Non si uccidono così anche i cavalli?

“La maratona della vita” non è soltanto, o semplicemente in senso proprio, una maratona di ballo con ricco premio finale, ma qui, in questa drammaturgia tratta dal famoso e omonimo romanzo di Horace McCoy del 1935 che aveva già prodotto la geniale riduzione cinematografica di Sidney Pollack del 1969, ha anche, e soprattutto, un profondo senso metaforico di rappresentazione traslata di un percorso esistenziale, del percorso esistenziale di ciascuno. È una traslazione scenica dunque che pesca in tempi diversi, la grande depressione ovvero la rivolta degli anni 60, e quindi esprime sensibilità diverse, ma insieme uno sguardo unificante e  sovrapponibile che ancora oggi, epoca dei “talent” e dei “contest” televisivi, appare coerente e bruciante nella sua paradossale contemporaneità. La riscrittura drammaturgica infatti sembra quasi smascherare, e di nuovo rendere evidenti, meccanismi di alienazione e sfruttamento che i nuovi contenitori si illudono ancora una volta, nei falsi sorrisi di incoraggiamento e nei falsi orizzonti costruiti (“tu” sei il migliore), di nascondere meglio di allora. Lo fa mostrando il meccanismo nella sua nuda apparenza, quasi evidenziando

ad una ad una le rotelle e gli ingranaggi che lo muovono. Un meccanismo ben oliato che si ripete e che, nei tempi di crisi come la grande depressione o i tempi attuali, slitta e fa slittare i significati della vita, in una metamorfosi che incanta ed imprigiona, che sembra allontanare il male di vivere mentre lo alimenta drammaticamente.
Dentro quella metafora le vite dei protagonisti prendono forma e sembrano prendere significato, accompagnate dai ritmi forsennati della gara alla coscienza tragica del proprio inevitabile fallimento.
Si sovrappongono così la denunzia sociale o sociologica dei meccanismi di sfruttamento economico, con quella psicologica di una alienazione di sé che passa da stereotipi sempre più pesanti e maschere sempre più strette.
Lo spettacolo però appare non avere il coraggio necessario per andare fino in fondo e sceglie una sintassi da musical di Broadway ove, un po' alla volta, decantano gli umori tragici così da renderli forse più spettacolari e tollerabili, occhieggiando ad un pubblico che nella musica, bella comunque, allontana e diluisce pensieri troppo “ispidi”.
Ne viene in parte nocumento alla resa complessiva, al senso ultimo della narrazione e della rappresentazione talora distante, rappresentazione che si alimenta comunque di una efficace messa in scena e di protagonisti bravi, sia nella recitazione che nel ballo e nel canto, a partire da Silvia Salemi, mentre Giuseppe Zeno “conduce le danze”, propriamente e simbolicamente, lasciando trasparire tratti lievemente diabolici ma crudelmente umani.
Produzione OTI Officine del teatro italiano. Versione italiana di Giorgio Mariuzzo. Adattamento e regia di Giancarlo Fares. Interpreti Giuseppe Zeno e Silvia Salemi
e con Riccardo Averaimo, Alberta Cipriani, Vittoria Galli, Alessandro Greco, Salvatore Langella, Martin Loberto, Elisa Lombardi, Maria Lomurno, Francesco Mastroianni, Matteo Milani, Pierfrancesco Scannavino, Lucina Scarpolini e Viviana Simone,
Con la partecipazione live del Piji Electroswing Project: Piji voce e chitarra, Dario Troisi piano, Egidio Marchitellli elettronica & chitarra, Francesco Saverio Capo basso, Andy Bartolucci batteria.
Coreografie di Manuel Micheli. Canzoni originali di Piji. Scene di Fabiana Di Marco. Costumi di Francesca Grossi. Disegno luci di Anna Maria Baldini.
Al Teatro della Corte di Genova, ospite del Teatro Nazionale, dal 17 al 20 Ottobre. Una accoglienza calorosa.

Email