Intervista a Sandro Damiani

Fiume e l'irlandese Galway sono le "Capirali Europee della Cultura" del 2020. Robustissimi i rispettivi programmi: mostre, incontri, spettacoli, performance, cinema, teatro, musica. Il programma della città sul Golfo del Quarnero, che ci interessa in quanto geograficamente e culturalmente a noi pià vicino, fa bella(?) mostra la totale assenza del Dramma Italiano, cioé l'unico Teatro stabile di lingua italiana fuori dai confini nazionali. Ne abbiamo parlato con Sandro Damiani, che ne fu direttore per quasi dieci anni, venendo addirittura premiato, con il “Flaiano”, nel 2002.

“Semplice – esordisce il nostro interlocutore – il Dramma Italiano non esiste più. Anzi, peggio ancora. Formalmente esiste, ma con una attività ridottissima che nemmeno soddisfa la “domanda” naturale, per cui è sorto nel 1946, cioé portare teatro in lingua italiana nelle località dell'Istria croata e slovena in cui risiedono i nostri connazionali: Albona, Pola, Rovigno, Parenzo, Umago, Buie, Cherso, Lussinpiccolo, Pirano, Isola, Capodistria, citando solo i centri maggiori”.


C'è, ma.. non esiste, dici. Che senso avrebbe tenere in piedi un complesso teatrale, dispensato, diciamo così, dai propri compiti istituzionali. Tanto vale chiuderlo.

“Chiuderlo, significherebbe rinunciare a qualcosa come (minimo) mezzo milione di euri, tra i finanziamenti croati, italiani e sloveni, da parte del Teatro in cui agisce, che così invece vengono utilizzati dalle altre sezioni del Teatro Ivan de Zajc (la compagnia croata, l'Opera e il Balletto). Inoltre, forse la chiusura della compagnia italiana potrebbe indurre qualcuno, a Trieste, dove, almeno in teoria, sono molto più sensibili che non a Roma, riguardo alle condizioni della Minoranza italiana in Istria e a Fiume, a interpellare il governo italiano, la qual cosa potrebbe anche comportare una crisi diplomatica tra Roma e Zagabria. Saqi,si parladi una realtà artistica assai particolare, fondata nel 1946, con alle spalle oltre trecento allestimenti, due terzi dei quali di commedie di autori italiani”.

Hai detto “forse”. Perché non dai per scontato un intervento dal FVG, in fondo pure questa Regione sovvenziona le attività della Minoranza italiana, dunque pure il Dramma?

“Questo stato di cose sta andando avanti da anni. E' da anni che lo denuncio. Ma nessuno si è preso la briga di vedere di cosa si tratta, se non in maniera superficiale accontentandosi di risposte palesemente menzognere. E visto che, appunto, i rappresentanti politici della Minoranza italiana non hanno mai reagito, hanno pensato bene di forzare lamano, fino ad arrivare al quasi azzeramento delle attività del Dramma Italiano. Ma il suo graduale ridimensionamento operativo (messa in discussione delle scelte di repertorio, bocciature delle scelte artistiche e delle collaborazioni con artisti e teatri/compagnie italiani, occultamento degli introiti e utilizzo improprio degli stessi da parte della sovrintendenza del Teatro, con il silenzio-assenso del Sindaco) va avanti da parecchi anni. Il tutto, con il silenzio di chi dovrebbe salvaguardare le prerogative del Dramma italiano: in primo luogo l'organo politico-istituzionale della Minoranza italiana, cioé l'Unione Italiana; quindi, il mutismo dei media della Minoranza e dell'Università Popolare di Trieste, che è il trait unione fra la Minoranza e il governo italiano, infine le autorità consolari italiane”.

Da cosa deriva questo “silenzio”?

Premesso che non vanno dimenticate neppure le responsabilità della compagnia, i cui membri si comportano come dei meri prestatori d'opera (stipendiati dal primo gennaio al trentuno dicembre), mentre la 'vecchia guardia', viveva il Dramma italiano come parte integrante della loro identità di italiani di Fiume e dell'Istria; probabilmente l'inghippo sta nel fatto che si parla di teatro e non di scuola, di media o dei cinquanta e passa sodalizi dellacomunità nazionale croato-slovena. Insomma, tanto per cambiare... chi swe ne frega del teatro. Ma non mi meraviglierei se fossimo di fronte a omertà di vario tipo. Sai, le entrate dall'Italia della compagnia (130 mila euri annui), fuoriescono dal calderone dei circa quattro milioni di euri che il governo italiano e la Regione FVG (in un rapporto di 3/1) elargisce ogni anno alla Minoranza italiana”.

Cosa è cambiato, rispetto a un paio di anni fa, quando tornasti al Dramma italiano come consulente artistico? Riprendesti i contatti con dramma.it per dire che con la nuova direttrice, l'attrice Rossana Bubola, eravate intenzionati a riprendere la collaborazione con il suddetto portale, per il ripristino del Premio Dramma in Rete. Invece?

“Invece,è successo che il sovrintendente del Teatro che inizialmente ci aveva dato garanzie che avremmo potuto riportare il Dramma italiano sul solco di un passato, fatto di collaborazioni, coproduzioni,tournèes in Istria, Croazia, Slovenia e Italia, dall'oggi al domani ha cambiato idea. O gliel'hanno fatta cambiare. Chi? E chi lo sa. Certo è che la mia conduzione 1997-2004 dette assai fastidio agli ambienti nazionalisti (ma anche in seno alla “mia” comunità italiana), per la troppa presenza italiana – registi, attori, scenotecnici, critici, autori, musicisti, ecc. Il bello è che a livello nazionale, negli stessi ambienti nazionalisti c'era una certa soddisfazione, poiché si potevano vantare del fatto, appunto, degli aplissimi margini di manovra e possibilità economiche di una compagnia teatrale di una minoranza etnica; una sorta di “guanto gettato in faccia” a mo' di sfida a chi accusava Zagabria di sciovinismo nei riguardi degli italiani.
Fatto sta, Bubola ed io mettemmo a punto un programma quadriennale. Che neanche dopo meno di un anno, quello stesso sovrintendente che ci aveva dato fiducia, gettò nel cestino.
Una decisione che ha mandato a monte trattative e collaborazioni artistiche di primo piano, che avrebberilanciato la compagnia, non solo rispetto alla sua attività in seno a Fiume, all'Istria e alla Croazia e alla Slovrenia, ma anche in Italia”.

Ci elenchi qualche progetto?

“Certo. Ma prima voglio ricordare i due progetti iniziali che, essendo andati in porto, ci fecero ben sperare.
Si era partiti con una collaborazione con il Teatro dei Borgia del regista Giampiero Borgia e la messinscena di “Cabaret D'Annunzio”, che tantissimo fece parlare e scrivere, e per la validità dello spettacolo e perché D'Annunzio – personaggio e opera – sono stati un tabù da queste parti sin dalla nascita, dapprima della Jugoslavia, quindi della Croazia (nei suoi venti mesi della”Impresa fiumana”, non si contarono le violente e le aggressioni in primo luogo della popolazione locale croata e slava, quindi di quelle ungherese e austriaca, infine degli italiani antidannunziani: autonomisti, sindacalisti, socialisti.
Un secondo progetto avviato, fu la messa in scena di “Sei donne appassionate” di Mario Fratti, in collaborazione col Metateatro Florian di Pescara. Ottima partenza, ma con cassazione, pochi mesi dopo della seconda parte di entrambi i progetti, cioé le tournées in Italia, peraltro a spese dei partner. O meglio, "Cabaret D'Annunzio" fece un primo giro in Puglia, ma null'altro.
Veniamo ai progetti in trattativa, alcuni già a buon punto. Eravamo in contatto con Arca Azzurra Teatro e la Stabile del FVG per allestire un testo relativo alla Prima guerra mondiale; con la Stabile di Catania e il Gruppo ErosAntEros per l'allestimento di "Santa Giovanna dei Macelli" di Brecht; con Gigi Dall'Aglio ci eravamo accordati per rifare uno spettacolo che fu un grande successo del Collettivo di Parma negli anni Settanta, “Il Quinto Stato”, di Ferdinando Camon, ovviamente ne avevamo già parlato con lo scrittore padovano; con il regista Umberto Scida si era deciso, quando si sarebbe liberato dai suoi impegni, di dare luogo al musical “My Fair Lady”; con Giancarlo Sepe, si stava studiando quando programmare il remake del suo capolavoro, “Accademia Ackermann”. In occasione di “Fiume, Capitale europea della cultura 2020” avevamo preso contatti con una compagnia di Genova (e questa con il Comune) per portare in scena, su una nave, sia a Fiume che a Genova, un testo espressionista di Miroslav Krleza, “Cristoforo Colombo”. Infine, in programma avevamo messo degli spettacoli per ragazzi in collaborazione con la Contrada di Trieste, collaborazione, questa, in parte andata in porto, ma nei minimi termini, con pochi spettacoli a Fiume e in Istria. Ci tengo, ancora, a segnalare gli accordi presi con la presidenza dell'Agis del Triveneto, per entrare a farvi parte, che ci avrebbe agevolato nei rapporti di partnership con la realtà teatrale delle tre Regioni del Nord-Est.
Tra l'altro, la direzione del teatro fece naufragare anche un ambizioso e interessante spettacolo di Paolo Magelli, “I giganti della montagna”. Il Dramma italiano, grazie a Paolo ottenne un notervole finanziamento europeo, 200 mila euro, per uno spettacolo plurilingue, con la partecipazione di attori e attrici provenienti da vari teatri di minoranze nazionali,m come gli sloveni di Trieste, gli albanesi della Macedonia, gli ungheresi della Vojvodina (Serbia), i tedeschi della Transilvania (Romania). Alla sucitata sovvenzione si andavano ad aggiungere i mezzi di tutti i soggetti istituzionali coiunvolti. Ebbene, il Teatro fiumano non permise che lo spettacolo venisse portato anche in città e teatri altri, rispetto a quelli dei parner minoritari”.

Progetti ambiziosissimi. Pensi che sareste stati in grado di affrontare i costi?

“Tutti gli spettacoli sarebbero stati 'preparati' a Fiume: prove, costruzione delle scene, confezione dei costumi, debutto. A Fiume disponiamo sia di attrezzatissimi laboratori scenici che di sartorie di prim'orine: sono gli stessi che servono l'Opera e il Balletto. Quanto ai cast, essi sarebbero stati formati da attori di entrambi i partner, con condivisione delle spese. Del resto, quando dirigevo il Dramma Italiano, dei ventisei spettacoli allestiti, undici lo furono in coproduzione con complessi di Trieste (La Contrada), Gorizia (Artisti Associati), Verona (Atlantide Teatro), Milano (Il Piccolo Teatro: “La Vaccaria”, regia di Gianfranco De Bosio), Firenze (Maskarà Teatro e Pupi e Fresedde), Roma (Teatro dell'Orologio), il Teatro Stabiledi Crotone, di Geppi Glejieses, eccetera”.

E ora?

“L'unica 'arma' per riavere il Dramma italiano delle origini, cioè al servizio della Comunità, è sperare che dall'esterno si facciano pressioni in due direzioni: sul governo croato, sulla Città di Fiume. Ma lo deve fare il Ministero degli Esteri italiano, che gestisce per conto del governo italiano i rapporti con la Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia.

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