La cena delle belve

L'idea che un evento straordinario, che si impone all'ordinario andare di esistenze anonime e consuete, sia capace di produrre tensione fino alla dissoluzione delle maschere sociali che ci abituiamo ad indossare, più per debolezza che per consapevolezza, e che da ciò emergano le ferite e le mancanze di anime che confidavano di non dovere mai essere messe alla prova, è interessante, anche se in po' abusata nelle varie declinazioni drammaturgiche che ha nel tempo saputo intraprendere. Verità vorrebbe, anche se non sempre è così e qualche lampo o riflesso di rivolta verso il proprio e l'altrui destino si intravvede, che emergano ordinarie vigliaccherie, debolezze inconfessate, istinti di sopravvivenza che piegano etiche di superficie, alfabetizzate per il minimo che serve ad un instabile equilibrio familiare o sociale. Questa drammaturgia, dell'armeno/francese Vahè Katchà, nella versione e ambientazione italiana, nella Roma occupata dell'autunno 1943, curata da Vincenzo Cerami, ne

ripropone il contesto e le cadenze con un linguaggio ritmato e quasi sincopato come la musica di allora, ma nel complesso rappresenta anche una occasione non sfruttata appieno.
Due sposi invitano alcuni amici, un medico, una giovane un po' ribelle, un insegnante, un reduce cieco e un borsanerista, per festeggiare il compleanno di lei. Nella strada un attentatore uccide due ufficiali tedeschi e per rappresaglia le SS pretendono due ostaggi per appartamento. L'ufficiale che le comanda conosce il padrone di casa, un libraio, e impone a tutti i presenti di scegliere loro i due ostaggi entro due ore. Questo l'evento straordinario che scoperchia anime sofferenti e incomplete e ne porta alla luce i più bassi istinti di sopravvivenza, capaci di tutto sacrificare per la propria vita. Non sveleremo ovviamente la conclusione, paradossale esito dell'unico gesto di vero coraggio e solidarietà che illumina l'intera narrazione.
Uno spettacolo che, come detto, è forse una occasione non sfruttata appieno, perché talora alla libera indagine dell'intimità umana si sovrappongono più facili luoghi comuni e consuetudini narrative più cinematografiche o televisive che teatrali, cioè senza raggiungere un contatto vero e profondo.
Anche gli inserti ironici fin quasi alla comicità paiono più utili a distanziare e, quindi, a difendere, piuttosto che a indagare e penetrare.
Efficace comunque la regia, molto mossa e dinamica quasi a sottolineare l'ansiosa ricerca di fuga e sicurezza, e buona nel complesso la recitazione. Una commedia agra dall'impianto piuttosto tradizionale.
Una produzione Gianluca Ramazzotti per Ginevra Media Production Srl, Centro d'arte Contemporanea Teatro Carcano. Elaborazione drammaturgica Julien Sibre. Versione italiana Vincenzo Cerami. Regia associata Julien Sibre e Virginia Acqua. Interpreti (in ordine alfabetico) Marianella Bargilli, Emanuele Cerman, Alessandro D’Ambrosi, Maurizio Donadoni, Carlo Lizzani, Ralph Palka, Gianluca Ramazzotti, Silvia Siravo.
Scene Carlo De Marino. Costumi Francesca Brunori. Disegno luci Giuseppe Filipponio.
Al teatro della Corte dal 4 all'8 dicembre, ospite del Teatro Nazionale di Genova, con discreto successo.

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