Teatro come utopia

Confesso che ho accolto con ansia e con gratitudine la richiesta di Marcello Isidori di provare a buttar giù una riflessione sulle mie scritture teatrali. Ansia perché non sono abituato a ripensare troppo alle ragioni più o meno profonde che le sorreggono; gratitudine perché (oltre al fatto di avermi interpellato) questo mi costringe a farlo.
E allora la prima cosa che mi viene in mente è questa: dire qualcosa a proposito di ciò che scrivo significa dire qualcosa della compagnia per cui scrivo, il Teatro dell’Argine, e dire anche, in fin dei conti, qualcosa della mia vita, dal momento che quella compagnia ho contribuito a crearla, insieme a quelli che sono la mia seconda famiglia, circa venticinque anni fa.
Ma una compagnia teatrale assomiglia a un organismo vivente, perché è fatto da donne e uomini, e come le donne e gli uomini cambiano, si evolvono, maturano, così anche le esigenze di una compagnia cambiano, e cambia di conseguenza l’apporto e il contributo di chi ne fa parte.
È una riflessione ovvia, naturalmente, ma è la premessa per me necessaria nel momento in cui affronto con sguardo retrospettivo il mio lavoro di scrittura.
A pensarci bene, il primo testo che ho scritto e l’ultimo in ordine di tempo parlano entrambi, a modo loro, di teatro. Il primo, nato appunto un quarto di secolo fa, rappresentava in un registro comico e in maniera un po’ idiosincratica i rapporti di forza all’interno di una minuscola compagnia teatrale: eravamo appena usciti da una scuola di teatro, stavamo allestendo la compagnia e quel testo era il riflesso con cui mi vivevo le dinamiche interpersonali tra di noi. Niente di più che un esercizio solipsistico.
L’ultimo si intitola Casa del popolo, è una ricognizione nata nei centri aggregativi della nostra terra che ancora resistono sulla base di ideali nobili, e prova a dichiarare una cosa molto semplice: ovvero che anche i teatri oggi hanno la possibilità di svolgere quelle funzioni aggregative, di condivisione e rilancio di istanze comunitarie che altri luoghi o istituzioni non riescono più a svolgere.
Cosa è cambiato tra quel primo testo e l’ultimo? È cambiato appunto per me il rapporto con il teatro, un rapporto che è maturato a partire da una riflessione costante sul ruolo che esso può giocare nella società e sui legami necessari che può e deve, proprio in quanto pratica socializzante, istituire con le persone e tra le persone stesse.
Se quel primo testo e altri, brevi o meno brevi, che sono seguiti subito dopo e di cui fatico persino a ricordare i titoli, nascevano per soddisfare le necessità di lavoro della compagnia e il mio semplice impulso alla scrittura, i testi di quella che potrei definire una seconda fase del mio percorso (che cominciava appunto a fare tutt’uno col percorso di crescita e consapevolezza della compagnia) avevano come stimolo iniziale la ricognizione nella realtà e nel passato prossimo della nostra storia nazionale. Si era nel pieno del successo del teatro di narrazione, una forma che ci sembrava potesse contenere quello slancio etico con cui nutrire la critica ad un presente che non ci piaceva (oltre che nel pieno del teatro di narrazione si era nel pieno del berlusconismo) e così entrammo, io e gli altri dell’Argine, in un campo già piuttosto arato: ma adottare quella forma era l’inevitabile conseguenza di ciò che pensavamo ed eravamo.
Tra 2003 e 2005 hanno così visto la luce Italiani Cìncali e La turnata, scritti per e insieme a Mario Perrotta, che rappresentano un  momento felice non solo per l’esito che hanno avuto, ma anche per il lavoro creativo che mi hanno consentito di fare: i dati di realtà potevano essere trasfigurati in vera e propria narrazione epica e favolosa in virtù della voce straniata dei personaggi che avevamo scelto come protagonisti del racconto: un postino candido ma non sprovveduto per Italiani Cìncali e un bambino che non era mai uscito di casa per La turnata. E così io, immerso in una cultura essenzialmente padana, potevo scrivere e inventare vicende di emigrati salentini proprio perché la tenuta del testo era garantita da una cifra fantastica e mitizzante, e non solo da dati documentari (nella divisione del lavoro, le parti di ricostruzione storica, necessarie come garanzia di verità, spettavano invece a Mario). Ma dovendo trovare le ragioni fondanti di quei lavori, non posso ancora una volta che individuarle in un’istanza etica e civile molto forte. E, se mi è permesso, penso alla parola “civile” non come la solita formula applicata a un certo tipo di teatro per definirlo genericamente e dunque, in buona sostanza, non definirlo, ma come un’assunzione di responsabilità di cui il teatro deve farsi carico nei confronti della comunità cui intende riferirsi.
Non a caso in quel “dittico” e in altri testi di quel periodo che sempre bazzicavano la narrazione c’era l’idea di una centralità del colloquio con il pubblico, che è diventato poi addirittura protagonista, inglobato nel dispositivo drammaturgico, in due progetti successivi della compagnia dove anche la scrittura germogliava dalla relazione con le persone: progetti cosiddetti “partecipati”, il primo intitolato Le parole e la città, il secondo Futuri Maestri. E in generale, se entrambi hanno assecondato una per me naturale evoluzione in dramaturg, spingendomi a mettermi a disposizione delle ragioni dello spettacolo più che del testo, quello che ritrovo in entrambi è di nuovo una tensione etica innescata dalla fiducia nella ritualità gioiosa del teatro, nell’idea forse un po’ bislacca e utopistica che il teatro possa salvarci, cioè possa salvare la nostra voglia di stare insieme, e di condividere bellezza dentro un’esperienza comunitaria.
Mentre scrivo queste righe sento l’impulso a circoscriverne un po’ la stentorea baldanza: e ugualmente mi trattengo. Perché se c’è qualcosa che ho bisogno di conservare dal mio percorso di scrittura (mai come ora, peraltro: butto giù queste riflessioni nel periodo del Covid-19…) è proprio l’orizzonte utopistico che ritrovo nell’esperienza del teatro. E che ritrovo forse perché la scrittura è solo una parte delle attività che svolgo nella vita quotidiana della compagnia: c’è anche la regia, l’organizzazione, soprattutto la pedagogia con gruppi di adulti e adolescenti, migranti e anziani, persone fragili o meno fragili… Attività che mi consentono di mettermi a disposizione di una comunità vasta che delega una parte del proprio benessere (almeno così mi piace pensare) al teatro.
E mi ritrovo anche a pensare che forse i testi migliori li ho scritti per questi gruppi di attori-non attori, e che nessuno ne saprà mai niente, e va bene così, perché la loro funzione l’hanno assolta proprio consentendo a quegli attori-non attori di stringere legami in nome del teatro e di prendersi per un momento un piccolo spazio di decompressione sul palcoscenico sempre un po’ affannoso della vita. Dando in più a me l’illusione di poterli riscrivere, quei testi, o riallestire in una forma più compiuta per gli attori della compagnia. E pure questo, in fin dei conti, fa parte di un orizzonte utopistico che mi permette di poter dire la nota frase, appannaggio di tutti gli scrittori, “il testo migliore è quello che devo ancora scrivere”.

Nicola Bonazzi è dramaturg e regista della Compagnia Teatro dell’Argine, che ha sede presso l’ITC Teatro di San Lazzaro di Savena (Bo), e di cui è condirettore artistico insieme ad Andrea Paolucci e Micaela Casalboni, Ha scritto, nel corso degli anni, diversi testi per la Compagnia, alcuni dei quali hanno incontrato l’interesse del pubblico e della critica. In particolare con il dittico sull’emigrazione Italiani Cìncali (2003, finalista Premio Ubu Miglior Novità Italiana) e La Turnata (2005) ha contribuito all’affermazione della Compagnia in ambito nazionale insieme a quella del suo interprete Mario Perrotta. Dal 2012 collabora, come guida del laboratorio teatrale, con “Gli Amici di Luca”, compagnia nata in seno alla Casa dei Risvegli Luca De Nigris di Bologna. Nel 2015 si occupa della drammaturgia dello spettacolo Le Parole e la Città (vincitore del premio Garrone), di buona parte dei testi di Bassa Continua-Toni sul Po (vincitore Premio Ubu) e nel 2017 di Futuri Maestri (finalista al premio rete Critica e al premio Ubu 2017, vincitore del Premio della Critica Anct nello stesso anno e dell’Eolo Award nel 2018). Tra gli altri suoi testi Liberata (2006) e Eden (2009). Casa del popolo è la sua ultima scrittura per il teatro. Come regista il suo ultimo spettacolo è Mi chiamo Andrea. Faccio fumetti, su testo di Christian Poli con Andrea Santonastaso Ha seguito nel corso degli anni l’evoluzione delle attività teatrali che il Teatro dell’Argine ha offerto a persone richiedenti asilo e rifugiate, curando insieme agli altri artisti della Compagnia percorsi di laboratorio con i relativi esiti di spettacolo (tra cui Grande Circo Inferno, 2008; Di che paese è Madre Coraggio, 2009; Il paese dei Pinocchi, 2017). Da molti anni si occupa di didattica teatrale nelle scuole medie superiori. È docente di letteratura italiana presso l’Università di Bologna.

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