Le signorine

Interno napoletano, middle class ma arredo semplice e vita poverella senza agi e senza lussi, neppure il riscaldamento acceso figuriamoci gli svaghi o i diletti. Piú per taccagneria che per necessità. Addolorata e Rosaria, due zitelle, anzi le Signorine come le chiamano tutti. La loro merceria è in affanno per la concorrenza cinese, riverberano i ricordi di un passato lontano ma piuttosto vacuo di qualcosa che valga la pena di essere ricordato. Il presente è sciapo. L'una dipende dall'altra come il più dal meno e il freddo dal caldo, in una perpetuarsi eterno e immutabile di litigi e scontri infiniti per ogni nonnulla, Rosaria che risparmia all'infinito e Addolorata che vorrebbe godersi la vita, anche se è proprio la sua paura di vivere che la attanaglia e la soggioga alle angherie della sorella. Poi il

matrimonio del cugino, il malore di Rosaria e il ribaltamento dei ruoli fanno prendere il volo alla pièce, che smette di essere un quadretto di colore cabarettistico partenopeo per riuscire a significare altro. Dal mago in tv al giornale nascosto sotto il cuscino si apre la strada ai sogni e alle ferite del passato.
Le due sorelle, entrambe zoppe per una cura non ricevuta della poliomelite, arrancano sul loro trauma fisico come sospese tra un passato che avrebbe potuto essere diverso e un futuro che non si realizza mai per davvero. Arrabbiate, rassegnate, indurite. Ci pensa la vita a ribaltare tutto, la vittima si fa carnefice e mette in scena un teatro dell'assurdo che denuncia il non senso di certi deragliamenti dell'animo umano. Il grottesco, sempre in agguato, mette la ciliegina sulla torta come a voler sancire il punto di non ritorno di due esistenze martoriate.
Le interpretazioni di Giuliana De Sio e Isa Danieli risultano decisive, quasi inevitabili. Il dramma si fa carne nella loro interpretazione, ma il miracolo si compie quando lo trasfigurano in sarcasmo, buffonesco, horror. La recitazione diventa polifonica, la battuta sfuma nel meló e poi nel cupo con una rapida naturalezza da grandi talenti del palcoscenico.
La regia di Pierpaolo Sepe non adotta l'imperante minimalismo, sceglie anzi una scena statica ma ricca di dettagli essenziali a comporre i tasselli orribili dell'esistere.
Il testo di Gianni Clementi merita un cenno a sé. Non poteva che essere in napoletano, a volte stretto, e mai scelta fu più azzeccata perché riesce a dare una vitalità unica. Il testo è dicotomico,  un primo tempo quasi novellistico e un secondo tempo complesso, riflessivo, come a travalicare i generi e a sfidare il pubblico nell'attesa dello scioglimento esplosivo finale. Perché le partiture complesse richiedono tempo e riflessione. Uno spettacolo intenso, da vedere.

di Gianni Clementi
con Isa Danieli e Giuliana De Sio
regia Pierpaolo Sepe
la voce del mago è di Sergio Rubini
scene Carmelo Giammello
costumi Chiara Aversano
luci Luigi Biondi
produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo

Foto Noemi Ardesi

Email