La gioia

Pippo Delbono, artista fra i più apprezzati all'estero e in Italia, continua a rimanere fedele al suo modo di fare teatro, ovvero poesia di teatro-movimento, di esaltazione della fisicità, di quella sofferenza, di quel dualismo morte-vita, ma soprattutto del pensiero della morte di cui tutti abbiamo paura, ma con cui abbiamo, giorno dopo giorno, a che fare. Nome di spicco del teatro contemporaneo, ormai riconosciuto in tutto il mondo, Pippo Delbono è approdato anche al Teatro Verga di Catania - prima della sospensione, per il noto decreto a causa dell’emergenza Covid-19, di ogni attività teatrale -, nell’ambito della stagione di prosa 2019-2020 dello “Stabile” etneo, con il suo atto unico “La gioia”, regalando uno spettacolo ricco di poesia, esempio emblematico del suo modo di fare teatro, di indagare sulla contemporaneità, sorretto da un gruppo straordinario di attori e compagni di vita. La pièce,  nata nel 2018 è prodotta da Emilia Romagna Teatro Fondazione in

coproduzione con Théâtre de Liège, Le Manège Maubeuge – Scène Nationale.
In circa 80 minuti, nonostante la diffusa psicosi da Coronavirus, lo spettacolo stupisce, incanta, con una rappresentazione vera, poetica, significante, dove pazzia e gioia, ricerca e viaggio, poesia e teatro si rincorrono, sfuggono, si sfiorano, si raggiungono e si tengono strette. Non è per nulla facile raccontare la pièce “La gioia”, così come qualsiasi altro lavoro dell’artista ligure, per come è sentito, vissuto, costruito. Occorre solo vederlo, sentirlo dentro, lasciarsi coinvolgere  tra le parole, le immagini, i racconti di Delbono e dei suoi compagni di viaggio o di ricerca.
Su un palco scarno, con pochi gli elementi che lo animano, si presenta all’inizio lo stesso Pippo Delbono e spiega al pubblico che lo spettacolo rinasce dalla morte di Bobò, quel sordomuto strappato da trent’anni di manicomio ad Aversa, resuscitato al teatro ed a cui l’artista ligure dedica, adesso che lui non c’è più, la rappresentazione, in ricordo della loro lunga amicizia e collaborazione.
La pièce racconta il dolore Di Delbono, l'assenza di Bobò e le storie dei suoi attori, della sua compagnia/famiglia con una serie di fotografie/quadri che accompagnano ogni creazione dell'artista, ogni suo racconto fatto di immagini e musiche che straziano il cuore. E la gioia non è la protagonista dello spettacolo, ma è solo un un buco nero da riempire con leggerezza, per poter arrivare, scorgere - anche solo per un attimo - questa "gioia" che spesso cerchiamo, inseguiamo invano. Si deve prima affrontare un viaggio fatto spesso di follia, sofferenza, angoscia, tormento, morte.
Lo stesso Delbono - tra il pubblico in sala - si pone e ci pone una domanda: dove è finita la gioia? Dove si trova la gioia? Ed ognuno di noi - in sala o per le strade del mondo - è invitato, coinvolto, a darsi - dentro - una risposta in merito a questa gioia, diversa per ognuno, fatta di millesimi di attimi da cogliere al volo e che possono essere il sorriso di un bambino, le evoluzioni di un pagliaccio, il fiorire di un fiore, un pensiero, un sentimento, un gioco, una serata tra amici, un ricordo.
Si assiste, si partecipa, quindi, ad una ricerca, a un viaggio, sempre diverso, caratterizzato dagli imprevisti e gli spettatori diventano parte integrante, compagni nel cammino. E solamente creando una atmosfera particolare, un’alchimia tra attori e pubblico si potrà andare avanti, insieme, verso quella gioia che spesso vediamo per un solo attimo e che poi scompare tra il buio e il dolore del quotidiano, per poi manifestarsi in altri momenti della nostra vita.
Anche ne “La gioia” ritroviamo i tratti distintivi della poetica di Delbono oltre che il rappresentativo microfono e l’uso del monologo come mezzo per raccontarsi, con la tipica voce del regista che - con la sua camicia fuori dai pantaloni, il suo volteggiare ed agitarsi in scena - accompagna lo spettatore dentro la sua anima, per arrivare dritto alla parte più oscura, più intima, alla ricerca della gioia.
Nella pièce un magico rincorrersi di musiche, di canzoni (da “Maledetta primavera” della Goggi a “Io so’ pazzo” di Daniele), a citazioni e poesie (da Pirandello a Totò, da Erri De Luca a Rimbaud). E - come dice lo stesso autore, regista ed interprete - "forse gioia vuol dire ripartire dall’essere umano dopo la recessione…".
Uno spettacolo, onirico, meditativo, artistico, esilarante con una scenografia semplice, con la voce narrante di Pippo Delbono arricchita dai colori accesi, da un magico gioco di luci e ombre, attraverso elementi (una gabbia, una beckettiana panchina, i fiori, i cumuli di abiti, il tappeto di foglie, i colorati costumi da clown) che hanno un grande valore simbolico e riescono a coinvolgere il pubblico presente in sala. Sul palco e tra le prime file, l'eclettico Delbono esce ed entra tra le incantevoli composizioni floreali di Thierry Boutemy che piovono dal cielo come cascate,  recita poesie struggenti, come quel “sono guarito perché so di fare il pazzo” dell’Enrico IV di Pirandello, che ci racconta il dolore di chi ha tutto, o forse niente, che ricorda con nostalgia e gioia il suo Bobò.
In scena intanto si alternano immagini surreali, si mescolano gioia e pazzia ed i componenti della compagnia (Dolly, Nelson, Margherita, Gianluca, Pepe) ballano, cantano “Don’t worry be happy”, guardano gli spettatori con i loro occhi stupiti, fanciulleschi, con i loro costumi circensi. C’è una gabbia che scende dall’alto e incastra Delbono seduto in una sedia dove confessa il suo dolore e l’angoscia, ci sono cumuli di indumenti, sparsi da Pepe Robledo sul palco e accumulati nella montagna di disperazione dei popoli costretti a lasciare le loro terre in condizioni disumane, elemosinando un briciolo di “gioia”. C’è soprattutto una beckettiana panchina (la stessa di “Barboni”), spazio vuoto che Delbono ha condiviso col suo Bobò, di cui ripropone il canto stridulo, evocando l'amico ed artista a cui l'attore e la compagnia regalavano spesso un compleanno. Sulla scena quindi la panchina - tomba di Bobò intorno e sopra la quale vengono composti fiori ed in questa immagine con addobbo floreale, ovvero guardare in faccia la morte, nella speranza che la gioia sia oltre quella cascata floreale, oltre la morte. Pippo Delbono evoca quindi la Venere degli stracci, racconta la storia della sua famiglia e della ballerina di Tango e del suo Nicola morto improvvisamente, mentre Nelson innaffia un giardino destinato a farsi rigoglioso.
Nello spettacolo si avverte un certo gusto felliniano, l'omaggio al teatro ed al circo (soprattutto nei ricordi di Delbono bambino) ed una straziante nostalgia, tra clown, acrobati e ballerine destinate a sprofondare nel buio a fine recita. A impreziosire il lavoro i coloratissimi costumi di Elena Giampaoli, le luci di Orlando Bolognesi, le musiche di Pippo Delbono, Antoine Bataille, Nicola Toscano e le composizioni floreali di Thierry Boutemy che ricordano, come declama il regista, che è necessario amarsi come si è e non desiderare di essere un fiore diverso: “Se non sei felice può darsi che devi ancora sbocciare”. Vitali, emblematici i componenti della compagnia/famiglia di Delbono: Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Margherita Clemente, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella. Da brividi la voce di Bobò, personaggio che, nella sua assenza fisica, aleggia e accompagna tutto lo spettacolo.
Alla fine pubblico in piedi, a scena aperta, ad applaudire Delbono e la sua compagnia e lo spirito di Bobò - presente in sala con la sua voce- , per uno spettacolo che regala una esperienza indescrivibile, che emoziona, fa sentire più leggeri  e soprattutto – in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo - più vivi, grazie al teatro dell’artista ligure che con la sua poesia, la sua naturale umanità e semplicità ci ridimensiona e si guadagna gli applausi per una pièce ancora una volta ad effetto, che lascia senza parole.

La gioia
uno spettacolo di Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Margherita Clemente, Pippo Delbono,
Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Zakria Safi, Grazia Spinella e con la voce di Bobò.
Composizioni floreali di Thierry Boutemy
Musiche di Pippo Delbono, Antoine Bataille, Nicola Toscano e autori vari
Luci di Orlando Bolognesi
Suono Pietro Tirella
Costumi di Elena Giampaoli
Elettricista Alejandro Zamora
Capo macchinista e attrezzeria Gianluca Bolla
Responsabile di produzione Alessandra Vinanti - organizzazione Silvia Cassanelli
Direttore tecnico Fabio Sajiz
Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, coproduzione Théâtre de Liège, Le Manège Maubeuge - Scène Nationale
Teatro Stabile di Catania - Stagione 2019/2020 - Teatro Verga - 3-8 Marzo 2020

Foto di Luca Del Pia

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