Conversazione con Davide Livermore

I teatri sono chiusi ma capita che incontrando alcune persone che vivono il teatro dal di dentro, come vita artistica ma anche come attività operativa, concreta, del giorno per giorno, allora ci accorgiamo che il teatro non è moribondo sotto i colpi del coronavirus, ma è vivo, vegeto e anche in piena energia e salute. Una di queste persone è Davide Livermore, da quest'anno Direttore del Teatro Nazionale di Genova. Il suo ingresso alla guida di quello che è uno dei principali teatri di prosa italiani, ha praticamente coinciso con l'esplosione della pandemia, che avrebbe potuto, scombinando tempi e scadenze della stagione, essere un macigno su una strada appena intrapresa. Invece ha cambiato il contesto ma non la forza e le idee che vogliono alimentare e alimenteranno una esperienza dalle caratteristiche se vogliamo non usuali nel panorama nazionale. Un artista, oltre ogni consorteria, scelto per dirigere il teatro che fu di Ivo Chiesa e Squarzina, è cosa che esce dall'abitudine, dalla zona di comfort come lui stesso la chiama, cui spesso sono abbarbicate le istituzioni culturali in Italia. Uomo dalle mille vocazioni, di esperienze svariate in Italia e ancor più

all'estero, è noto ai più come artista del teatro lirico, che ha vissuto da cantante e regista di successo, ora sembra voler mettere il suo entusiasmo a disposizione del teatro italiano di prosa. Soprattutto intende riaprire molto presto i suoi teatri, dentro o ancora fuori gli edifici, ed è pronto a farlo. Questo l'incontro e la conversazione con lui. Ovviamente via Skype in attesa di rivederci “dal vivo”.

MDP Davide Livermore la sua ormai lunga e importante esperienza artistica ha avuto al suo centro il teatro lirico che secondo molti è il vero se non l'unico spettacolo italiano autenticamente popolare. Condivide questa valutazione?

DL Al riguardo si può affermare tutto e il contrario di tutto. Diciamo che l'opera lirica è un miracolo creato in questo paese, non a caso, e donato all'umanità rappresentando la simultaneità di tutte le arti e nella simultaneità di queste non può che essere in un certo qual modo inarrivabile. Che tutto questo sia italiano non c'è dubbio, che l'opera lirica a livello internazionale venga riconosciuta come un prodotto dello straordinario patrimonio artistico del nostro paese anche. Io credo che in effetti il teatro italiano sia Verdi, Puccini, Donizetti e Monteverdi, e il mondo corre dietro a Verdi e Puccini, mentre noi in Italia corriamo dietro a Kantor e Grotowski nella prosa, ad esempio. Ma dico tutto questo sempre con un enorme amore, un amore profondissimo per la prosa italiana, unito ad un senso di gratitudine verso di essa, perché, come si dice, si amano veramente le persone quando si dice loro la verità, e insieme si guardano in faccia le cose come stanno. Del resto in Italia il grande problema è lo scollamento, assolutamente inopportuno, da parte della prosa nei confronti dell'opera e viceversa. Così io credo si tradiscano le radici di entrambi, in quanto in fondo siamo i figli della stessa matrice. Mi sembra quasi il riproporsi della storia di Isacco e Ismaele. Ma soprattutto detesto il rapporto un po' da Edipo irrisolto di tanti grandissimi artisti o anche direttori di teatro di prosa nei confronti del teatro lirico. La lirica al contrario deve diventare una grande opportunità per i teatri di prosa, una opportunità che dobbiamo sfruttare, e qui parlo come direttore del Teatro Nazionale di Genova, per tante ragioni. È però fuori luogo il fatto che all'estero il teatro italiano venga identificato con la Lirica, me ne sono reso conto lavorando tanto fuori d'Italia, e che non si parli mai ad esempio, o raramente, del teatro di prosa italiano, tanto più del teatro pubblico e dei suoi prodotti artistici. Le esperienze che hanno passato le Alpi sono poche e molte di quelle più significative non sono neanche prodotti dei Teatri Nazionali, del teatro pubblico dunque.

MDP La sua è una vocazione eclettica che comprende canto, ballo, scenotecnica, recitazione e regia. In particolare sono state molte e molto apprezzate le sue regie di opere liriche, da ultimo alla Scala di Milano con una “Tosca” di grande successo. Sono per lei regie teatrali tout court o richiedono uno sguardo particolare stante la prevalenza della musica?

DL Secondo me per farle bisogna essere musicisti, non c'è dubbio. Da cantante io ho sempre sofferto il rapporto con registi pur importanti che avevano con la musica un rapporto, neanche da dilettanti, perché comunque i dilettanti un rapporto con la musica lo coltivano, ma addirittura, in particolare per molti registi italiani, un rapporto inesistente con la partitura musicale e questo per un cantante d'opera è molto frustrante. È frustrante, nell'affrontare un opera lirica, farsi dirigere da persone che non hanno passato la vita a coltivare quell'arte, provenendo dal cinema, dalla prosa o addirittura dalla critica d'arte ovvero da altre anche apprezzatissime espressioni artistiche ma che non conoscono minimamente l'opera o pensano che farla sia una cosa estremamente facile. Ci vuole una tecnica sopraffina ed un rapporto profondo con la musica, perché è nella musica e nella drammaturgia musicale che devono affondare necessariamente le idee, e lì devono prendere corpo, nelle ragioni della partitura cioè, dove è necessaria l'armonia e insieme la poesia, le figure retoriche del libretto, le umane fragilità raccontate dalle parole, appunto, del libretto. La relazione tra la musica e la parola è la ragione stessa per la quale qualcuno dovrebbe mettere in scena l'opera. Altrimenti se le ragioni diventano altre, può essere un fatto interessante, glamour, di cui magari si parla, ma nel fondo si fa del male all'opera stessa e alla partitura, e in primis ai cantanti, perché, e qui mi rimetto il cappello del cantante, noi cantanti abbiamo passato decenni a cercare di spiegare le trame ovvero le ragioni di certe cose, che erano chiarissime nella partitura, a persone, magari apprezzabilissime in altre campi, che però erano state chiamate senza avere questo tipo di professionalità. Per fare l'opera, infatti, ci vuole professionalità e tecnica. Questa è la verità.

MDP Non senza una certa sorpresa ora lei è stato chiamato a dirigere il Teatro Nazionale di Genova, uno dei più importanti teatri pubblici di prosa in Italia. È rimasto sorpreso anche lei e come pensa troveranno conciliazione nel nuovo ruolo le sue prima citate innumerevoli vocazioni?

DL Ho anche staccato i biglietti al Teatro Baretti di Torino, e lavato i bagni, e lo dico con orgoglio, perché a Teatro bisogna essere capaci di fare un po' di tutto per arrivare ad un buon esito. Rispetto alla sua domanda e alla sorpresa per la mia nomina, devo dire che non ho visto tanta sorpresa in giro, anzi ho visto tante persone felici per questo. La sorpresa è stata di quelli che si aspettavano una nomina di palazzo, uno scambio di poltrone, cioè uno che esce di qua e un altro che entra di là. Bello invece che per una volta abbiano chiamato un artista. Io ho accettato anche per questo e perché innanzitutto ho diretto uno dei più importanti teatri d'opera del mondo, che è il Palau des Artes di Valencia, di cui sono stato Intendente e Direttore artistico, per cui di fronte al consiglio di amministrazione già garantivo per i bilanci, che sono normalmente bilanci più ampi e corposi rispetto a quelli di un teatro di prosa, avendo allora a libro paga oltre 350 persone mentre a Genova, ad esempio, ce ne sono circa 80. Infatti la complessità della sola gestione amministrativa e del personale di un teatro lirico non è comparabile con quella di un teatro di prosa, in quanto il primo gestisce ensemble orchestrali e artistici assai più numerosi e di importante e, spesso, difficile conduzione. Pertanto la sorpresa citata nella sua domanda è stata in realtà, per quello che ho potuto vedere intorno a me, uno stupore favorevole, anche perché io non sono espressione di nessuna politica e mi piace come detto che in Italia, per una volta, la scelta sia caduta su un artista. Se anche non fossi stato io, ma fosse stato nominato comunque un artista, io sarei stato lo stesso molto felice. Io credo che molte delle gestioni con risultati per così dire poco interessanti, e nel teatro lirico ce sono, anche se non moltissime, siano il frutto disastroso di scelte fatte dalla politica senza tenere conto delle capacità, in quanto sorta di interscambi nei quali la qualità artistica non sembra essere richiesta. La creazione delle Fondazioni, introdotte nella politica culturale italiana da Veltroni, e che ha abolito quella figura fondamentale per l'Opera che è il Direttore Artistico, un artista di chiara fama che faceva parte anche del consiglio di amministrazione, ha fatto sì che i Sovraintendenti fossero indotti a pensare di poter fare delle politiche culturali di livello. Ce sono molti almeno competenti dal punto di vista amministrativo ma ce ne sono purtroppo anche alcuni che devono solo rendicontare una politica culturale decisa altrove, all'unico scopo di raccattare voti sul territorio. Anche questo è accaduto in Italia. Questo per la lirica, per quanto riguarda la prosa invece, ciò ha anche contribuito a rendere autoreferenziale il prodotto, ha indotto cioè ad un auto-prodursi per poi promuovere scambi. Non in maniera per così dire illegale, ma per l'esistenza di certa normativa che favoriva questa dinamica per certi versi un po' scellerata, penalizzando quello che potevano essere idee, innovazioni, rischio e artisti in qualche modo fuori dalla zona di comfort. Invece si sono prodotti dei manufatti che giracchiavano un po' per l'Italia senza riuscire ad essere rappresentativi di quella che, secondo me, è la straordinarietà di talento e di dote che c'è nel teatro in Italia e che avrebbe solo bisogno di essere scatenata  un po'. Quindi la risposta è no, non sono rimasto sorpreso, ma mi ha fatto molto piacere essere scelto anche se non me l'aspettavo. Intanto io non credo alle “manifestazioni di interesse” e non ho mai partecipato a nessuna di queste in quanto sono convinto che esse nascondano una sorta di ipocrisia da parte di una politica che non ha l'adeguato livello culturale o il coraggio di sostenere certe scelte. In questo caso la manifestazione di interesse è stata lasciata cadere legittimamente e, così, il Consiglio di Amministrazione ha avuto tutto il diritto di fare direttamente delle scelte. Mi è dunque arrivata questa proposta, una proposta che ha diversi genitori. Ma soprattutto nasce sicuramente dalla intuizione di un'artista e cioè dal suggerimento che è stato fatto alla politica genovese da parte di una grande attrice italiana, una delle più grandi io credo, Elisabetta Pozzi. Io non la conoscevo personalmente, ma lei aveva visto il mio spettacolo a Siracusa, la Elena di Euripide che ha battuto il record di biglietti venduti nella storia dell'Istituto Nazionale del Dramma Antico, e, non essendo né un Edipo a Colono né una Orestiade..., insomma questo successo ha lasciato tutti un po' di stucco, anche se non ha sorpreso me, anzi. Lei ne è rimasta colpita e quando l'ho conosciuta, molto tempo dopo la mia nomina, mi ha fatto molto piacere ringraziarla e poter parlare del suggerimento che ha dato alla politica e alle istituzioni genovesi. Detto ciò, ne sono molto felice, felice perché sono molto rispettoso e amante della prosa italiana, e soprattutto sono innamorato 'fracico', come si dice a Roma, del teatro pubblico. La mia famiglia mi ha detto “ma stai scherzando? Rischi solo di perdere soldi” e io ho risposto che però rischio anche di fare delle cose che, se va bene, possono aiutare il teatro in Italia. E soprattutto sono in grado di non dovere rendicontare a nessuno la mia attività, se non al desiderio di rivoluzione e di contagio di un teatro che deve rompere muri, che deve andare dappertutto e che deve avere il coraggio di rischiare, ma rischiare per la bellezza e non per fare della rottura in sé e punto.

MDP Lei subentra alla direzione di Angelo Pastore tra i cui meriti vi è anche quello di aver riconquistato per Genova la qualifica di Teatro Nazionale. Pensa, durante la sua nuova gestione, di privilegiare la continuità o il cambiamento? E in quest'ultimo caso ha già in mente progetti nuovi?

DL Pastore ha avuto anche il merito di progettare e portare a compimento la fusione tra il Teatro Stabile e il Teatro Archivolto, una operazione difficilissima. Con Angelo dunque, che non finirò mai di ringraziare per come ha gestito il teatro, per il nostro rapporto, per le notizie, per come mi ha incoraggiato ad accettare questa nomina e per come mi ha supportato nei primi tempi, il rapporto è stato intenso. Una delle frasi che mi ha detto è stata “Io ho portato un po' questo teatro dal XIX al XX secolo”. Immagini solo che all'inizio della sua gestione il teatro di Genova non era neanche presente su facebook. “Adesso ti tocca portarlo al XXI secolo”. Questo per dire che Angelo Pastore ha fatto un lavoro importantissimo ma per quanto riguarda la mia gestione, io non credo di essere stato preso per garantire la continuità, e su questa infatti non saprei neanche cosa rispondere. La continuità e anche il cambiamento sono nel forte legame con il territorio, sono che rimarrà un grande interesse per la drammaturgia contemporanea, e insieme ci sarà un intenso rapporto con i classici che però, almeno fino a quando ci sarò io, non saranno più riscritti. A questo riguardo ci tengo a dire che, a mio parere, una parte delle chiusure e delle difficoltà di comunicazione della prosa italiana deriva, secondo me, dal fatto che ad un certo punto questa, dando per scontato che il pubblico sa che cosa racconta il Macbeth di Shakespeare, allora decide di rifarlo, ma non riscrivendolo tutto, come è legittimo, invece prendendo e tagliando, cambiando un po' qua e un po' là. Insomma io vorrei eliminare questo tipo di riscritture, vorrei insomma che se qualcuno vuole riscrivere Otello, allora lo faccia ma lo rifaccia da capo, magari chiamandolo Gianfranco,  conservando la storia di Otello come sorta di archetipo. Insomma io vorrei un teatro che mette al centro il teatro di regia ed è la regia che può diventare dirompente, mentre i testi devono essere rispettati alla virgola. I registi devono essere in grado, con la loro capacità creativa, di restituire le istanze che quel testo contiene per la nostra contemporaneità. Come dei decoder che non si mettono comodi nella zona di comfort ma che amano essere scomodi con dei testi apparentemente lontani, come i grandi classici, ma che possono sviluppare anche oggi i grandi temi che educano la società alla affettività e alla civiltà. Certamente la continuità, poi, ci sarà per quanto riguarda l'accademia, la scuola di recitazione. Per quanto attiene più nello specifico i rapporti con il territorio cercherò invece di riproporre quello che ho fatto a Valencia, cioè invadere gioiosamente qualsiasi angolo della città, qualsiasi luogo e qualsiasi spazio dell'immaginario e dei media, facendo sì che si parli sempre più di teatro, poiché credo che questo faccia parte della responsabilità del Direttore di uno dei più importanti teatri italiani.

MDP Certamente l'emergenza sanitaria ancora in corso è stata un fulmine a ciel sereno per l'inizio di questa sua esperienza, interrompendo a metà una stagione già preparata e mettendo addirittura in stand by la prossima. Come pensa influirà tutto questo sulla preparazione del nuovo cartellone, il primo sotto la sua responsabilità?

DL Per certi versi il coronavirus è stato un po' la fine del mondo, ma anche in mezzo al guado dobbiamo andare avanti, e dunque andiamo avanti nel contesto della situazione e in mezzo alla società di oggi. Ma una cosa certamente sappiamo ed è che il teatro non morirà mai. Non lo hanno ammazzato vent'anni di peste al tempo di Shakespeare e non sarà certo il coronavirus a farlo. Il teatro ha opere addirittura scritte nei lager, dunque di cosa stiamo parlando? Quella era una operazione ben più complicata che eventualmente fare teatro con una mascherina. Accadeva tra forzati e persone che venivano portate alla camera a gas, eppure c'era ancora qualcuno che scriveva, che scriveva musica, che scriveva per il teatro. Bisognerà pertanto fare come ha sempre fatto il mondo. Noi non pensavamo mai più di avere una guerra o altre situazioni che ci sconvolgessero, mentre i nostri nonni se l'aspettavano, ne erano abituati, sapevano che c'era sempre un certo tipo di precarietà esistenziale legata agli eventi storici. Oggi la stiamo vivendo. Io avevo cominciato a pensare la nuova stagione quando è scoppiata questa pandemia. A quel punto, allora, non bisogna più pensare ad un nuovo cartellone, quanto piuttosto ad una modalità nuova di organizzare la stagione. Ha senso oggi impegnare gli artisti per un anno quando una possibile recrudescenza dell'epidemia potrebbe di nuovo bloccare tutto? Dobbiamo dunque reinventare dei modelli che vanno da stagioni, che so, pensate a cadenza trimestrale o altro. Ovvero pensare a compagnie stabili, o almeno in parte, non so. Questo ora fa parte di una grande discussione che affrontiamo in teatro con i nostri collaboratori, e anche a livello nazionale come, ad esempio, il buon lavoro che sta facendo Filippo Fonsatti per tentare di addensare e coordinare i direttori di teatro sulla piattaforma di Platea, Platea che ha tutta una serie di eccellenti personalità con le quali stiamo parlando, stiamo ragionando, stiamo cercando quelli che potranno essere i modelli per far teatro nel prossimo futuro. Non si tratta tanto di un progetto o di uno spettacolo singolo, quello che posso dire adesso però è che riapriamo, non c'è dubbio. Riapriamo innanzitutto con la Rassegna di drammaturgia contemporanea prevista già dal mio bravo predecessore, e di cui faremo tre spettacoli su cinque da qui a fine e luglio, tre perché prevedono due soli attori in scena e quindi sarà facile. Dopodiché cosa faremo? Io tre anni fa ho messo in piedi a Valencia un'opera su un camion per settantamila persone della comunità valenciana che prevedeva di utilizzare sessanta piazza in tutta la città. Il camion non l'ho inventato io, non l'ha inventato Franco Parenti, non l'ha inventato Garcia Lorca con la Barraca, non l'ha inventato il Carro di Tespi, e non l'hanno inventato neanche nel medio evo per le sacre rappresentazioni nelle fiere, no. La verità è che nel teatro non inventiamo niente, prendiamo delle idee e le applichiamo man mano alla nostra realtà, e lì creiamo, e lì inventiamo. Ma inventiamo che cosa? Non l'idea che c'è già. Piuttosto cerchiamo di inventare una nuova realtà con l'idea che c'è già, questo è evidente. Per cui prenderò questo camion che ho già utilizzato tre anni fa e con questo camion per il Carlo Felice metterò in scena una operina di Mozart, il Bastiano e Bastiana, che feci allora e che prevede quattro cori e tre cantanti. Poi andremo a fare qualcosa di più legato alla prosa, ovviamente, e con questa struttura mobile faremo l'Amleto, un altro spettacolo di Marco Sciaccaluga che a suo tempo ebbe tanto gradimento sia nella critica che nel coinvolgimento degli allievi dell'Accademia. Poi c'è una altra struttura in cui potremo fare monologhi. Questa sarà l'estate del Teatro Nazionale di Genova, una estate che cercherò di impostare nella maniera che ho detto. Ieri ad esempio eravamo in porto con i miei collaboratori e insieme abbiamo finalmente individuato una chiatta che vorremo trasformare nell'arena in cui inaugurare la prossima stagione e su cui potremmo fare ben più di uno spettacolo. Per ora è prevista l'Elena di Euripide, la stessa di cui ho parlato prima e che ha inaugurato la stagione del Teatro Greco di Siracusa nell'ultimo festival del 2019. In questi mesi, poi, abbiamo aperto un programma con Primocanale, rete locale ligure ma con più ascolti spesso di Rai e Mediaset essendo la rete locale, insieme alla sarda Videolina, più vista in Italia. Con loro abbiamo creato Primocanale Nazionale, fusione di Primocanale e di Teatro Nazionale, in cui abbiamo continuato a far vedere repliche di nostri spettacoli, performances di nostri artisti da casa, letture per i piccoli. Abbiamo dunque fatto moltissime cose. Tra queste insieme a Luca Bizzari, Presidente della Fondazione Palazzo Ducale di Genova che ha creato “la mostra che non c'è”, abbiamo inventato il primo “spettacolo con non c'è”, cioè l'Amleto diretto da Federico Fellini, che debutta nella prosa nel centesimo anniversario della nascita, con le musiche di Nino Rota, le luci di Josef Svoboda, le scenografie di Marc Chagall ovvero Marcello Mastroianni nel ruolo di Amleto, Alessandro Gassmann nel ruolo dello spettro, Orson Welles in quello di Claudio e tanti altri grandi protagonisti. Insomma ci siamo divertiti molto a inventare questo “spettacolo che non c'è”, commuovendoci e cercando di dire a tutti che continuiamo a resistere e che apriremo il teatro. Perché non faremo come molti teatri d'Opera che stanno cercando di risanare le loro scellerate gestioni e i loro deficitari bilanci utilizzando i fondi del FUS e insieme la cassa integrazione per i dipendenti, ma che nello stesso momento non vogliono aprire. Con questi fondi e con quanto guadagnano dal non produrre, intendono infatti coprire i loro debiti. Questo è qualcosa di eticamente gravissimo e da amante, evidentemente, del teatro lirico non posso non denunziare questa situazione e lo farò sino alla fine, perché non si può pensare di gestire così male i teatri e di gestire così male, dal punto di vista etico, una situazione di precarietà come questa.

MDP Genova è definita città difficile, chiusa e che spesso non ama i riflettori. Quale è e quale pensa dovrebbe essere il suo rapporto con la Città e con le sue istituzioni?

DL Credo che il mio ruolo dovrebbe essere virale, e uso un termine orrendo stante il momento ma volendolo volgere al positivo, cioè io devo assumermi la responsabilità della bellezza che è nel teatro, e che il teatro deve produrre nella società, e devo pertanto essere un continuo pungolo per la politica. Devo dire che ho di fronte una politica comunale e regionale che sostengono ogni cosa stiamo facendo e devo esserne contento, anzi è stato questo uno dei motivi per cui ho scelto e accettato questa proposta. Proprio perché c'era una unità di intenti tra Regione e Comune e tra i i principali sponsor pubblici, che erano tutti a favore non solo della mia nomina ma anche e soprattutto della visione che stavo proponendo. In fondo questo deve fare un Direttore di Teatro Nazionale, cercare di essere il più indipendente possibile dalle rendicontazioni alla politica, per essere così un fiore all'occhiello di quella stessa politica. Perché la politica ci fa una gran bella figura ad avere uno che non è un servo ma è un artista che fa il bene della cultura in quel territorio. Non posso dunque che ringraziare tutti, anche la politica che ha scelto questo tipo di taglio culturale.

MDP Virale come un contagio artaudiano, un lavorare per contagio dunque. Un ultima domanda per chiudere. Ha nel cassetto o in corso nuovi progetti di regia teatrale, magari per il palcoscenico del “suo” Teatro Nazionale?

DL  Se mi parla di progetti teatrali, sicuramente si, ne ho diversi e ho anche molti sogni, ma sogni concreti perché le uniche idee che servono nella vita sono quelle che si possono concretizzare. Insieme a Paolo Gep Cucco abbiamo completato, due giorni fa la stesura della sceneggiatura del nostro primo film, la cui produzione sta andando avanti, infatti il gruppo che sostiene questa esperienza per me importantissima, con una per me emozionantissima storyboard da noi scritta, è ormai pronto a  partire e a coagularsi intorno a questa sceneggiatura. Il mio prossimo obiettivo è dunque questo e parlo a livello artistico. A livello teatrale ho molti altri progetti, ho molti amori innanzitutto, che sono in primis il rapporto con Victor Hugo e Schiller, e poi il rapporto con la fantascienza che è, oggi come oggi, l'ambito poetico e teatrale che ho voglia di scandagliare e di sperimentare con il Teatro Nazionale di Genova.

MDP Una piccola notazione conclusiva ed un modesto suggerimento. La nostra rivista da vent'anni pubblica testi dei drammaturghi italiani contemporanei, testi consultabili gratuitamente. In proposito secondo lei un grande teatro come il Teatro Nazionale di Genova dovrebbe dotarsi di un suo dramaturg residente, come i grandi teatri europei?

DL Sarà nominato il primo settembre. È già stato individuato e sta già lavorando, ma ovviamente non posso ancora anticiparne il nome anche se stiamo parlando di un uomo straordinario, dal profilo altissimo, che conosce molto bene il teatro italiano e il Teatro di Genova e che, messo nelle condizioni di 'scaricare a terra' tutta la sua sapienza, diventerà un elemento essenziale per il cammino del nostro teatro.

MDP Vuole aggiungere altro che magari non ho affrontato prima di salutarci?

DL No, lei mi ha chiesto cose molto interessanti sulle quali magari sarebbe bello poter ulteriormente andare in profondità. Sicuramente ci piacerebbe essere sempre più presenti nella vostra rivista, qualora lo riteneste opportuno. Questa infatti è un'altra delle cose in cui credo, il ruolo cioè che la critica può avere. Per me è stato molto importante avere due pagine sul Corriere della Sera, avere una pagina sul Secolo XIX, essere presente nelle programmazioni televisive, sulla RAI o in Radio. È questa una delle cose che mi porto in dote, e che voglio mettere a disposizione del teatro, e non per mettermi delle medaglie al petto. Io le medaglie le ho, sono quelle che ho guadagnato, e quelle che non ho, non ho. Sono d'altra parte sempre disposto a mettermi delle medaglie ma per il mio lavoro, e non per il semplice 'presenzialismo'. Di conseguenza una delle cose che vorrei fare per il teatro italiano è far sì che il teatro italiano possa essere raccontato molto sui media. Deve essere raccontato in televisione, deve essere parlato dalla gente, dobbiamo uscire da una certa autoreferenzialità che a volte ci fa assomigliare ad una assemblea di condominio di Pegli(delegazione di Genova n.d.r.). Poi all'interno magari creiamo professionalità e artisti magnifici, ma di fatto poi i contenuti non riescono ad uscire fuori dal salone di quell'assemblea di condominio. Questo è un peccato mortale. Dunque forse la domanda che mi sarebbe piaciuto mi avesse fatto è “che cosa può fare per il Teatro Italiano?”, o almeno che cosa desidero fare, poi quello che potrò effettivamente fare a partire da quei desiderata è da vedere. E tra questi desiderata c'è certamente quello di poter parlare a molti, di far in modo che il teatro italiano possa effettivamente rientrare nelle case e ritornare ad essere importante non solo per chi già lo conosce, ma per tutti, e soprattutto c'è il poter mostrare fino in fondo la differenza tra entertainment e arte. Questo è, a mio giudizio, fondamentale, perché entertainment e arte sono due cose completamente diverse e l'arte deve essere responsabilità politica e culturale di ogni governo, produrre arte dovrebbe essere una degli obiettivi fondamentali di una nazione che si chiama Italia, non Irlanda che è comunque un paese meraviglioso. Ma dovendo pesare chi fa più arte dobbiamo avere la consapevolezza che, a questo riguardo, noi siamo un paese seduto su un giacimento artistico inesauribile, e questo giacimento è la nostra cultura. Il petrolio finirà, l'arte che abbiamo prodotto invece non ha tempo.

Email