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Torna nell'ultima giornata di un Festival, quest'anno, particolarmente ricco ed interessante, la drammaturgia di parola in forma peraltro assai eterodossa, una forma cioè che sembra mettere in gioco la sua stessa identità, consapevolezza e coerenza anche rispetto al suo stesso pubblico. La coerenza dicevo, soprattutto  tra struttura linguistica ed estetica ed un esito scenico che ne rispetti l'intenzionalità nella relazione e nella comunicazione con il suo pubblico. D'altronde è lo stesso pubblico che questa drammaturgia sembra mettere in discussione, nella sua identità singolare e collettiva. Può, tutto questo, sembrare estraneo ad un percorso molto concentrato sulla drammaturgia del corpo, nella danza e nella performance fino ad addentrarsi nel corpo stesso, arcaico, del mito e del teatro, in realtà può rappresentarne un corollario significativo, capace di svelare la forza complessiva e maieutica della scena rispetto alla realtà, in particolare alla realtà contemporanea. Ne è

prova, a mio avviso, l'inaspettata continuità che la successiva festa musicale all'insegna della taranta ha evidenziato rispetto a quella stessa drammaturgia.
Dunque, negli spazi di Villa Durazzo Bombrini, la domenica 17 del Festival ha ospitato questo spettacolo di cui diamo resoconto:

KOTEKINO RIFF
Avanguardia, commedia dell'arte, attore narratore, performer, è tutta una esplosione di segnali questa drammaturgia di Andrea Cosentino, segnali affastellati solo in apparenza confusamente come gli oggetti raccolti un una scena magazzino, quasi che lo stesso narratore/attore/performer fosse una sorta di imbucato che approfitta del palcoscenico, forse per caso e comunque nella contingenza e occasionalità. Ma questi segnali attorno a lui, nel continuo contrappunto con la musica in scena, si organizzano e improvvisamente diventano teatro, un teatro in cui la finzione è tale e consapevole perché strettamente legata al vero, e non può essere altrimenti. Un teatro, quello di Cosentino, che soprattutto in questo spettacolo fa dell'improvvisazione una sintassi che si costruisce man mano, mai per caso, consapevole e coerente ad un rapporto disvelatorio, in fondo, con sé stesso e con il suo pubblico. Così nella messa in scena si trasfigura, tentando di ridiventare coscienza, lo sfuggire contemporaneo a sé e agli altri. Si ride perché in Cosentino, il comico è lo strumento per guardare il tragico che esistenzialmente e metafisicamente ci accompagna. Talvolta definito agnostico in realtà è un drammaturgo attentissimo al giudizio ed alla sincerità che ne accompagna la rappresentazione, perché se ci vediamo attraverso il riso non è che siamo meno noi stessi, anzi sono i frammenti del nostro mondo quotidiano, quello degli autobus e delle televisioni, dei social e delle reti, che assumono nuova coerenza. Più che una provocazione in termini consueti è dunque un invito a partecipare, a disvelare, è una chiamata in aiuto o se vogliamo di complicità e reciproca salvaguardia, quella che si intravvede nell'improvviso incupirsi e incurvarsi dell'alter ego recitante, della marionetta quasi offensiva nella sua crudezza, alla fine dello spettacolo. Uno spettacolo, fin dal pre-testo, intelligente e graffiante, anti-tradizionale ed insieme ricco di tradizione teatrale, quella più vera e dimenticata. Scriveva Henry Bergson a proposito del “Riso”: “Si può con certe disposizioni di ritmo, di rima e di assonanza cullare la nostra immaginazione, riportarla sempre allo stesso punto in un dondolio regolare e prepararla così a ricevere docilmente la visione suggerita. Ascoltate questi versi di Regnard e vedete se l'immagine fuggente di un bambolotto non attraverserà il campo della vostra immaginazione:

...Plus , il doit a maints particuliers
la somme de dix mil, une livre une obole,
pour l'avoir sans relache, un an sur sa parole
habillè, voituré, chaufffé, chausseé, ganté,alimenté, rasé, desalteré, porté.
Una produzione Aldes, Akròama, di e con Andrea Cosentino. Musiche in scena di di Michele Giunta. Supervisore dinamico Andrea Virgilio Franceschi, assistente Dina Giuseppetti.

Come detto la giornata ed il Festival si sono chiusi con l'esibizione concerto “Pizzica Pizzica” del gruppo “Alla Bua”, ensemble di musica popolare del sud tra i più richiesti ed acclamati, meritatamente lo abbiamo visto, del panorama nazionale. L'esibizione è inevitabilmente diventata una festa del ritmo, quasi una partecipata danza vibratoria che ha coinvolto tutti, anche chi lo negava.
Si chiude così questo diario critico, alla fine del quale mi piace ricordare le parole di Roland Barthes:

“Eppure la vera critica delle istituzioni e dei linguaggi non consiste nel <<giudicarli>>, ma nel distinguerli, separarli, sdoppiarli. Per essere sovversiva, la critica non ha bisogno di giudicare, le basta parlare del linguaggio, invece di servirsene. Ciò che oggi viene rimproverato alla nuova critica, non è tanto di essere <<nuova>>, ma di essere pienamente una <<critica>>, di distribuire i ruoli dell'autore e del commentatore e di attentare così all'ordine dei linguaggi”.

Foto Roberto Pavani

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