Saul

“Ho scelto di raccontare la storia di Saul per affrontare questo fantasma, convinto che ogni storia riguardi il tempo che cerca di dimenticarla”. ‘Questo fantasma’ è il fallimento individuale che nella figura di Saul - re d’Israele, prima eletto da Dio e poi ripudiato – si manifesta in modo forte e chiaro. E questa affermazione di Giovanni Ortoleva, giovane regista e menzione speciale  alla Biennale di Venezia 2018, concorso Registi Under 30, è la chiave per comprendere la sua personale riscrittura di Saul, realizzata in collaborazione con il drammaturgo Riccardo Favaro. Ogni storia, dunque, riguarda il tempo che cerca di dimenticarla. Cerca: ci prova, si adopera a non ricordare, a rimuovere o addirittura a negare. Eppure la storia ci precipita addosso, con il suo carico di monumenti e disfatte, di modelli da imitare e di  errori da scongiurare. Dimenticare è vitale, ma ricordare di più. Bisogna distinguere il tempo dell’oblio e il tempo del ricordo. Capirlo, comprenderlo. Imparare a

selezionare e interpretare. Non è un caso che nello spettacolo si citi  la Seconda considerazione inattuale di Nietzsche ovvero Sull’utilità e il danno della storia per la vita.
E non è un caso che di fronte all’analisi nietzschiana, questo spettacolo ci scaraventi in faccia la nostra inadeguatezza. Mostrando la nostra ridicola coazione a ripetere, la nostra incapacità di stabilire con la realtà un rapporto leale, di rompere il circolo vizioso in cui ci troviamo avvitati, tra manie di grandezza e conclamate disfatte.
“La nostra drammatica incapacità di affrontare la debacle –scrive il regista- in fondo, mi diverte molto”.
E infatti questo Saul è anche molto divertente, consolatorio
Anche perché finiamo per assistere alla resa solitaria di un antieroe che di fronte al fallimento si svuota come chi ha perso la sua ragion d’essere, la sua unica funzione. Il suo sollievo è nella capitolazione di fronte al nemico, riconosciuto come tale dopo averlo amato e odiato come si odia un amore impossibile che non ti ricambia.
Le due fonti ispiratrici espressamente dichiarate sono l’Antico Testamento e il Saul di André Gide e di Vittorio Alfieri, ma anche l’Oscar Wilde della Ballata del carcere di Reading che si infiltra in una battuta, soprattutto. Ogni uomo uccide le cose che ama, oppure ne viene ucciso.  Una fessura, o proprio una crepa, da cui si schiude un pezzo di tempo, un passato prossimo che non ha esaurito di riversare il suo carico, con qualche sprazzo di sofferente bellezza. I primi anni ottanta dell’ultimo Fassbinder, Querelle de Brest, Jeanne Moreau, Gavin Friday e il suo primo album con The Man Seezer.   
Sono tasselli che concorrono a raccontare la storia di una rockstar in disarmo che se la racconta senza persuadere nemmeno se stesso e poi si rassegna di fronte al suo doppio, una nuova promessa che gli sfila la sedia di sotto mostrandosi amico.
Questo, in poche parole, il gioco di rapporti. Saul si innamora di David, anzi Saul vuole essere David. Il che significa che Saul vuole il suo fallimento, la sua eliminazione, la negazione di sé. Saul ‘desidera’ il suo fallimento, che sarà in ultima istanza liberazione. Da parte sua David si innamora, corrisposto, di suo figlio Gionata. E mentre i due sono giovani e belli Saul è un uomo finito mosso da invidia e furia omicida che istericamente assiste alla sua decadenza, fino a prenderne definitivamente coscienza.
Il sole ha scelto te. Dirà Saul ormai arreso alla vittoria di David un attimo prima di gettarsi sulla spada conficcata nel terreno con la punta rivolta verso il cielo.   
Saul muore ma il re è vivo. Nudo ma vivo. E il suo trono resta lì, pronto per il prossimo vanaglorioso antieroe. Il nuovo divo, la nuova effimera celebrità. Fatuo e, nella sua fatuità, resistente.
Un altro povero diavolo in odore di successo, un’altra rockstar ma un po’ più debole di prima, di quelle rockstar allestite a tavolino, limousine sold out lunghe tournée in città tutte uguali. ‘La più grande rockstar per contratto’, anch’essa destinata a scoprire che ‘la vittoria è un posto triste e una stanza vuota’.  
La stessa stanza dove abbiamo incontrato Saul a inizio spettacolo. Sbracato su una poltrona, in mano un tramezzino, oggetti sparsi ai suoi piedi e un po’ di libri buttati a terra come residui di un passato che non è più. E mentre la tv trasmette un vecchio film in costume, fuori si sentono le voci di una manifestazione ‘sui diritti di qualcosa’. Intanto prende piede il confronto con Gionata suo figlio e il dialogo si fa sempre più serrato e violento.
Ci sono battute, segmenti di conversazione e situazioni che si ripetono modulari, con minime variazioni e a ritmo accelerato, come a citare il  risaputo, l’inutile, il pleonastico che si annida in ogni relazione. Raccontarne l’insofferenza, il bisogno spasmodico di liberarsi dal solito ciclo, dalla solita routine.  
E il paradosso comincia di qui: il ciclo si riavvolge e ricomincia, un po’ più frivolo e inerte di prima, affondato com’è nella stessa indolenza a forma di poltrona di una qualunque stanza d’albergo. Eppure, sembra intuirsi a compimento del paradosso,  si sopravvive anche così, lontano dalla folla e senza limousine, non proprio felici ma vivi.
La caratteristica che vince in questo spettacolo è una sorta di calviniana leggerezza che solleva la storia dal peso del tragico e lo racconta due passi più in là. E in mezzo ci imbuca il conflitto generazionale reso con precisione cattiva, evitando melodramma e  psicologismi.
Bravi e giusti gli attori che sono Marco Cacciola (Saul), Alessandro Bandini (David) e Federico Gariglio (Gionata).

Lo spettacolo è in scena al Teatro i di Milano fino al 25 novembre.

Liberamente tratto dall’Antico Testamento e Saul di André Gide
menzione speciale alla Biennale di Venezia 2018, concorso Registi Under 30
Regia: Giovanni Ortoleva
Drammaturgia: Riccardo Favaro, Giovanni Ortoleva
Con Alessandro Bandini, Marco Cacciola,  Federico Gariglio
Scenografia e Costumi: Marta Solari
Movimenti coreografici: Gianmaria Borzillo
Musiche originali:
Pietro Guarracino con Ettore Biagi, Agnese Banti e Lorenzo Ruggeri
Disegno luci: Davide Bellavia
Decoratrici: Francesca Antolini, Maria Giulia Rossi, Martina Galbiati
Una produzione:
Fondazione Luzzati Teatro della Tosse,  Arca Azzurra Produzioni , Teatro i,
in collaborazione con: AMAT e Comune di Ascoli Piceno nell’ambito di Marche in Vita. Lo spettacolo dal vivo per la rinascita dal sisma progetto di MiBAC e Regione Marche coordinato da Consorzio Marche Spettacolo

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