Nerone

Spesso nel teatro l'incontro con una storia, con una narrazione, fornisce gli strumenti, anzi è essa stessa uno strumento per penetrare nell'animo umano, per indagarne i più intimi recessi e soprattutto per costruire le parole necessarie a dirlo, quell'animo e quel mondo che lo circonda e dolorosamente lo lacera. Succede così che una drammaturgia diventa la partenza di un nuovo viaggio creativo irrorato, come le vene dal sangue, da quelle parole che lo spingono sempre un poco più in là, ogni volta che ne disponiamo nella loro sfaccettata pienezza. In questo modo dalla messa in scena recente del “Nerone” di Felicien Marceau, la  drammaturga Giuliana Pisano trae il destro per costruire in scena la storia di Luciano, uomo perso nel nostro vivere contemporaneo, perso e inadatto, costretto ad essere ciò che non è e dunque inattuale fino a dover recuperare tentativi di identità da quel lontano imperatore romano, figlio anche lui rifiutato di quel tempo lontano e però tanto prossimo.

Storia di una alienazione spinta ai suoi estremi, esistenziali e psicologici, di una tragica scissione e prigionia che approda alla morte, data e desiderata.
Storia di limiti superati, di sentimenti esasperati e perversi che una madre, seduttrice fino al patologico, impone al figlio privandolo dell'unico desiderio forte, costruire nella fabbrica di giocattoli in cui lavora la bambola “Nerone”, simbolo forse della capacità metaforica, profondamente concreta, del teatro.
Uno spettacolo intenso e dal fascino inquieto con il quale la drammaturga ci sembra proseguire la sua ricerca sugli aspetti più nascosti e talora perversi della mente e dell'anima, con sguardo attento al femminile e alle sue ricadute, ma soprattutto alla forza coartante e compulsiva di tali declinazioni interiori.
Uno sguardo che intercetta con profondità il contesto della famiglia, luogo spesso off-limits soprattutto in un paese cattolico come il nostro.
In scena un bravo Emanuele Cocozza sia per il ritmo sempre giusto dei  toni della recitazione,capaci delle giuste variazioni richieste dal testo e dai suoi personaggi e sia per l'uso del corpo che, creando un linguaggio complementare, ha reso più profonda la percezione. Ha dunque meritato questo monologo stratificato e complesso, in cui due personalità lontane e insieme reciprocamente attrattive, il Nerone di Marceau riportato per stralci originali e il Luciano della Pisano, si mescolano e si combattono.
Una produzione della compagnia “Quartieri Airots/Teatro dei 63” che si è radicata nel cuore stesso dei napoletani Quartieri Spagnoli. Drammaturgia e regia di Giuliana Pisano. Luci ed allestimento Salvatore D'Onofrio, costumi Giuliana Pisano, Assistente alla regia Pierpaolo De Pasquale.
Al teatro di Lari il 15 febbraio.

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