso irrompe in una famiglia borghese benestante, la sconvolge completamente e ne prende il controllo. Affascina interamente il pater familias Orgone e sua madre, le due figure chiave del potere familiare, mentre simmetricamente, respinge gli altri personaggi. La sua preda, Orgone, è un uomo solo, fragile, non compreso dalla sua famiglia, in preda alla moderna malattia della depressione che sfocia in attacchi di ansia e nevrosi. E Tartufo è il suo medico, l’unico che riesce a comprenderlo e a regalargli serenità. Orgone è la fragilità di un cuore catturato per la prima volta, il potere comico di un’anima contraddittoria, l’autorità della figura paterna che in modo vendicativo ha deciso di insegnare a tutta la sua famiglia come vivere punendola con Tartufo.
Una commedia molto divertente che sa unire la satira corrosiva alla profonda riflessione sull’animo umano e sui valori sociali. Uno spettacolo in cui sarà divertente rovesciare, confondere, bene e male, in una promiscuità di temi, caratteri e intrecci che nascondono, dietro i rumorosi ingranaggi della commedia, un riso amaro.

20 – 22 marzo | Sala Tre
MOTHERS, THREE (Israele)
Documentary play
testo e regia Lahav Timor
con Yehiam Barko, Yoni Grin, Sagi Tai

Spettacolo in lingua originale sovratitolato

Il lavoro nasce da una ricerca antropologica condotta dal giovane regista israeliano intervistando le madri dei soldati al fronte.
Testo vincitore di Eurodram 2018

Dedicato alle madri i cui figli partono per la guerra, lo spettacolo è nato da una serie di interviste a madri israeliane i cui figli hanno combattuto al fronte e sono tornati a casa sani e salvi.
Sul palco, tre giovani attori ci invitano a volgere lo sguardo verso la porta d'ingresso, dove si riversa tutto l’universo psicologico delle madri, tra paure, speranze, preghiere e immaginazione.
Le testimonianze dirette di diverse donne invitano lo spettatore a interrogarsi Cos'è la maternità? Come si svolge la vita di coloro che attendono nell'ombra con la minaccia di una sirena o della la notizia della caduta di un soldato? Cosa definisce in Israele le relazioni tra madri e figli e tra una madre e un figlio-soldato?
Le parole e le anime delle madri vengono gettate nella nave delle voci e dei corpi maschili dei figli, ricreando così l’intensa esperienza di una donna che cerca con tutte le sue forze di non perdere un figlio.

24 marzo – 9 aprile | Sala Tre

VERSO SANKARA
Alla scoperta della mia Africa
drammaturgia e regia Maurizio Schmidt
con Alberto Malanchino
luci Massimo Guarnotta
spazio scenico Federico Fedostiani
produzione Farneto Teatro in collaborazione con Tamat

Sankara è stato il Presidente ribelle del Burkina Faso, il Che Guevara africano, una delle più carismatiche figure politiche del Novecento; divenuto un mito perché ucciso a 38 anni dal suo compagno di rivoluzione Blaise Compaore che poi ha governato il paese nella corruzione per 27 anni fino ad essere cacciato da una insurrezione nel 2014. È stato la figura di riferimento del panafricanismo, del rifiuto della dipendenza neocoloniale attraverso gli aiuti umanitari e della "terza via africana”.
Lo spettacolo è il racconto di un viaggio di ritorno in Burkina Faso alla ricerca delle proprie radici da parte di un giovane italiano di origine burkinabè. Il diario esistenziale di un métis che torna nel Burkina Faso, comincia a muoversi come un giornalista dilettante che chiede a tutti come sia fatta una rivoluzione e va ad incontrare uno a uno i Ministri sopravvissuti, le Commissarie del Popolo, i collaboratori di Sankara, la gente comune, la sua famiglia di origine.
Ma nell’ultimo viaggio in Burkina Faso, assisterà a quello che avviene in questi ultimi mesi la rapida trasformazione del paese di Thomas in un posto molto insicuro anche per lui, per l’esplosione del terrorismo e la crescita di tensioni sociali che erano latenti. Così il ragazzo “mezzo bianco e mezzo nero” (come lui si definisce) che vive sulla sua pelle in occidente la difficoltà di essere nero, vivrà in Africa la difficoltà di essere anche bianco.

31 marzo – 9 aprile | Sala AcomeA

L’ANGELO DI KOBANE
di Henry Naylor
traduzione Carlo Sciaccaluga
regia Simone Toni
con Anna Della Rosa
creazione visiva Christian Zurita
produzione Teatro Nazionale Genova

Chi ricorda l’assedio di Kobane, la città curda al confine con la Siria? Sono passati pochi anni, eppure di quei tragici fatti della guerra civile siriana resta una memoria confusa. Il pluripremiato autore inglese Henry Naylor ha condotto una lunga indagine, fatta di ricerche, interviste, studio su quanto è accaduto e ne ha tratto un magmatico racconto, un flusso di coscienza che prende spunto da una storia vera. Quella di una giovane donna, una contadina curdo-siriana chiamata Rehana, che avrebbe voluto studiare, diventare avvocato e invece abbracciò il kalashnikov. Fino a diventare un implacabile cecchino delle truppe femminili che combatterono contro l’Isis.
“Volevo raccontare – spiega l’autore – quanto e come le nostre ambizioni, i nostri sogni, possano essere distrutti dall’ambizioni di qualcun altro. E di come una donna, che credeva nella pace e nella giustizia, si sia convertita alle armi e alla violenza”.

1 – 5 aprile | Sala Grande
IO E PIRANDELLO
in viaggio con i miei autori
di e con Sebastiano Lo Monaco
regia Salvo Bitonti
musiche Dario Arcidiacono
produzione Associazione Sicilia Teatro

Io e Pirandello. Ma anche io e Sofocle, io e il teatro, io e la Sicilia. È un appassionato viaggio-confessione attraverso quarant’anni di personaggi e palcoscenici lo spettacolo di Sebastiano Lo Monaco.
Ideato in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dalla nascita del grande drammaturgo siciliano, Sebastiano Lo Monaco – considerato grande interprete dell’arte di Luigi Pirandello – trasporta lo spettatore in una Sicilia lontana, fatta di ricordi e aneddoti della sua storia personale che raccontano il suo incontro con il teatro.
Ironia e comicità, sincerità e leggerezza stanno alla base di questo lavoro. Un recital che diventa testimonianza di un modo di fare teatro senza cadere nella retorica e nella farsa. Sebastiano Lo Monaco sceglie di farci ridere passando in rassegna i personaggi del suo repertorio che combina con quelli della sua autobiografia in quella che è una grande lezione di teatro.

5 – 17 maggio | Sala Grande

COSÌ È (SE VI PARE)
di Luigi Pirandello
con (in o.a.) Francesca Agostini, Mauro Bernardi, Andrea Di Casa, Filippo Dini, Ilaria Falini, Mariangela Granelli, Dario Iubatti, Orietta Notari, Maria Paiato, Nicola Pannelli, Benedetta Parisi, Giampiero Rappa
regia Filippo Dini
scene Laura Benzi
costumi Andrea Viotti
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino
assistente alla regia Carlo Orlando
assistente ai costumi Eleonora Bruno
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Il signor Ponza, la sua misteriosa moglie e la suocera, signora Frola, sono i protagonisti della trama da poliziesco che Luigi Pirandello costruisce nel 1917 con Così è (se vi pare). Un gioco di enigmi sul tema, caro al drammaturgo siciliano, della dimensione sempre tragicamente soggettiva della verità, che non esclude una potente dimensione grottesca. A sfidare questo classico del teatro italiano, con il quale si sono cimentati mostri sacri e mattatori, è il pluripremiato Filippo Dini, che per la prima volta affronta il grande drammaturgo siciliano. Dini scardina la tradizione del “pirandellismo” con un Pirandello che guarda a Buñuel il confronto tra i personaggi si consuma come un gioco al massacro, violento e crudele, in un claustrofobico interno borghese. L’allestimento si muove in una dimensione onirica e surreale non c’è realtà, non c’è verità, se non quella mutevole e soggettiva dell’inconscio, del sogno. Nel palleggio di attribuzione della pazzia su cui Pirandello fonda la sua commedia/thriller (il folle è il signor Ponza che crede defunta la moglie ancora viva o è matta la signora Frola che ha perso il senno dopo la morte della figlia?) Dini indica una strada alternativa pazzi sono i borghesi del paese, gretti e pettegoli, che osservano e giudicano dal di fuori, simili agli spettatori di un grande show permanente. Come del resto è il mondo attuale.

5 – 24 maggio | Sala Tre

CABARET DELLE PICCOLE COSE
di Filippo Timi
Produzione Teatro Franco Parenti

Dieci monologhi che raccontano la storia, le tragedie, gli amori di dieci piccole cose una candelina cianfrusaglia, un rubinetto piagnone, l’ultima sigaretta prima di smettere di fumare, l’eco di una cantante, un sasso innamorato di un altro sasso, uno specchio eccetera.
In un mondo cianfrusaglia ho scritto questi monologhi per dare voce a chi voce non ne ha.
Protagonista è una drammaturgia che nasce dal silenzio e dalla fragilità di sentimenti che appartengono al mondo. Questi piccoli oggetti - come per magia dal tocco della bacchetta magica di una fatina pinocchia, prendono il coraggio per strappare i fili dell’ovvietà, proponendosi in un cabaret a volte surreale a volte melanconico a volte disperatamente comico. Viva la tenerezza». Filippo Timi
A dare corpo a questi testi sono stati selezionati per un laboratorio in residenza i giovani attori Erica Bianco, Livia Bonetti, Matteo Cecchi, Francesca Fedeli, Ilaria Marchianò, Viola Mirmina, Alice Pagotto, Marco Risiglione, Elena Rivoltini, Federico Rubino, Federica Scianna.

24 – 25 maggio | Sala Grande
 
IL SISTEMA PERIODICO
dall’opera di Primo Levi (pubblicata da Giulio Einaudi editore)
drammaturgia Domenico Scarpa e Valter Malosti
con Luigi Lo Cascio
progetto sonoro e live elettronico Gup Alcaro
progetto Valter Malosti
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
realizzato con la collaborazione del Centro Internazionale di Studi Primo Levi
 
Il sistema periodico è un punto dove si concentra tutta l’opera di Primo Levi e tutta la sua biografia intellettuale. Tra i suoi libri, è il libro che occorre leggere se si vuole avere un’immagine completa di lui «il più primoleviano», come lo definì Italo Calvino. Le ventuno storie brevi che compongono l’opera sono intitolate ciascuna a un elemento chimico, da Argon a Carbonio un’autobiografia di un chimico, o per meglio dire, la storia di una passione e delle sue radici.
Lo spettacolo si apre con due racconti di giovinezza. Il primo è Idrogeno, con cui Levi ci porta all’origine della sua vocazione di scienziato e di tecnico alimentata negli oltre quarant’anni che avrebbe speso fra università e ricerca. Invece Zinco con un tono lieve e inaspettato racconta di una amicizia femminile ai tempi degli studi. Al centro del lavoro ascolteremo Cerio. Levi qui ci riporta dentro al lager, all’interno del laboratorio di chimica dove si narra la storia di una grande amicizia quella con Alberto Dalla Volta, già raccontata in Se questo è un uomo.
E che Levi sia un grande scrittore in senso assoluto lo testimoniano, le pagine di Vanadio, dove ci s’imbatte, vent’anni dopo Auschwitz, nel dottor Müller, un chimico tedesco, un superiore di Levi nel laboratorio chimico del Lager, dove il prigioniero 174517 era stato ammesso a lavorare. Lo testimonia infine, nell’ultima pagina, la straordinaria invenzione conclusiva di Carbonio. Fin dagli anni dell’università Levi ebbe il desiderio di raccontare la storia di un atomo di carbonio. Ne parlava spesso ai suoi amici di allora, e anche nel Lager la immaginò più volte «Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario, insistentemente sognato in un’ora e in un luogo nei quali la mia vita non valeva molto.” E l’atomo di carbonio di cui si racconta la storia e il viaggio secolare entrerà a far parte dei circuiti neurali dello stesso Levi, permettendogli d’imprimere sulla carta il punto con cui l’intero libro, e lo spettacolo con lui, si chiude.

28 maggio - 14 giugno | Sala Tre

OPERA PANICA #DUE
di Alejandro Jodorowsky
con Valentina Picello, Loris Fabiani, Francesco Sferrazza Papa
e con i DUPERDU (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf)
regia e spazio scenico Fabio Cherstich
produzione Teatro Franco Parenti

A partire dalla fortunata esperienza di Opera panica - Cabaret tragico lo spettacolo continua il percorso di ricerca incentrato sulla scrittura visionaria e surreale di Jodorowsky.
In questo caso il giovane regista Fabio Cherstich propone dei nuovi frammenti, scene e canzoni tratti da due pièce mai rappresentate in Italia Zarathustra e L’ipermercato.
I due testi riscrivono e attualizzano in un gioco straniato e meta-teatrale il libro per tutti e per nessuno di Nietzsche e i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello.
Al centro di entrambe le pièce sta l’uomo, con le paure e le angosce che lo rendono schiavo e incosciente, vittima di quel diavolo interiore - la nostra parte oscura- che ci maneggia come fossimo marionette.
Ecco allora che Jodorowsky offre allo spettatore - e agli attori- la possibilità di andare “oltre lo specchio” e di compiere un percorso ironico, poetico e catartico alla ricerca “dell’essenziale sfida al vuoto di una bandiera ondeggiante nel silenzio, esploso dopo il rombo di tuono di chi è riuscito a dire, finalmente, Basta! alle dinamiche oppressive e alienanti del mondo contemporaneo.

15 – 31 maggio | Sala AcomeA

RACCONTO D’ESTATE
di Fabrizio Sinisi
regia Claudio Autelli
scene e costumi Maria Paola di Francesco
sound design Gianluca Agostini
cast in via di definizione
produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Franco Parenti
si ringrazia Associazione Culturale LAB 121 per la collaborazione

Un’attrice che ha sacrificato la carriera per via della nascita del suo unico figlio. Suo marito, un insegnante di scuola caduto in una crisi senza uscita. Una ragazza ricca morbosamente interessata alla vita dei bassifondi. Infine un ragazzo androgino che si prostituisce in un piccolo night-club in uno dei quartieri più esclusivi della città. In una Madrid notturna e surreale questi quattro personaggi si cercano, si toccano, s’incrociano, si feriscono – a volte vicini fino a sanguinare, a volte separati da una distanza siderale.
Il centro buio e inafferrabile della vicenda è la scomparsa di Luis figlio, amico, amante, ragazzo d’incredibile bellezza, di cui da anni non si ricevono più notizie.
Insieme noir e favola nera, tragedia e melò, Racconto d’estate disegna in modo totalmente inedito quel diagramma impossibile che è la famiglia il conflitto generazionale diventa il luogo in cui si ritrovano, condensati, i nuclei brucianti dell’esistenza e i rovesciamenti della storia.
Il rapporto inesauribile tra genitori e figli diventa quindi l’asse di una tensione ad altissimo voltaggio, un processo incrociato che mette in scena l’anelito verso una novità perenne e irraggiungibile e la corsa impossibile verso la maturità, il compimento, il destino.
Una moderna riflessione sui temi dell’identità e del genere, della giovinezza e della maturità, dell’erotismo e della bellezza un dramma sugli enigmi che il desiderio pone a ogni filosofia e visione del mondo.

maggio | Sala Nuova

R.A.M.
di Edoardo Erba
cast da definire
regia Michele Mangini
produzione Teatro Franco Parenti
 
Svegliandosi una mattina, Josè riceve un videomessaggio da se stesso quel senso di vuoto che avverte in testa non è dovuto agli eccessi della sera prima, è un vuoto vero. Perché Josè si è venduto la memoria. Siamo nel secondo secolo del millennio, e l'umanità è divisa in due classi, che si avviano a diventare razze differenti. Da una parte c'è la moltitudine che vive ammassata nelle poche aree abitabili di un pianeta ormai desertificato. Dall'altra i membri della classe agiata, gli Aumentati hanno un fisico perfetto, perché il dna degli individui è stato ottimizzato in fase di concepimento, e il loro cervello - sempre collegato all’Organic Web - è cento volte più performante di quello naturale. Gli Aumentati perseguono un ideale di bellezza e di bontà esclusivamente riservato alla loro casta, ma difettano di esperienze vive, tumultuose, cruente. Perciò da un po' di tempo si è diffusa fra loro la moda del trapianto della memoria. Il trapianto viene ben pagato, e risolve il problema economico dei più poveri fra i "normali”. Josè è stato uno di quelli, almeno così gli racconta la sua voce nel videomessaggio. Ma altro non può aggiungere.
Comincerà per lui il nuovo inferno di una vita agiata ma senza memoria. Una vita in cui le domande Chi sono? Da dove vengo? non saranno metafisiche ma quotidiane e si spalmeranno su ogni piccolo gesto.
Una vecchia androide che gli fa da cameriera, un medico corrotto, una ragazza che ha vissuto la sua stessa esperienza e un ambiguo Aumentato, lo accompagneranno in questo viaggio alla scoperta di sé. Un sé che non può più poggiare sulla narrazione della memoria, ma che conquisterà la percezione di appartenere a un universo più vasto, di cui l'individuo - che abbia memoria o meno - è solo un'onda.

9 - 28 giugno | Sala treno blu

UNA VITA CHE STO QUI
di Roberta Skerl
con Ivana Monti
regia Giampiero Rappa
produzione Teatro Franco Parenti

Uno dei comprensori di case popolari tra i più degradati di Milano sarà sottoposto a ristrutturazione e i residenti temporaneamente spostati altrove. Nonostante la prospettiva positiva, gli inquilini anziani fanno resistenza. Tra loro, Adriana, vecchia milanese comicamente scorbutica. Nel suo fatiscente appartamento la donna affronta la sfida rievocando la propria storia e quella di una Milano che non esiste più. Mentre intorno a lei ruota l'oggi immigrazione, abusivismo, case che cadono a pezzi e scocciatori che a tutti i costi vogliono venderle un quàicoss, tipo il giga per l'internét... Ma se l'è el giga, el marì della gigogìn?
In scena nel ruolo di Adriana, Ivana Monti, attrice milanese dalla grande esperienza e che ha portato sulla scena negli anni caratteri di donne difficili, in storie dure, ai limiti dell’umano, spesso ambientate nella metropoli milanese. Tra queste ricordiamo qualche anno fa Le cose sottili nell’aria di Massimo Sgorbani in coppia con Mario Sala e la regia di Andrée Ruth Shammah.
Tra i vincitori del premio Anima Mundi, Una vita che sto qui si snoda tra risate e malinconie, fotografando una realtà che è di tutte le periferie del mondo.

9 – 12 giugno |Sala nuova

UN POYO ROJO (Argentina)
coreografia Luciano Rosso, Nicolás Poggi
interpreti Alfonso Barón e Luciano Rosso
regia e disegno luci Hermes Gaido
produzione T4, Jonathan Zak e Maxime Seuge

Uno spettacolo esplosivo che unisce brillantemente teatro, danza, acrobatica, sport e che sta registrando il tutto esaurito sia in Argentina che in Europa. Un’opera che, a partire dal linguaggio del corpo, esplora il mondo contemporaneo, confrontandosi con il movimento e le sue interpretazioni. Un poyo rojo è una provocazione, un invito a ridere di noi stessi esprimendo tutto il ventaglio delle possibilità fisiche e spirituali dell’essere umano.
Nello spogliatoio di una palestra, due uomini si scrutano, si squadrano, si provocano, si affrontano tentando di sedursi in una stupefacente danza acrobatica. Fusione di generi e di discipline, questo duello contemporaneo di grande precisione oscilla tra la danza e l’atletica passando per le arti marziali, l’acrobatica, la clownerie. Gli argentini Alfonso Barón e Luciano Rosso possiedono una straordinaria maestria corporea unita a un grande senso del ritmo e a una folgorante capacità di improvvisazione davanti alle sempre diverse reazioni del pubblico.

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