Angelo Pastore lascia il Teatro Nazionale di Genova

Il prossimo dicembre Angelo Pastore, dopo cinque anni di direzione, lascerà per sua scelta, motivata come vedremo da ragioni eminentemente personali, la direzione del Teatro Stabile di Genova, nel frattempo ritornato Teatro Nazionale. Terza nella lunga storia di questo teatro, caratterizzata nell'ultimo periodo da una certa chiusura involutiva e da una certa stanchezza, la sua è stata, fuor di dubbio, una direzione all'insegna della fedeltà ai valori del teatro ma anche caratterizzata dalla ricerca di una soluzione di continuità che superasse appunto chiusure e stanchezza. In questi cinque anni abbiamo visto realizzarsi e consolidarsi, anche attraverso l'unione con il Teatro dell'Archivolto, una struttura produttiva con quattro sale diversamente dislocate nella città e potenzialità non solo artistiche di alto livello, con pochi eguali in Italia, nonostante un bacino di utenza contenuto. Ma non solo, abbiamo soprattutto visto la stagione aprirsi a nuove sensibilità, dal teatro di ricerca alla

drammaturgia contemporanea, e arricchirsi di spettacoli di respiro internazionale anche grazie al rilancio di interessanti coproduzioni. La riconquista di un posto tra i sette “Teatri Nazionali” è stato dunque solo il suggello di un lavoro di e in profondità. Al termine del suo mandato incontriamo Angelo Pastore per questa breve conversazione.

MD: Una delle caratteristiche, secondo il parere di molti, del panorama teatrale nazionale è l'esistenza, a differenza di altri paesi europei, di compartimenti stagni, spesso incapaci di collegarsi e comunicare. Da una parte il teatro di ricerca e il circuito dei festival estivi, dall'altro i teatri stabili e le stagioni che vedono come protagonista un teatro più tradizionale, della regia o dell'attore. È secondo lei una opinione fondata?

AP: No, secondo me non è proprio così, anche se è difficile dare giudizi o esprimere opinioni precise. Io piuttosto credo che in questi anni, anni di crisi, anni di transizione, le contaminazioni in qualche modo ci sono state. In effetti la crisi ha coinvolto e riguardato un po' tutti, anche il mondo dei teatri stabili, che ora come noto dobbiamo chiamare “Teatri Nazionali”, “Teatri di interesse culturale” o anche “Centri di Produzione”, favorendo appunto queste iniziali contaminazioni. Pertanto anche noi, anche il nostro cartellone ha cominciato ad aprirsi un po' al teatro di ricerca, e, come noi, anche altre strutture, credo, hanno cominciato ad agire in questo senso. Io penso piuttosto che, come sempre succede in questo paese, il problema sia che nel nostro settore non c'è un obiettivo ragionato, una progettualità consapevole e condivisa. Se questo è vero, allora tutto è frutto del caso, di occasioni, di qualche incontro non previsto. Però, per parlare solo di Genova, posso ad esempio citare di primo acchito “Gli Instabili Vaganti” o la compagnia “Tindaro Granata”, ma  anche altri comunque hanno dato spazio alla innovazione. Il punto è che, come dicevo, che da 70 anni a questa parte non c'è una progettualità, nonostante la nascita del Piccolo Teatro di Milano e le conseguenze che ha avuto, e così si va avanti un po' a tentoni, a tentativi più o meno razionali. Questo sì, ma che ci sia una tale netta divisione, questo non lo credo, anche se è vero che non si riesce ancora a fare sistema e bisognerebbe farlo.

MD: Ma perché secondo lei non si riesce a fare sistema?

AP: Non voglio sembrare polemico, però credo che questo stia un po' nel DNA italiano, o almeno nel DNA di chi fa il nostro mestiere, senza dover riandare ai famosi polli di Renzo. C'è una forte componente di individualismo, per cui c'è la tendenza di ognuno a coltivare il proprio orto, a diffidare, ad aver paura che possa nascere 'chissà chi'. È un atteggiamento in qualche misura congenito e quindi fare sistema è complicato, molto complicato per colpa soprattutto di noi teatranti moderni. Io credo che i nostri nonni e bisnonni avessero la autorevolezza culturale per far passare o no una legge di settore e quindi avrebbero potuto riuscire a fare “sistema”. Ma i grandi Grassi o Chiesa o altri hanno preferito giocare tra di loro, senza troppo confrontarsi. Dopo è stato anche peggio e il fatto che non esista una legge organica del settore ne è una conseguenza. Diamo infatti per scontato che la politica ritenga il teatro secondario, questo è un po' il peccato originale. Se avessimo voluto veramente una normativa organica valevole per tutti forse l'avremmo ottenuta, e invece abbiamo subito questa legge del 2015, una legge, mi si permetta di dirlo oltre le polemiche anche perché io sto ormai concludendo una mia avventura quarantennale e quindi posso essere abbastanza sereno, che contiene norme 'devastanti' per il teatro italiano. Purtroppo i fatti e risultati sono quelli che vediamo. Poi potrei entrare nei dettagli, a partire dal fatto che si fanno in Italia le riforme epocali senza mettere in campo le risorse necessarie per realizzarle. È un sistema, il nostro, che contiene regole e regolette che sembrano fatte apposta per mettere in difficoltà le strutture sul campo, non solo le strutture pubbliche che abbiamo citato prima, ma anche le compagnie private ed i circuiti. È un sistema che si va imballando un po' alla volta e non possiamo pensare di andare avanti così per altri tre o quattro anni, a colpi di decreti attuativi che impiegano anche 1 anno e mezzo per essere emanati, in attesa che arrivi la prossima grande riforma. La tempistica deve essere assolutamente più celere perché se no le strutture, che già sono in crisi, lo andranno del tutto.

MD: Anch'io non credo siano polemiche fini a se stesse, ma piuttosto un contributo a rivedere ciò che non funziona in un sistema che si è rivelato farraginoso. Io ad esempio, durante i numerosi Festival estivi cui ho assistito da giugno a settembre, ho avuto modo di parlare con molti uomini e molte donne di teatro e tutti mi hanno espresso la loro difficoltà attuale e la loro preoccupazione rispetto a norme talora incomprensibili e la conseguente esigenza che qualcosa sia fatto e presto.

AP: In effetti non si tratta tanto di questa o di quella regola, ma di una dinamica molto italiana e ormai secolare. Io capisco che il concetto di stabilità implichi di avere un radicamento e quindi di fare molte repliche in sede, ma questo non è pensabile per un paese come l'Italia che non ha proprio il concetto, neanche a Roma o a Milano, di grande tenitura, per cui fai uno spettacolo e lo tieni in cartellone per mesi. Uno spettacolo di prosa, anche a Roma e a Milano appunto, quando lo tieni in piedi per tre settimane ha già esaurito le capacità di richiamo, mentre questa capacità può essere recuperata agevolmente nella cosiddetta provincia. Se tu invece sei obbligato a fare un certo numero di repliche in sede, questo vuol dire che sei costretto ad una iperproduzione che muore in continuazione, per cui devi produrre in povertà e produrre continuamente. E se fai un bello spettacolo che potresti far girare per due anni, quelle regole lo impediscono. Poi il radicamento ad un territorio di un 'Nazionale' o di un 'TRIC” può essere verificato in altro modo, ma non può essere vincolato ad un tecnicismo esasperato che vuol dire produrre troppo e insieme far morire troppo presto, talvolta, uno spettacolo che invece meriterebbe una vita più lunga. E questo è un dolore, un dolore per chi lo produce quello spettacolo, e per chi lo fa, attori e registi, che vedono morire come una farfalla il frutto del loro impegno artistico. Non si pretendono i tempi di vita di una tartaruga, ma tutto questo non è pensabile ed è un limite inaccettabile della riforma. Lo dico con tristezza e comunque continuo ad amare il teatro e continuerò a fare teatro pur al di fuori delle istituzioni, e continuo a credere nelle potenzialità che ci sono nelle strutture, non solo quelle produttive o creative ma anche negli uffici, pieni di gente valida, preparata e che vuole fare teatro. Se metti in piedi un sistema che non valorizza le une e gli altri, anzi fa morire queste potenzialità, non fai un buon servizio alla collettività.

MD: Peraltro scorrendo il Cartellone della stagione 2019/2020 dell'ancora suo teatro si nota la volontà di allargare l'offerta anche a spettacoli innovativi e a compagnie “non tradizionali”, per restare solo alle prime rappresentazioni, ricordiamo la compagnia “Peeting Tom” ovvero “Gli Instabili vaganti” che lei stesso ha prima citato. È solo una esigenza produttiva legata alla gestione dei fondi pubblici o nasconde anche un cambio di sguardo?

AP: La volontà è quella di un cambio di sguardo. Io ho cercato in questi anni di mutare l'identità del vecchio Teatro Stabile e anche quella del Teatro Archivolto. Abbiamo costruito un teatro unico per cercare di mettere insieme due anime e di farne una sola. Noi adesso svolgiamo in città un ruolo che definirei strategico, poiché gestiamo quattro sale e abbiamo una potenzialità di professionalità, artistiche, amministrative, di struttura, che credo non abbia eguali in Italia. Queste dunque sono le forme costruite per poter fare qui sanamente teatro, ma anche per poter sanamente fare tante altre cose, giocando sul numero delle sale, giocando sulla formazione del pubblico e sull'ampliamento del tipo di proposta e di indirizzo, anche se poi ovviamente abbiamo un tipo di abbonamento così elastico da lasciare allo spettatore la più ampia libertà di scelta. Così uno può venire a vedere Gaber ad esempio, o venire a vedere solo il mio amico Branciaroli, in quanto ama il teatro del mattatore. Dunque questa apertura ed elasticità è frutto di una scelta precisa, che c'era già prima ma che, con l'integrazione, le nuove sale, con quello che noi dobbiamo fare sia come produzione che come ospitalità, si è sviluppata in una progettualità piena. Così, oggi, noi produciamo spettacoli con i giovani che escono dalle scuole e insieme tentiamo la scommessa di Liberovici, come ne tentiamo altre, ad esempio “Il Grigio” con Elio, che voleva Iannacci ma poi ha scoperto Gaber. Ci abbiamo messo un anno intero per convincerlo ed è stata una scommessa vinta anche questa.

MD: Il Teatro di Genova, in proposito, ha una tradizione innovativa grazie alla rassegna di drammaturgia contemporanea. Alcuni spettacoli della rassegna vengono poi ripresi nella stagione successiva con buon successo. Una tale iniziativa secondo lei è ancora troppo legata al Teatro di Genova o i lavori presentati cominciano a suscitare interesse anche produttivo in altre realtà italiane?

AP: Va detto che la Rassegna di Drammaturgia Contemporanea, non avendo la struttura del Festival concentrato in pochi giorni ma essendo diluita in un mese e mezzo, rende questa possibilità più complicata. Infatti se non è agevole venire a Genova, per motivi logistici, farlo cinque volte in un mese e mezzo è quasi improponibile. Però, anche attraverso alcune coproduzioni insieme ad altri soggetti, questa nostra Rassegna ha cominciato ad andare oltre il “Turchino” per così dire, anche  senza considerare “Geppetto e Geppetto” che ci è letteralmente esploso fra le mani e che ha girato per tre anni per poi essere messo in cartellone per altri due,. Sicuramente per mia scelta abbiamo voluto selezionare per questa stagione alcuni spettacoli, e anche nella prossima, a partire dal settembre 2020, noi riprenderemo tutta una serie di lavori che a nostro giudizio meritano. È dunque un filone che va indubbiamente potenziato pur essendo, anche in questo, un po' limitati dal fatto che non possiamo fare troppe tournée (per il vincolo della residenzialità citato) per cui siamo costretti in qualche modo a farle solo con gli spettacoli di punta. Infatti non possiamo fare in tournée più del 30% delle recite complessive, il 70% dobbiamo farlo in sede e questo limita molto le scelte. Quindi una maggiore attenzione esterna sarebbe bella e desiderabile ma purtroppo il meccanismo è complicato.

MD: Se mi permette, al riguardo, vorrei farle notare una scarsa presenza nella Rassegna di donne drammaturghe. Una maggiore attenzione sarebbe a mio avviso auspicabile. Possiamo aspettarcela nelle edizioni future?

AP: La selezione dei testi è fatta adesso da una commissione composta da me, Sciaccaluga, Gallione e Andrea Porcheddu, e questa commissione un qualche segnale comunque l'ha dato nelle edizioni passate. Ad esempio con la presentazione due anni fa del lavoro della scrittrice rumena Elise Wilk, e in precedenza in una co-produzione con il festival delle Colline torinesi con un testo della tedesca Sasha Marianna Salzmann. Però capisco l'obiezione ed il suo senso. Direi che non c'è un meccanismo da cosiddette “quote rosa”, mentre in queste ultime stagioni è prevalsa la volontà di guardare soprattutto per aree geografiche, per cui l'aspetto di genere non è stato al centro dell'attenzione, ma certamente l'osservazione deve essere tenuta in considerazione.

MD: La fusione tra Stabile e Archivolto, giunta alla seconda stagione, appare ormai consolidata. Secondo lei quale è il segno distintivo del prossimo cartellone, l'ultimo che lei ha costruito?

AP: Io innanzitutto amerei che d'ora in poi nessuno parlasse più di Teatro Stabile e di Teatro dell'Archivolto, ma ormai solo di Teatro Nazionale di Genova. Detto questo, il nostro tentativo anche in questo secondo cartellone è ancora quello di rispettare le diverse anime armonizzandole in una offerta condivisa ed equilibrata, oltre le singole tradizioni, oltre le singole sensibilità, e a prescindere che ci sia una storia lunga settanta anni e ce ne sia un'altra lunga solo quaranta. Riguardo poi all'amalgama raggiunto tra le strutture, io do un giudizio positivo dei risultati conseguiti a fronte delle naturali dinamiche, anche personali, coinvolte. Però credo, come ho detto prima, che si veda, sia nelle produzioni che nelle attività che facciamo in cartellone o fuori-cartellone, che ora non sono due anime che convivono ma, ormai, un'anima sola. È il Teatro di Genova che fa la “Notte degli Scrittori”, piuttosto che “Il teatro delle parole”, che produce Elio ma poi ha in cartellone Shakespeare, che fa i “classici” ma poi propone Liberovici e insieme, Petruzzelli ovvero Dighero, e via dicendo fino al Teatro Ragazzi che è una eredità presa dall'Archivolto ma poi potenziata, in una contaminazione sempre positiva. Non voglio dire che sia stato tutto semplice, perché come detto le esperienze e le sensibilità erano e in parte rimangono diverse, però stiamo tentando una polifonia, perché comunque non siamo un unicum, sia per come è la città di Genova, sia per le sale che abbiamo, e dunque dobbiamo riuscire e riusciamo a far sentire voci diverse, come chi ama la musica classica ma anche il pop. Lo facciamo ed è anche giusto farlo.

MD: Venendo al suo addio, si dice solitamente in questi casi “Gli uomini passano, le Istituzioni restano”. Lo pensa anche Lei o pensa che si possa, o meglio, si sia potuto fare un po' la “differenza”?

AP: Io condivido al riguardo la prima affermazione e penso, come qualcuno ha detto, che solo i camposanti sono pieni di persone indispensabili. Ci mancherebbe altro. Io sono convinto, ed è sempre stato un principio a cui ispirarmi, che sia necessario che le persone passino e le Istituzioni restino. Quindi, proprio per questo, ho cercato di delegare funzioni, di formare dei capi – area e di spiegare, perché questa è stata la mia esperienza torinese, come fosse necessaria una certa stabilità, che si dovesse arrivare cioè ad avere una struttura consolidata. Proprio perché i direttori arrivano, danno il loro marchio, ma poi passano, mentre le strutture consolidate garantiscono la giusta continuità. La mia ambizione in questi anni, infatti, è stata quella di costruire una struttura che, a prescindere dai singoli direttori, esprimesse la vera identità del teatro. È fondamentale a mio parere che l'identità di un teatro sia garantita dalla sua struttura, che si confronta  certamente con i singoli direttori, ma per la quale quel teatro è e rimane il suo teatro. Questo d'altra parte è un po' nella storia di Genova che in 70 anni ha avuto solo tre direttori e tra un po' ne avrà un quarto. Del resto per me un Direttore che dura solo 3 anni non va bene ed è meglio una maggiore durata che per i Teatri Nazionali può infatti arrivare anche a sette/otto anni, essendo consentiti fino a due mandati. Io comunque spero e credo di avere dato la mia impronta, senza aver mai fatto nulla contro le gestioni precedenti. Io penso di aver fatto cose qui magari diverse ma che avevo già sperimentato in precedenza, a Torino, a Roma o a Brescia. Ad esempio il sistema di abbonamenti, la maggiore apertura alla città, per consolidare il pubblico collaborando con le altre istituzioni artistiche genovesi. Non solo il Carlo Felice ma anche, ad esempio, con chi opera nelle carceri, oppure con il Museo Biblioteca dell'Attore, che peraltro è una nostra costola, e via discorrendo. Spero pertanto di lasciare una eredità di questo tipo e soprattutto di lasciare una struttura consapevole del proprio ruolo e delle proprie potenzialità. A loro, ripeto, ho sempre detto: questo è il 'vostro' Teatro.

MD:  Dunque questi cinque anni passati a Genova come direttore del Teatro Stabile, sono stati anni di grandi trasformazioni e anche di grandi difficoltà. Ora ha deciso di non ripresentarsi alla scadenza e di lasciare la città. Che cosa le lascia questa esperienza e cosa lascia lei a questa città e al suo teatro? E poi, anche se i bilanci sono sempre difficili da trarre, sapranno, secondo lei, il Teatro Stabile e Genova mantenere il ruolo riconquistato?

AP: In parte credo di aver già risposto prima, penso cioè di aver creato e di lasciare una struttura consapevole delle proprie possibilità, della propria professionalità, una consapevolezza  comprensiva delle due storie. In poche parole una struttura, più che orgogliosa, 'superba', definizione più che mai adatta trovandoci noi a Genova. Il senso del nostro lavoro, attraverso l'apertura alla città e l'attenzione al pubblico, è stato quello di difendere attori ed artisti ma insieme di ampliare la nostra presenza e di arrivare, come avevamo progettato, ad essere un imbarazzo, in senso positivo, cioè a far sì che non si potesse più fare a meno del nostro teatro in questa comunità. Cosa invece ho ricevuto io da questa città? Beh innanzitutto, pur essendo io piemontese quindi 'vicino' anche per sensibilità, posso dire che Genova è una città difficile, ostica, che però con me è stata  molto generosa nei rapporti umani. Qui ho trovato degli amici, pochi perché così è normale, degli amici che conserverò anche se ora starò più tempo a Torino, dove abito, e verrò a Genova solo qualche volta. Città difficile, dicevo, ostica, testarda che dovrà finalmente decidersi a pensare come vuole essere tra dieci e vent'anni, come hanno fatto Milano e Torino per superare la crisi che ha coinvolto anche loro. Perché se Genova non si mette in sintonia ad immaginare il suo futuro prossimo, allora è destinata ad un declino inesorabile. C'è tuttora un deficit di progettualità, al di là della politica, manca cioè la capacità di pensare oggi cose che saranno tra dieci anni, per poter ribaltare la crisi. Anche noi, nel nostro piccolo di istituzione teatrale, abbiamo cercato di mandare messaggi in questo senso, irrobustendo il nostro ruolo e ottenendo dei risultati al di là dell'essere o meno Teatro Nazionale, che comunque resta, per abitanti e bacino di utenza, una piacevole anomalia da consolidare. Bisogna però che i soci e gli amministratori siano consapevoli della sfida che Genova può ora e ancora giocare come città teatrale anche nei confronti di Roma, Napoli, Milano o Firenze. Io ora lascio perché dopo quarant'anni comincio ad essere stanco e ad avere voglia di tirare i remi in barca. Ma questo è umano.

Saluto Angelo Pastore, augurandomi che sia un arrivederci. Nel frattempo è stato annunciato il nome del suo successore, Davide Livermore che con lui condividerà gli ultimi mesi del 2019.

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