Incontro con Teatro dell'Argine

Incontro, ovviamente via Skype, Micaela Casalboni e Andrea Paolucci del Teatro dell'Argine ITC di San Lazzaro, per discutere con loro di questo particolare momento che tutti coinvolge.

MDP Vorrei innanzitutto che ci diceste che cosa è oggi il Teatro dell'Argine. Come vi definite cioè a partire dai quattro obiettivi programmatici che voi stessi dichiarate, e cioè la gestione della stagione teatrale, i laboratori e i corsi, la promozione di iniziative rivolte al sociale che è un po' una vostra caratteristica da sempre, e infine la produzione di spettacoli. In breve come pensate di presentarvi?

MC Come tu hai detto Teatro dell'Argine è innanzitutto una Compagnia Teatrale. Nasciamo nel 1994, per cui questo è il nostro ventiseiesimo anno di attività, ma fin da subito ci siamo occupati di molte cose contemporaneamente, senza privilegiarne l'una o l'altra. Così produciamo spettacoli per il cartellone e per le tournée, spettacoli tradizionalmente da palcoscenico, gestiamo inoltre il teatro comunale di San Lazzaro, alle porte di Bologna, con la relativa stagione, le ospitalità e una sezione di teatro ragazzi, poi ogni anno organizziamo qualcosa come 250 laboratori per ogni età, ceto,

esperienza, cultura e provenienza che sia, laboratori svolti sia nei nostri spazi che nelle scuole o in altri luoghi, in giro per l'Italia o per l'Europa. Infine come ultimo aspetto della nostra attività, vi è appunto quello dei cosiddetti progetti speciali che comprendono iniziative di scambio in Europa e anche fuori dall'Europa, a sostegno di un dialogo artistico interculturale e intergenerazionale, lavorando anche qui molto con i ragazzi. Ci sono, tra questi, anche progetti rivolti alle diverse abilità, ovvero a tutti quegli ambiti, cioè, ove agire per far parlare tra loro le persone, anche se le persone sono tra loro le più diverse, non solo dunque appassionati di teatro ma insieme coloro che con il teatro non hanno nulla a che fare e che attraverso gli strumenti del fare teatro possono scoprire un modo diverso di stare assieme, possono trovare un benessere nuovo. Tutte cose cioè, anche se noi non facciamo teatro-terapia, che stanno al confine tra teatro, società e cultura in genere. Tutto ciò detto con molta sintesi, anche perché questi quattro ambiti non sono mai in realtà separati tra di loro, in quanto la nostra stagione e le nostre produzioni si nutrono tantissimo del dialogo che, attraverso i laboratori e i progetti speciali, abbiamo con la nostra comunità di riferimento e spesso i nostri spettacoli sono anche il frutto dell'attività di teatro partecipato, come il progetto “Futuri Maestri” di qualche anno fa con gli adolescenti. Diciamo che c'è una osmosi continua tra i vari ambiti.

MDP A monte di tutto, ed è una domanda che rivogo ad Andrea Paolucci, c'è io credo una idea di teatro, un estetica del teatro. Vorrei che tu ce la descrivessi questa idea?

AP Quando abbiamo cominciato, per noi il teatro era lo spettacolo ben costruito capace di incidere e di cambiare chi aveva la ventura di sedersi in platea. Pensavamo che la nostra finalità fosse quella di fare arte e di farla nella maniera, in senso lato, più rivoluzionaria possibile. E questo fa tuttora parte del nostro progetto, essendo le produzioni, come ha detto Micaela, una parte importantissima del nostro lavoro, però ci siamo accorti, soprattutto da quando abbiamo cominciato a gestire il teatro di San Lazzaro, di come quel genere di azione artistica, il fare spettacoli, ci portasse in fondo a parlare sempre con lo stesso genere di persone, cioè quelli che andando a teatro accettano per così dire la relazione 'palco-platea' e la vivono. Certo con gli anni abbiamo saputo anche formare nuovi spettatori,  coinvolgendo quelli che erano sulla soglia. Però ci siamo accorti, appunto, che parlavamo in fondo sempre ad un numero molto limitato di persone. Un numero scelto per così dire, un nucleo a cui va tutto il nostro amore perché rimangono gli interlocutori principali, però i nostri vicini di casa continuavano a rimanere fuori, estranei alle cose belle che potevano succedere dentro il Teatro. E allora è nata l'idea di poter immaginare azioni poetiche che avessero il teatro come base e puntassero a portare dentro il suo circolo, non necessariamente nelle platee tradizionali, quelle persone che ne erano fuori, che erano fuori cioè dalla fruizione del teatro. Così oggi per noi fare teatro non è più solo un interpretazione del mondo, ma è anche mettere in campo tutta una serie di azioni che creano relazioni, azioni dentro le quali, per quanto possibile, il teatro costituisce il collante estetico. Oggi dunque, per noi, l'idea di comunità ha sostituito e integrato quella di abbonati, e quando noi parliamo di azioni creative e di interlocutori non parliamo più di spettatori in senso tradizionale ma parliamo, appunto, di comunità. Parliamo cioè di persone che vengono in questo modo a contatto con noi e con il teatro, che ogni tanto magari comprano anche il biglietto se siamo stati abbastanza bravi, ma soprattutto che imparano a sentirlo sulla proprio pelle, il teatro, sviluppando l'interesse ad andare a fruirlo anche altrove, non solo da noi che abbiamo un modo peculiare, per la nostra storia, di sviluppare la drammaturgia in cornici estetiche conseguentemente molto definite, scegliendo secondo i propri gusti, come nella musica. Noi diamo solo l'avvio ad una serie di riflessioni che queste persone cominciano a sviluppare intorno al teatro, magari diventando poi spettatori di altri generi. Anche i laboratori in fondo servono proprio a questo, a fare in modo che la gente prenda coscienza del teatro per poi alla fine capire la forma e l'espressione che più si adatta loro, e può essere il teatro fisico, la danza ovvero il teatro musicale, la lirica anche e quant'altro. In sintesi siamo in continua azione per dimostrare che il teatro è una cosa che fa bene a tutti anche a quelli che credono non interessi.

MDP Quanto dite porta alla mente due elementi di riflessione e, per così dire, di riferimento riguardo al vostro fare. Uno riguarda l'antica Grecia, ove il teatro riassumeva in sé contenuti e forme rituali e comunitarie ma, per questo, anche fortemente pedagogiche, tant'è che gli stessi detenuti venivano portati ad assistere agli agoni teatrali e i cittadini meno abbienti ricevevano addirittura il denaro per parteciparvi. L'altro elemento riguarda invece Artuad, per il quale il teatro era direttamente parte della sua e della nostra vita fisica e psichica e lo intendeva vero se capace di contagio. Io ritengo, infatti, che il teatro, quando è fatto bene, costituisca un momento di crescita e di maturazione. Per questo il teatro sembra avere in sé qualcosa di essenziale per l'umanità dell'uomo, qualcosa di cui, conseguentemente, la Società ha bisogno, qualcosa che è indispensabile per mantenere una certa salute, sia sociale che psicologica e individuale. Tornando alle vostre esperienze, che sembrano avere questo doppio inquadramento, questo doppio orizzonte, singolare e collettivo insieme, vorrei chiedervi a cosa, da prima che accadesse questo tragico e inaspettato evento del coronavirus e nella aspettativa di presto superarlo, stavate lavorando?

MC Direi che oltre la routine, oltre il lavoro consueto, in quanto era in pieno svolgimento la Stagione 2019/2020, erano attive residenze teatrali e in giro per l'Italia vi erano alcune nostre produzioni in tournée, stavamo preparando un nuovo progetto politico/poetico. Tutto ovviamente saltato, insieme al teatro ragazzi e ai tanti laboratori in corso. Ma quello che mi sento di citare è proprio questo nostro nuovo progetto politico/poetico, e lo faccio proprio perché questo progetto ha richiesto uno sforzo di elaborazione particolare e molto nuova. Era un progetto che in sé andava oltre la nostra zona di comfort, come si usa dire, che ci impegnava per un anno intero a girare per le scuole a cercare di sfidare i ragazzi su temi che non necessariamente erano temi propri dei teatranti, né che dovevano essere portati avanti unicamente con gli strumenti propri del teatro. Temi quali l'ambiente e lo sviluppo sostenibile, ad esempio. Si trattava in sostanza di andare dai ragazzi per capire cosa veramente loro interessasse e in che modo i teatranti potessero mettersi a loro disposizione per affrontare quelle esigenze. Un lavoro dunque all'incontrario per esplorare una sorta di ultima frontiera, per chiederci e scoprire cosa il teatro può ancora fare per intercettare i ragazzi, oltre a portarli a teatro a vedere cose anche interessantissime, ovvero a fare con loro i vari laboratori. Oltre la potenza che il teatro dispiega per interpretare e portare alla comprensione i classici, che cosa altro può fare? Ecco questo nostro progetto politico/poetico, bifronte appunto tra polis e poesia, aveva come finalità da un lato di scoprire che cosa i ragazzi hanno a cuore e se e come il teatro può dar loro strumenti forti per capirlo e per dirlo, coinvolgendo anche altri nelle loro passioni. Dall'altro, e questo è il suo secondo aspetto, quel progetto,voleva raccontare attraverso uno spettacolo, che doveva essere anche lui molto particolare, l'altra adolescenza, quella dei ragazzi che non solo non sanno la passione della conoscenza, ma spesso non hanno neanche gli strumenti di base per esserne consapevoli ed organizzarla questa passione. Raccontare dunque lo stato di disagio degli adolescenti per così dire in pericolo, quelli con disabilità ma anche quelli cosiddetti 'difficili, che sono magari appena arrivati da luoghi del mondo tormentati ovvero che soffrono di dipendenze patologiche molti forti da alcool e droga. Tutto un mondo sommerso, il mondo di quei ragazzi che cadono nelle 'fratture' della città e che vanno invece ascoltati e che noi avremmo appunto voluto raccontare, ma magari riusciremo ancora a farlo, in questo spettacolo che sarebbe stato qualcosa un po' al confine del teatro. Ma su questo vorrei intervenisse anche Andrea.

AP Il progetto stava prendendo la sua forma pubblica, dopo gli interventi nelle scuole, e proprio a marzo ne sarebbe iniziata la cosiddetta promozione. Purtroppo il 23 febbraio tutto, scuole e teatri,  si è fermato. Tra le tante iniziative pubbliche concepite, la prima avrebbe visto Piazza Maggiore a Bologna invasa il 19 aprile da 650 adolescenti delle superiori, ciascuno dei quali avrebbe letto una sua testimonianza, della durata di 3 o 4 minuti, avente per oggetto principale i temi dell'ambiente, del climate change, argomenti appunto molto vicini alla loro sensibilità, come quelli dei diritti e dei diversi modelli di sviluppo ad essi correlati. Temi dunque già introiettati dai ragazzi cui noi fornivamo gli strumenti teatrali per esporli e renderne efficace la comunicazione e la comune elaborazione. Fornivamo loro in sostanza gli strumenti teatrali per la 'loro' battaglia. Questo doveva essere il percorso concepito, se non fosse intervenuto il blocco inopinato ma purtroppo necessario. Ma non solo questo, come ha detto Micaela, in quanto avremmo rischiato di dimenticarci dei ragazzi che non erano impegnati in quelle istanze, perché hanno problemi più grandi. Siamo quindi andati ad intervistare i servizi sociali, i volontari, i pronto soccorsi ove ogni sabato sera arrivano decine di dodicenni in shock etilico, e tutto ciò sarebbe stato la base per raccontare nello spettacolo anche l'altra adolescenza, quella con più difficoltà e fragilità, con più dolore. Il tutto dentro ad un progetto più grande di Emilia Romagna Teatro, anche con fondi europei. Ora tutto questo è, mi sento di dire, congelato non annullato. Siamo in grado di farlo l'anno prossimo? Certamente sarà per noi interessante allora portare dentro a questo progetto proprio l'esperienza che stiamo facendo adesso, noi e i ragazzi, per capire come loro si immagineranno il mondo a venire, poiché era proprio questo quello di cui insieme a loro ci occupavamo nei diversi laboratori. In sostanza parlando di clima e di ambiente sollecitavamo i quattordicenni e i quindicenni ad elaborare una idea della loro città e di loro stessi nel futuro. Oggi probabilmente le loro risposte sarebbero molto diverse. Quindi è un progetto questo non andato a buon fine nei modi e nei tempi previsti, ma comunque crediamo sia un progetto giusto anche per ripartire non appena si potrà.

MDP Lo penso anch'io perché, quando questo tragico accadimento finirà, sarà necessario per tutti e soprattutto per i giovani una profonda elaborazione. Quindi in fondo questo vostro progetto 'sospeso' è un progetto che si apre ancora alla speranza, è un filo per poter riattivare e continuare i contatti con i vostri interlocutori, appunto perché avete lavorato tantissimo con e per la città. Per tornare invece alle difficoltà dell'oggi credo sia importante anche fare una analisi di ciò che state attraversando in quanto, a fianco del principale problema della salute pubblica, si va aprendo anche quello economico per le attività, come le vostre di teatranti, bloccate. Si ha un po' di pudore nell'ambiente a parlare, di fronte alle morti e al dolore, dei problemi economici. D'altra parte tanti artisti non hanno quelle tutele economiche di cui, per fortuna, molti lavoratori usufruiscono. Quali sono dunque secondo voi i problemi da affrontare in questo momento per la comunità di attori e artisti che fa riferimento al vostro teatro?

AP Rispondo io in quanto è un quesito un po' più tecnico. Lo scenario che hai richiamato per noi si è aperto il 23 febbraio e, anche se io rimango convinto che 'ri-usciremo' letteralmente per le strade nel giro di qualche settimana, secondo 'buon senso' a giugno almeno a camminare senza abbracciarci e a partire da luglio per ri-programmare qualcosa, certamente tutto non sarà più come prima. Ci sarà un auspicabile allentamento delle attuali misure di sicurezza, quelle che ci costringono a casa, ma quando si allenteranno non so se quello che sarà allora possibile fare di nuovo corrisponderà a quello che effettivamente le persone si sentiranno di fare. Dubito infatti che un secondo dopo che ci diranno “potete riabbracciarvi” i teatri torneranno ad essere pieni in quanto ci sarà ancora bisogno, giustamente, di un periodo di metabolizzazione della paura. Dunque io mi do sei mesi di tempo da quel fatidico 23 febbraio per poter pensare di programmare di nuovo qualcosa all'ITC, andando a settembre/ottobre dunque. Noi dovremo così affrontare, penso, almeno sei mesi di chiusura totale prima di tornare ad una certa normalità. Saranno sei mesi senza alcun introito economico, cosa che comporterà un dimezzamento dei nostri fatturati e conseguentemente della possibilità di pagare stipendi e prestazioni artistiche. Se questa mia previsione è valida, quando ricominceremo dunque non ricominceremo al 100% ma inizieremo un percorso per raggiungere man mano un nuovo equilibrio anche economico.

MDP In proposito i provvedimenti presi dal Governo con il primo decreto di Marzo ti sembrano sufficienti per tutta quella comunità di artisti che per l'emergenza sono rimasti privi di lavoro, di scritture e dunque anche di reddito?

AP Va detto innanzitutto che i tempi prevedibili di chiusura impediscono che il sistema teatro nel suo complesso sia in grado da solo di fronteggiare la crisi. Non è pensabile infatti una normale riprogrammazione, magari accendendo un mutuo che le banche potranno anche dare ma che bisognerà restituire, e così, in assenza di introiti, è necessaria assolutamente una iniezione di liquidità da parte dello Stato, che non è assistenzialismo ma è una sua scesa in campo, nelle sue diverse articolazioni, regioni, comuni, enti, a tutela dell'intero comparto, altrimenti il rischio concreto è che chiudano tutti, anche le realtà più strutturate. Questo è fuori discussione. Dunque in risposta alla tua domanda, vista l'urgenza, i provvedimenti che coinvolgono, e in Italia non è mai stato facile, anche i lavoratori dello spettacolo nelle sue diverse articolazioni, sono una prima boccata di ossigeno per questo primo mese di aprile, e come tale da tenere buona di per sé. Una risposta necessaria che speriamo sia rinnovata ma che da sola non può bastare, in quanto la crisi oggi innescatasi nel teatro e nelle attività culturali non potrà certo essere risolta dai 600 euro per autonomi e partite IVA. Serve per tamponare e per evitare la chiusura subito, ma strutturalmente è necessario un vero e proprio piano Marshall per la cultura. Questo vale non solo per il singolo artista o gruppo che aveva le sue date, le sue scritture, un futuro ora completamente stravolto, ma vale anche per le Istituzioni più grandi e strutturate, in quanto è una situazione che riporta a zero qualunque azione e iniziativa che riguardi lo spettacolo.

MDP Soprattutto perché il teatro è essenzialmente spettacolo dal vivo, è vita, contatto, relazione, è carne e sangue e non bastano a farlo sopravvivere le varie iniziative, pur encomiabili, di utilizzo della rete Web. In proposito non pensi sia venuto il momento che, superando quel pudore di cui prima parlavamo, gli artisti facciano arrivare suggerimenti e richieste organizzate e collettive, direttamente ed esplicitamente al governo e all'opinione pubblica, anche quella che non va a teatro?

AP Il sistema Teatro purtroppo è storicamente molto frantumato, e per di più si parla poco tra di noi, anche tra le realtà più simili e omogenee c'è e c'è sempre stata poca condivisione. Quindi andare compatti, creando non dico lobby ma almeno gruppi di pressione, nel nostro settore è sempre stato difficilissimo, e questo è un problema. Però, per fortuna ci sono reti e collegamenti che si stanno muovendo. I nostri riferimenti al riguardo son tre. Innanzitutto siamo una cooperativa e quindi ci possiamo appoggiare alla Lega delle Cooperative, noi e gran parte dei gruppi emiliano romagnoli che sono anch'essi cooperative, e la Lega ha già aperto un tavolo con il Ministero per le cooperative dello spettacolo. La seconda è C.RE.S.CO. (Coordinamento delle REaltà della Scena COntemporanea), organizzazione che unisce un po' di compagnie, singoli artisti e in mezzo altre centinaia di gruppi più diversi, anche Cresco è in questo momento al tavolo del Ministero. La terza rete organizzata cui ci appoggiamo è Assitej che è una organizzazione internazionale di Teatro ragazzi, ed è anch'essa presente. Quindi in questo momento c'è un dialogo avviato con il governo nazionale. In più il teatro può contare in Emilia Romagna su una presenza molto forte della Regione e anche con la Regione è aperto un dialogo attraverso il quale siamo chiamati come singole realtà e non come reti, uno per uno a fare proposte e ad avanzare richieste o anche domande tecniche su questo o quel provvedimento. Abbiamo trovato cioè anche presso l'istituzione regionale una attenzione concreta e risposte veloci alla nostra situazione. È stato l'Ente Emilia Romagna il primo a intervenire concretamente, e non tutte le Regioni possono dire lo stesso. Forse mai come questa volta credo che la politica si stia ponendo il problema di come tutelare un pezzo importante della sua presenza sul territorio, e in più noi si sta facendo più squadra. Spero dunque che da tutti questi tavoli escano proposte utili per tutti, anche per quelle realtà che magari non sono qui pienamente rappresentate, come gli artisti free lance ad esempio che hanno difficoltà rispetto ai parametri ministeriali fatti di giornate e borderò. Ne esca quindi almeno quanto serve, come si dice,  intanto a 'passare la nottata' e poi per cominciare a supportare una visione più a lungo termine tutta da costruire.

MDP Sperando di non dover perdere per strada realtà artistiche che potrebbero non farcela a superare questo periodo di blocco, se si prolungasse troppo e ove i provvedimenti attuali non fossero reiterati o insufficienti. Ma tornando al tumultuoso presente farei una domanda a Micaela. Tu recentemente sei stata in Liguria ospite ad un convegno sul teatro. Puoi parlarcene indicando temi e conclusioni principali?

MC Innanzitutto da un punto di vista per così dire simbolico, quella è stata l'ultima occasione per me di uscire da casa o meglio dalla Regione. Io, infatti, sono quella che nell'ambito della nostra organizzazione si occupa dei progetti internazionali e quindi sono sempre con la valigia in mano. Ora è un bel po' che non mi muovo. Quella è stata l'ultima volta, grazie al Teatro Pubblico Ligure e a Sergio Maifredi che, era appena scoppiata l'emergenza e non c'erano ancora i divieti più stringenti,  invitarono noi e altri per un incontro a porte chiuse, e tutti aderimmo, salvo una eccezione motivata, con entusiasmo. È stato dunque l'ultimo incontrarsi, per questo anche simbolicamente importante. Il titolo del convegno era poi di per sé significativo, “Il mio teatro è una città”, e ha riunito tutte quelle realtà, liguri ma non solo, e anche straniere, che vivono il teatro come articolazione della polis, come rapporto con la collettività. Realtà, come hai detto in precedenza, che pertanto sono il centro di una comunità, di una città, non in quanto l'artista sta al centro come su un piedistallo, ma in quanto ogni cittadino se ne sente parte, in un dialogo a due direzioni, che mette fruttuosamente a confronto l'uno e l'altro. Lì sono state dunque raccontate realtà e pratiche diverse, di tutte le dimensioni ma con una comune operatività, ed è stato interessante vedere come queste realtà territoriali diverse, da Udine al Suq genovese di Carla Peirolero e altre, operassero avendo come collante comune proprio questo elemento. È emerso allora come una rete tra noi, in realtà, sia possibile a partire da questo, anche se è vero che il mondo teatrale è frantumato e diviso, non solo da invidie ma anche dalla necessità di correre sempre e da soli per raggiungere un obiettivo. È possibile cioè riconoscerci in un fare che metta al centro la collettività, un fare che non sia solo lo staccare i biglietti e offrire spettacoli, ma che sia capace di innescare un processo di cittadinanza attiva, consapevole e partecipata. Una spinta che sarà fondamentale quando l'emergenza sarà passata e potremo avere al nostro fianco anche cittadini che premono perché quel processo ricominci per davvero.

AP Di una cosa, a questo riguardo, siamo sicuri e lo dico senza retorica e senza romanticismo egoriferito: noi artisti, noi che siamo nel mondo del teatro e che in questo momento ci lecchiamo le ferite, saremo fondamentali per ricominciare, perché sappiamo allacciare relazioni tra le persone, perché il bello, la poesia, l'arte sono gli indispensabili strumenti che daranno a molti, se non a tutti, la forza per ripartire. Dunque chi di noi riuscirà a passare la nottata, sarà il primo elemento su cui ricostruire una ripartenza e attraverso il quale coinvolgere e consolidare una intera comunità, capace cioè di riattivare le condizioni per stare meglio insieme.

MDP C'è in tutto questo la capacità di cambiare le persone anche con un solo spettacolo, io credo. Spero dunque che queste vostre voci giungano ben chiare a chi ha la responsabilità di sostenere e rendere possibile il ricominciare. Vi si riconosce poi anche la generosità degli artisti, otre le invidie e le solitudini, artisti che hanno messo in rete i loro contributi, i loro lavori necessari, sempre, alla riflessione comune e ad evitare reazioni scomposte e di pancia di fronte a una realtà nuova e oscura. Io vi chiedo ora un ultima cosa a chiusura di questa nostra conversazione, magari per poi riprenderla più avanti, come una sonda che ci aiuti a capire cosa sta succedendo mentre sta succedendo, a voi e a tante altre realtà, così cercando di evitare una implosione. C'è dunque qualcosa che non ho sollecitato ma che volete dire e volete far sapere al pubblico della nostra rivista e alla pubblica opinione?

AP Quello che vorrei ribadire ulteriormente, è che dovremo farci trovare pronti a ripartire, proprio  in quanto indispensabili a riallacciare le relazioni, a ricostruire un tessuto di condivisione collettiva.

MC Dovremmo però farci trovare pronti anche a cambiare, a cambiare noi stessi e a cambiare il nostro lavoro perché dopo anche il mondo sarà cambiato ed il nostro lavoro, il lavoro di chi fa teatro, è un operare che guarda al mondo, che vive nel mondo, che per quanto può 'sa' il mondo. Ci sarà dunque una metamorfosi che speriamo potente ed efficace.

MDP Sarà dunque interessante vedere quale e come sarà questa metamorfosi che riguarderà insieme scrittura e messa in scena.

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