Il teatro è chiuso. Anzi no

Tutti i teatri sono chiusi non per mancanza di spettacoli, come d’estate, o per mancanza di spettatori, a volte succede. No, sono chiusi perché un virus entra nei polmoni di artisti e spettatori o spettatrici, da lì occupa tutto lo spazio alveolare e impedisce all’aria di entrare. Ovvio che si può morire. Unica difesa è stare a casa, chiudere porte e finestre, impedire che il virus e l’esterno entrino in noi. In questi 50 anni di teatro (!) a un certo punto ho percepito che il teatro era guardarsi dentro, rivoltare lo sguardo, il nostro sguardo, all’interno del nostro corpo, del nostro cervello. Se mi siedo in platea e guardo il palcoscenico è come se guardassi dentro di me. E mi aspetto che quelle figure mi rappresentino, appartengano cioè a miei ricordi, incubi, sensazioni che conosco o che ho censurato ferocemente e che invece lì sul palcoscenico c’è qualcuna che le dice per me, al posto mio. Una delle pazienti di Breuer/Freud, Anna O., chiamava i suoi incubi: Il mio teatrino privato*.

Teatro/sogno, interno/esterno si scambiano continuamente di luogo e di tempo.
 Se la rappresentazione che mi propongono è banale o sciatta mi sento quasi offesa - Come vi permettete? Io sarei quella lì? - E con Quella lì voglio dire tutto quello che succede in scena: attori, attrici, scene, costumi, musiche, parole, silenzi, perché Io sono tutto ciò che vedo.
Io sono un condominio!**
Io sono tutto lo spettacolo.
Se invece la rappresentazione mi sorprende, mi eccita o strugge ecco che allora è festa grande, ringrazio come quando mi risveglio dopo un sogno che capisco subito mi darà forza per tutto il giorno, o molto di più, ci sono sogni che ti cambiano la vita! E anche spettacoli.
Quando invece sono io attrice in scena cerco sempre di rispondere alla domanda del pubblico - Mi rappresenti bene? Mi fai sognare bene? A volte può anche essere un sogno difficile da far digerire e allora il mio compito di attrice è ancora più delicato, devo evitare il rifiuto da parte dello spettatore, devo calibrare leggerezza e mano pesante per non provocare bruschi risvegli, abbandono del teatro. E’ un gioco delicato da equilibristi sul filo del vuoto, ma se artista e pubblico giocano insieme è magia da brividi.
In questi giorni siamo tutti senza mondo esterno, senza teatro. Sì ci sono i social e i media: cellulari, Tv, computer, Skype, Whatsapp, Istagram, Tik Tok….. ma lì dentro mancano i corpi, manca la concretezza dello spazio, gli odori, manca la vicina di poltrona con il programma di sala, il buio prima che tutto abbia inizio. Il tempo e lo spazio del qui e ora è tutto scombinato.
Io vivo sola, nessuno da guardare o che mi guardi nelle stanze della casa. Dunque viene meno anche quel teatrino privato e famigliare che ciascuno di noi recita in presenza di altri. Ma non si può sopprimere il nostro quotidiano bisogno di rappresentazione. Sarebbe come sopprimere la fame la sete il sonno il sesso la paura l’audacia: tutte cose senza le quali la vita si ferma, perché senza, ovvio, si può anche morire.
E infatti le figure del mio condominio privato sono qui con me, entrano e escono dai miei occhi, dal mio cervello, si affacciano sulla porta della camera da letto - Buongiorno Marinella, che dici, ci alziamo? O sono già sedute a tavola, aspettando che prepari la colazione con il cucchiaino già alzato sulla zuccheriera. Presenze vive, certo, io le vedo! Morte anche, già! Sono senza corpo, ma questo è normale in tempo di virus: non toccatevi, non abbracciatevi, distanza mi raccomando.
Due di loro, mio padre e mia madre? sono già pronti per uscire con cappotto e ombrello - fuori c’è il sole! - Ecco si fermano accanto alla porta così, come attori in quinta, sono già pronti a rientrare all’ora di cena.
E chi amo più di tutti ha già aperto libri e computer:
- Dai sbrigati, devi finire quel pezzo, non perdere tempo. Poi più tardi usciamo insieme.
- Ma non si può insieme!
- Non preoccuparti, mi infilo nella tua tasca, nessuno mi vede sto nella tua mano, lo sai che mi piace stare lì.
The show must go on.
E chi lo ferma!
Io no di certo.
Ci vediamo in teatro.

* La doppia vita di Anna O., testo e regia di Luigi Gozzi, 1989.
** Io sono un condominio di e con Marinella Manicardi, 2018: https://www.cittametropolitana.bo.it/storia/Foto_e_video/001/La_Provincia_di_Bologna_e_medaglia_doro_al_merito_civile/001/Marinella_Manicardi

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