Contro il progresso

Un film importante di qualche anno fa, ovvero L’Odio di Mathieu Kassovitz, cominciava con questa battuta: «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: "Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene." Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio». Basterebbe ricordarsi di questa battuta e di quel film per capire il senso di “Contro il progresso”, lo spettacolo del regista palermitano Peppe Massa, su testo omonimo del catalano Esteve Soler (traduzione di Carles Fernández Giua) e con l’interpretazione di Glory Arekekhuegbe, Emiliano Brioschi e Salvatore Tringali. Un lavoro che, dopo il debutto al Teatro Libero di Palermo, si è visto sabato 7 dicembre sulla scena del Teatro “Tina Di Lorenzo” a Noto. Diciamo subito che, proprio nello stile di questo regista, si tratta di uno spettacolo generoso, politico senza timidezze, senza sfumature, tale che nessuno

può sollevare dubbi sul pensiero del regista e dell’ensemble: la realtà non è un altrove da lasciare ai margini della creazione, essa ci sfida con la sua durezza ed è necessario sentirsene responsabili, starci, schierarsi. In questo caso ci sono sette quadri che si staccano dalla scrittura di Soler per arrivare al pubblico nella forma di frammenti di un futuro distopico. Un futuro che non presenta alcuna pietà per ciò che è umano: nessun empatia, nessun rispetto per ciò che chiamiamo umanità. Una coppia di sposi non prova pietà per una giovanissima migrante di colore e ancor meno, se possibile, se la povera ragazza li disturba mentre il loro televisore funziona male; nasce una nuova religione e il dio denaro sta al centro di un gioco cinico tra marito e moglie; una maestra tenta di imporre a una ragazzina straniera la nostra lingua e la nostra cultura; un matrimonio nella forma di un contratto temporaneo sta per scadere e forse non val la pena pensarci ancora e rinnovarlo; infine una foca tenta di uccidere a bastonate un cucciolo d’uomo. Facile capire quanto tremendo, e però del tutto reale, sia il sotto-testo che si cela dietro a ciascuno di questi sketch. Come è possibile rispecchiarsi in questo lavoro? Cosa dice di noi? Come possiamo contemplare in esso ciò che siamo stati, ciò che stiamo costruendo, ciò che siamo già in potenza? L’immagine che ci ritorna è spaventosa, eppure autentica, paradossale ma autentica. Ci rispecchiamo e viene alla luce il mostro che è in noi: un mostro di indifferenza razzista, pornografica violenza, sterile incapacità ad amare oltre l’egoismo utilitaristico della personale sopravvivenza, un mostro violento, che non ha remore nel pretendere e afferrare con avidità ciò che presume gli spetti come preda o per diritto di censo o che è convinto gli sia stato ingiustamente tolto. Tutto visibile, chiaro, tutto capace di dire con nettezza il male del mondo e avvertire che sì, quel progresso di cui vaneggiamo è già qui tra noi, implicito nel capitalismo del quale siamo carnefici e vittime. Un lavoro, insomma, interessante, anche se alcuni elementi di esso non convincono. Non convince l’insistenza sull’aspetto comico delle vicende proposte: certo, è un aspetto del testo (seppure forse più declinato come comicità acida e surreale), ma ugualmente appare eccessivo e la risata è cercata. Non convince la costruzione di un futuro immaginario che nell’aspetto sembra attingere più a una fantasmagoria televisiva anni settanta/ottanta (quindi camici bianchi, parrucche a caschetto bionde e fucsia) che da uno sguardo profondo e attento sulla consistenza (o inconsistenza) materiale, economica, tecnologica, culturale, spirituale del presente (che è già un futuro che ha tradito  “magnifiche sorti e progressive” d’ogni sorta) e sulla patologica stratigrafia. Come si diceva: «Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio»: questo vale anche per l’arte, vale per il futuro che l’arte immagina, indaga, prova a costruire e rappresenta a teatro.

Contro il progresso
di Esteve Soler, traduzione italiana di Carles Fernández Giua. Regia di Giuseppe Massa, dramaturg Margherita Ortolani. Con Glory Arekekhuegbe, Emiliano Brioschi, Salvatore Tringali. Videografica di Tommaso Arosio. Scene e costumi di Mela Dell’Erba. Suono di Giuseppe Rizzo. Luci di Michele Ambrose. Assistente alla regia Marco Leone, osservatore critico Vincenza Di Vita. Voice over Ama Isele. Realizzazione scenografie Jesse Gagliardi. Produzione: Teatro Libero Palermo, Fondazione Teatro Tina di Lorenzo di Noto, A. C. Sutta Scupa.

Foto Sutta Scupa

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