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Parafrasando il buon Bertolt Brecht, come un paese veramente civile non avrebbe bisogno di eroi, così una Società veramente giusta ed equilibrata non avrebbe, del pari, necessità di un giorno dedicato alla violenza sulle donne, di dedicare cioè un giorno ad una sorta di auto da fé innocuo, per sgravarsi la coscienza rispetto a ciò che continua a succedere negli altri 364 giorni e su cui spesso si preferisce stornare lo sguardo. Spiace pensare che questa sia la situazione psicologica e sociologica prevalente anche di questo mondiale 25 Novembre, dall'Onu individuato per ricordare, tanto più che non sfugge nel prevalente atteggiamento maschile, lungi dal profondamente mettere in discussione una struttura di superiorità impietrita da secoli di educazione e auto-convincimento, una sorta di graziosa concessione e non di un vero riconoscimento degli squilibri e delle differenze, dei motivi profondi, cioè, delle prevaricazioni anche prima delle violenze vere e proprie. Ricorda infatti, questo atteggiamento, la concessione liberale di un sovrano che non vuole mettere in discussione il suo potere, ma bensì conservarlo con altri mezzi, piuttosto che il riconoscimento di un diritto intrinseco ed

universale che quel potere supera e rende illegittimo.
A questo vero e proprio ottundimento, che si fatica a superare, corrisponde conseguentemente nel maschio, una profonda cecità affettiva che vela e oscura l'infelicità diffusa e procurata dal  persistere di una tale situazione, sia nella donna che nell'uomo, ma soprattutto oserei dire in quest'ultimo, essendo forse la donna più abituata a discernere ed elaborare la sofferenza.
Una violenza che genera infelicità dunque, ma anche una infelicità che alimenta la violenza come fosse uno strumento, in grandissima prevalenza maschile, per cauterizzare le profonde lacerazioni causate dentro e fuori di sé.
Soprattutto l'uomo perde così il contatto con il sentimento, come capacità di percepire e sentire la vita dentro di sé, diventa arido e incapace, mentre una parte delle donne, in questa nostra astrusa contemporaneità, sembra portata ad imitarne i comportamenti e i caratteri, invece che combatterli, alleandosi per difendere la propria e l'altrui umanità indifesa.
Un circolo vizioso, a volte tragicamente vizioso, che si dimostra difficile da rompere, una strada lunga da percorrere che però, consola pensarlo, forse si è cominciato a percorrere.
Tant'è, lungo questa strada ogni stazione è utile per riprendere con più consapevolezza il cammino, ed ogni contributo è valido e necessario anche quando limitato o contraddittorio.
La drammaturgia in questione, andata in scena appunto nel giorno dedicato alla violenza sulle donne, è una di queste stazioni, è uno di questi contributi, utilissimi e opportuni e, anche se, qua e là, si riconoscono le stimmate di certi luoghi comuni e di qualche perdonabile banalità di scrittura, ne va riconosciuta l'efficacia.
Nuovo capitolo di un percorso di teatro civile, nell'ambito del progetto “Urgenze”, questa drammaturgia ha peraltro il merito di guardare alle responsabilità maschili, prima e oltre la violenza, e di stigmatizzare il fatto che, appunto, questa violenza quando si esplicita venga spesso derubricata come episodica (quindi un po' giustificabile) anziché strutturale, cioè relativa ad una situazione diffusa che si trascina da secoli.
Un attore ed una ballerina in scena, in un dialogo fatto di parole e di storie ma soprattutto di movimenti e di intese sottili, di sentimenti desiderati ma sfuggenti.
Drammaturgia e Regia di Giorgio Scaramuzzino, con Giorgio Scaramuzzino e Michela Cotterchio. Musiche di Paolo Silvestri. Coreografie di Giovanni Di Cicco.
Una produzione del Teatro Nazionale di Genova in collaborazione con DEOS, al teatro Duse il 25 novembre senza repliche. Molti applausi da una sala piena.

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