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Akropolis, lo abbiamo visto, è un gruppo ed un teatro che vede nel corpo organizzatore di senso, nel tempo e nello spazio esistenziale, nel corpo dunque produttore di linguaggio, un suo specifico, singolare ed essenziale, riferimento. Coerentemente ha pensato e deciso di organizzare una giornata del suo festival, quella di sabato 9 novembre, interamente alla danza Butō, negli spazi del genovese Palazzo Ducale in collaborazione con la fondazione e con il patrocinio del Consolato Generale del Giappone di Milano e dell'Istituto Giapponese di Cultura di Roma. La giornata, peraltro, era già stata anticipata il giorno precedente nell'evento “Butō, Il linguaggio del corpo nel teatro-danza giapponese tra tradizione e sperimentazione”, incontro-testimonianza con i protagonisti Tadashi Endo e Yumiko Yoshioka, presso CELSO-Istituto di Studi Orientali di Genova, introdotti da Emanuela Patella. Nel contesto di questa giornata, inoltre, e a sua integrazione, Katja Centonze, Raimondo

Guarino, Samantha Marenzi e Alessandro Pontremoli, nell'interessante dibattito “Danza, scrittura, libri. Il caso del Butō”, ci hanno parlato di questa pluri-segnica forma di espressione, storicamente giapponese ma geneticamente sospesa tra più culture.
Butō, parola dal significato sfuggente o meglio mutante anche per gli studiosi, letteralmente “danza pestata con i piedi” ma anche “danza delle tenebre”, è momento ed evento quasi inafferrabile, metamorfico come il suo enigmaticamente figurativo ideogramma, e se è impossibile, in questo contesto, cercarne una definizione estetica, è possibile, al contrario, seguirne alcune delle innumerevoli suggestioni che suscita.
Butō, non solo danza ma anche teatro, è un po' come stare sull'orlo dell'abisso, è guardare il caos su cui siamo fondati, con libertà e spontaneità, senza proporre un ordine precostituito ma traendo da questo sguardo sul caos una misura che ce lo faccia comprendere e che lo renda fecondo partecipe delle nostre esistenze. Del resto anche la stessa genesi biblica crea il mondo a partire dallo sguardo di Dio sul caos che lo precede e da cui trae una misura, la nostra misura, un linguaggio cioè per poterne parlare e dunque per poterlo conoscere.
Non per niente, è stato notato durante la conferenza, uno dei momenti propulsivi del movimento è stato il secondo dopoguerra, è stato dunque il dopo Hiroshima, simbolo duplice di caos e di resistenza.
Il nostro esserci, dunque, è ciò che parla il caos che ci precede, è il linguaggio che transita da esso, è lo scandalo, è la nostra ribellione. Il corpo ne è il centro, il punto di resistenza alla prevaricazione sociale, linguistica e culturale, è una rivendicazione di libertà e per questo non ha regola ma consente a ciascuno di darsi la propria misura e la propria parola nuova.
Sguardo sull'oscurità che diviene anche, quasi inevitabilmente, elogio della lentezza, di ciò che assegna il giusto valore al tempo, elogio anti-contemporaneo versus la velocità/virtualità del tempo attuale che è in fondo continua perdita di sé.
Ne sono stati evidenza gli spettacoli della giornata che, nel rappresentare una sorta di iper-linguaggio che li accomuna, hanno manifestato ciascuno una piena libertà espressiva alimentata da quella comune appartenenza e che quella comune appartenenza alimentavano nella reciproca differenza.
Eccone il breve resoconto critico.

SOULS IN THE SEA
Espressione di  Butō-MA, ove MA significa lo spazio tra le cose in cui si esercita la tensione e si manifesta l'energia degli opposti, tra Ying e Yang. La performance si carica della sofferenza e della disperazione dei migranti che attraversano, spesso perdendo la vita, il nostro infelice Mediterraneo. Lo fa non parlandola direttamente, quella sofferenza, ma esercitando reattivamente nella concretezza della danza la molto musicale suggestione di anime che si perdono ma che possono ritrovare anche nel corpo altrui il segno della loro esistenza. Suggestione dolorosa ma insieme paradossalmente liberatoria. Di e con Tadashi Endo.

CORPUS DELICTI
Nella molto occidentale cultura del logos, il corpo si è man mano trasformato in enigma, inesorabilmente perdendo identità e unità concettuale, per trasformarsi quasi in composito meccanismo di organi sostituibili. Tutto ciò lascia inevase molte delle nostre domande più arcaiche e intime e rende angosciosamente complessa la ricerca di risposte direttamente radicate in esso. Butō affronta l'enigma e crediamo che la ricerca di questa danzatrice ne sia influenzata nella sua capacità di guardare negli occhi, per così dire, la propria fisicità così da esteticamente ricostruirla nella continua metamorfosi. Da volume che occupa uno spazio, dunque, il suo corpo diventa presenza che risponde, indicando il qualcosa che sta prima di ogni nostra identità mentale. Una ricerca interessante tra pause e improvvise accelerazioni, tra luce e oscurità, tra sonorità intense e silenzi prolungati. Concept e performance Alessandra Cristiani (nomination premio UBU 2018). Musica e suono Gianluca Misiti. Luce Gianni Starapoli. Produzione PinDoc con Teatro Akropolis. Sostegno di Armunia Festival Inequilibrio. Alla preparazione dello spettacolo è dedicata la mostra fotografica “Corpus imaginis” di Alberto Canu e Samantha Marenzi, a cura di Samantha Marenzi, contestualmente inaugurata alla Sala Liguria di Palazzo Ducale.

100 LIGHT YEARS OF SOLITUDE
Nella sua irriducibile singolarità la danza, ed il Butō in particolare per sua intrinseca costituzione, tende in libertà a creare l'unico. La danzatrice qui immagina se stessa a cento anni luce di distanza, in un luogo, dalla liberatoria atmosfera musicale, che da onirico come la sua ispirazione, si fa progressivamente e concretamente fecondo e fecondante. Una creatura nasce e si scopre e scopre il suo destino di solitudine in un pianeta certamente molto simile alla terra. La solitudine come destino ma il corpo come nostro ineludibile doppio che dialoga e, accompagnandoci, ci rappresenta. Una rappresentazione fatta di segnali mutanti e di simbologie anche irriverenti che dipana in drammaturgia un percorso estetico condiviso. Regia, coreografa e danza Yumiko Yoshioka (che tra il 10 e l'11 guiderà il workshop “Body Resonance). Co-regia Miguel Camarero. Costume (molto efficace) Pablo Alarcon. Light design e direzione tecnica Spiros Paterakis. Musica Tomas Tello, Zam Johnson.

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