Silent city

Abbiamo dimenticato che i luoghi, e ancor più le città che sono i luoghi dell'umanità nel suo percorso, sono capaci di raccontarsi, basta ascoltare, e lo abbiamo dimenticato perché viviamo come  oggi viaggiamo, con gli occhi e gli orecchi appiccicati a guide patinate ammalianti come sirene, senza guardare ciò che succede e pulsa attorno e oltre. Questo spettacolo, evento di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, per fortuna riesce a farcelo ricordare, soprattutto perché riesce ad ascoltare il luogo anzi i luoghi in cui transita, senza la distrazione del turista o la supponenza di chi crede di custodire comunque e di concedere, di grazia, dall'alto. Anche in questa occasione, l'ascolto e l'attenzione ad una collettività spesso dimenticata, soprattutto quando si pretende di esserne interpreti indiscussi e sordi, si conferma un filo conduttore importante della ricerca artistica ed estetica di cui la città e il suo territorio si sono fatti tramite, approfittando della nomina, meritatissima peraltro, europea. Basta ascoltare dunque o guardare meglio e la bellezza si mostra, gratuita e disponibile ma anche grata e riconoscente, come questa terra cui un riguardo un poco, solo un poco, più attento

ha consentito di rinascere là dove la sua millenaria peripezia, all'inizio della sua storia, l'aveva posata, tra sassi e grotte illuminate come un cielo pulito e stellato.
Il silenzio è stato ed è ancora la musica di questi luoghi e come il silenzio, la pausa improvvisa senza note ma già carica di suoni, è parte essenziale di ogni melodia, così per Matera è lo stilema che guida ogni grammatica ed ogni sintassi che vuole narrarla, o meglio da cui accetta di farsi umanamente narrare.
Questo a mio avviso è il nucleo significante incorporato in questa Opera collettiva, una esperienza estetica condivisa sin dalla sua ideazione, costruita su sintassi multiple che miscelano danza, canto, recitazione e anche contingenza creativa, mescolando in esse vite diverse ed i racconti multiformi e metamorfici che quelle vite hanno ricominciato, scoperte e stimolate, a narrare.
Una sperimentazione che va oltre anche la comune tendenza della ricerca in Europa (più che in Italia forse) di mescolare linguaggi e sintassi, per ricercare la creatività collettiva chiusa negli uomini, nelle donne e nei luoghi che abitano, anzi che li abitano nel corso intero della loro esistenza fisica e mentale.
A partire dal libretto, frutto di un raffinato lavoro drammaturgico che assemblea ed insieme rinnova le parole, le tracce che la storia e le storie lasciano dietro di sé anche nell'oblio apparente, per costruire una nuova storia che transita in scena qui e ora ma insieme rimane aperta a nuovi e diversi passaggi nell'allora e nell'altrove, una anima cioè in grado di incarnarsi, per sua stessa genesi e ideazione, in altri corpi urbani a recuperarne passato e futuro.
Un racconto semplice eppure dai confini instabili e incerti, capace di continue suggestioni, mutante come, nella notte luminosa, la luce nell'acqua di un pozzo o di un ruscello. La musica ne raccoglie i riflessi e l'accompagna con coerenza e spontaneità.
Una madre e il suo fanciullo danzante perduto nel buio di una modernità senza volto e stravolgente, cattiva e sporca insieme, e poi tre ragazzi che oltrepassano il confine ed il divieto per recuperare un mondo che può ancora riscattarsi e riscattarci, per ritrovare quel fanciullo e il suo silenzio. Un ritorno a casa inaspettato in cui la luce ed il buio, il passato ed il futuro non sono più nemici ma sodàli e confidenti in un presente diverso.
Avventura lirica che si appoggia e confida nel coro della comunità, antico lascito di tempi più umani forse, e in quello dei bambini che il futuro porta con sé e in sé, in un continuo movimento di parola e di musica, di suono e di figura.
Una Opera di grande impatto sonoro e figurativo che, anche per il suo esordio sul finire dell'evento europeo, può candidarsi a rappresentarlo e riassumerne quasi il percorso estetico di valorizzazione, di scoperta ma anche, o soprattutto, di creazione che la comunità di Matera ha accettato e saputo alimentare senza pause, senza eccessi e senza ritrosie. Dal buio alla luce, per la seconda volta, dalle grotte oscure alle case nella roccia riempite della luce di una nuova consapevolezza che la gente e le  istituzioni hanno mostrato di percepire insieme, con la speranza che ciò sia qualcosa che non verrà nuovamente dissipato nell'oblio.
Merito della Compagnia Teatrale l'Albero, che da molti anni concepisce collettivamente in varie centri della Lucania, per un progetto co-prodotto dalla Fondazione Matera Basilicata 2019 in collaborazione con Open Design School di Matera e, con lo stimolo delle direttrici artistiche Vania Cauzillo e Alessandra Maltempo.
Drammaturgia di Andrea Ciommiento, un vero e proprio, e quanto efficace, lavoro da dramaturg che ha saputo non solo assemblare, ma soprattutto dischiudere e valorizzare le molte storie raccolte, ciascuna, nello spazio/tempo di un fiammifero che brucia, nei due anni di concepimento e vita del progetto. Libretto e versi, tra la cantilena ninnante e la secca e aspra lirica di un mediterraneo millenario, di Cristina Ubah Alì Farah.
La bella musica, strutturata e suggestiva, è frutto e opera di Nigel Osborne, e dunque della collaborazione della sezione di musica elettronica della Università di Edimburgo e della Scuola di Musica Elettronica e Applicata del Conservatorio di Musica di Matera Egidio Duni, diretta da Fabrizio Festa, grazie alla mediazione dell'Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo.
Molte le collaborazione in questo lavoro collettivo e plurimo, Orchestra Senzaspine diretta da Tommaso Ussardi che ha curato l'esecuzione dal vivo, Opera Circus, Universa Musica/Unibas, Materahub, Setticlavio, Operasonic, ciascuno mettendo a disposizione la propria alta competenza.
Ma un grande merito, forse il più grande, va riconosciuto al coro degli adulti e a quello dei bambini che, grazie anche al lavoro del Coro Unibas di Potenza e dei giovani attori della Compagnia dell'Albero, ha dato struttura all'opera, svolgendo una funzione antica ma semplice e chiara. I nomi di tutti coloro che vi hanno dato vita è riportato in calce al bel volume, quasi un graphic novel che da conto dello spettacolo in scena. Significativa la chiusa: “Silent City è un'opera di:” e seguono i tanti nomi dei professionisti e dei coristi, insieme senza distinzione.
Riepilogando, un’opera di Nigel Osborne e delle comunità di Matera e della Basilicata Composizione elettroacustica Fabrizio Festa, Peter Nelson, Nigel Osborne, Carlo Cozzolongo, Gianpaolo Cassano, Gavin McCabe e Leo Butt  Libretto Ubah Cristina Ali Farah  Drammaturgia Andrea Ciommiento.
Direttore d'orchestra Tommaso Ussardi. Regia James Bonas. Scenografia Bruno Soriato. Costumi Iris Marsico. Coreografia Cydney Uffindell-Phillips. Regia del suono Fabrizio Festa. Sound Producer Peter Nelson. Video design Zakk Hein. Lighting design Rob Casey. Assistente alla scenografia Mimma Giovinazzo. Assistente alla coreografia Anna Moscatelli.
Molto bravi e belle voci i giovani cantanti: Chiara Osella, la madre, Gabriele Montaruli, il fanciullo del silenzio, Elisa Soster, Caterina, Milo Harries, Domenico, Carlo Massari, Rocco, Giorgio Celenza, costruttore, Luca De Lorenzo, costruttore.
Tra il 28 Novembre e il primo dicembre, una prova generale e quattro spettacoli in un Teatro Temporaneo all'uopo allestito dai dodici architetti della Open Design School  ove, tra strutture in legno e in metallo, lo spazio di coro, orchestra, e cantanti capaci anche nella recitazione e nella danza, era ben percepibile e ordinato ma come poroso, attraversabile con il cuore e con la mente in una condivisione rara. Sala stipata e meritato entusiasmo.

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