Fuori formato 2020 il diario

C'è, a mio avviso, una sicura risonanza tra la ricerca del gruppo di Teatro Akropolis, e dei suoi due drammaturghi David Beronio e Clemente Tafuri con i loro riferimenti estetici vicini o più lontani, ed il “corpo danzante, a partire dalla percezione ed elaborazione del “ditirambo” dionisiaco. Sarà per questo che nella quinta edizione di questo interessante festival genovese, da loro curato insieme a “Rete Danza Contempoligure” e a “Augenblick”, hanno trovato spazio esperienze ed alcuni esiti della migliore danza contemporanea italiana, ha trovato ribalta cioè, contrariamente a quanto visto in altri appuntamenti estivi, la danza che cerca, la danza che non si limita a guardare solipsisticamente il proprio ombelico ma si apre alla relazione e alla scoperta dell'altro, la danza che, come ho avuto occasione di scrivere in altra circostanza, finalmente ti guarda. Una danza dunque in cui la qualità drammaturgica, la capacità di narrare in scena ha aggio sulla ripetitività e sulla, un po' sterile,

riproposizione di gesti consueti, ed in cui lo slancio tende a costruire un mondo ed una identità attorno al corpo che danza. Dieci performance di gruppi italiani per tre serate dal vivo e all'aperto nei giardini di Villa Bombrini a Cornigliano, e sette filmati in streaming a coronare l'ultima serata con la finale di “Stories We Dance”, la sezione dedicata alla videodanza internazionale, selezionate tra oltre duecento candidature inaspettatamente pervenute durante i tempi della chiusura sanitaria che, come altrove, ha messo in dubbio l'evento che ha rischiato l'annullamento.
Diamo qui brevemente conto della serata centrale del 5 agosto.

LA NOTTE DI MAKARA – Francesca Zaccaria
Ancora a livello di primo studio, sconta a mio avviso una elaborazione in parte incompiuta, mostrando spunti interessanti, nei movimenti coreutici e scenici, insieme ad alcune ingenuità narrative. Intorno ad una divinità indù, Makara appunto, che custodisce le soglie e dunque i passaggi evidenzia comunque, in questo e attraverso questo, un desiderio di slancio oltre il cerchio, intimo, della danza.
Ideazione, coreografia e interpretazione di Francesca Zaccaria. Produzione alDes con il sostegno di MiBaCt e Regione Toscana.

JENGA – Compagnia Bellanda
Destrutturazione e ricostruzione di un corpo, nuovo, nello spazio della coreusi e nella narrazione scenica in cui, progressivamente, l'indistinto conquista la differenza, il singolo movimento si fa passo a due tra uomo e donna, tra maschile e femminile, diversità che feconda il mondo e compone le identità in uno spazio che si rinnova. Straordinariamente semplice senza essere scolastico e fintamente ingenuo, ricco di suggestioni e suggerimenti coreografici ma mai ripetitivo, dimostra grande qualità, anche tecnica, nei due protagonisti.
Una creazione della Compagnia Bellanda, con Lia Claudia Latini e Giovanni Gava Leonarduzzi (sue le foto).

CREPE | STUDI SULLA FRAGILITA' DELLA MATERIA – Sara Capanna/Muchele Scappa
Un altro “passo a due” che ripropone, sintomaticamente, un processo sovrapposto tra maschile e femminile che innerva la relazione scenica e le da lo slancio necessario per superare l'implosione gravitazionale, il centro del cerchio che sembra imprigionare molta danza di oggi, in prevalenza in assolo. Lo spazio vuoto, come scrivono nel foglio di sala, in cui quei due corpi, finalmente caratterizzati, vivono si riempie così e felicemente dell'identità dei giovanissimi danzatori e del pubblico che vi si riconosce.
Di e con Sara Capanna e Michele Scappa. Musiche originali di Joaquin Nahuel Cornejo. Con il sostegno di Company Blu, atelier delle arti Danza, e di PARC, Movimento Danza.

MONDO – IN PROGRESS – Gennaro Andrea Lauro
Una notevole a anche inaspettata presenza scenica per un danzatore che mostra, oltre ad una indiscussa qualità tecnica, una esperienza profonda del movimento ed una inusuale capacità di gestione, all'interno di quello, della parola e della narrazione. Un processo, una progressione di crescita che nasce al centro della scena e si dilata man mano fino ad occupare luoghi inconsueti, nello spazio fisico e soprattutto nella mente. Un processo ed una sua interpretazione oltre la recitazione che suggerisce una capacità di mimesi e poi di trance quasi inattuali, in cui il  riconoscersi significa dover innanzitutto uscire, quasi dionisiacamente, da sé stessi ed esporsi rischiando qualcosa. Un coreografo danzatore che mostra legami ed esperienze con la migliore danza europea. Non ininfluenti all'interno della dinamica dello spettacolo la parola e la musica protagoniste armonizzate.
Ideazione e performance di Gennaro Lauro. Produzione Lauro/ Cie Meta, coprodotta da Sosta Palmizi. Partner Kommtanz/Abbondanza Bertoni 2019 e Fabbricaltra Schio. Accolto e sostenuto da Menagerie de Verre – Paris, l'Echangeur CDCN Haute-France, CND . Pantin, Tanz Company Gervasi.

La quinta edizione del Festival, oltre ad offrire, per quanto sperimentato, eventi assai interessanti è stata, però, anche l'occasione per una riflessione intorno al momento che il teatro oggi attraversa e che la pandemia ha, forse solo enfatizzato, costringendoci a guardarlo con più attenzione. Soprattutto la rarefazione dei fondi disponibili, tra interventi pubblici e privati, costringe forse ad una revisione dei canali di distribuzione e collocamento. Costringe cioè ad una riconsiderazione di cosa dobbiamo e possiamo considerare arte, al di là di ogni auto-definizione. È percepibile e anche giustificato il timore di molte realtà creative e innovative di vedersi penalizzate. D'altra parte, io credo che l'unico canale di riconoscimento di una opera d'arte, di teatro in particolare, sia la comunità di riferimento, la relazione con la quale, come insegnava Ancheschi, costruisce anche esteticamente il valore della creazione artistica.
Argomentava infatti così Luciano Anceschi sull'arte: “Pratica (funzione, ormai sappiamo i due termini interscambiabili) poi – e torniamo all'arte – necessariamente a soggetto diffuso o collettivo (non si dimentichi il <<noi>> cui accennavo poc'anzi), giacché anche dell'arte (dell'arte semplicemente, non dell'arte di questo o quello) come della lingua è bene pensare, ancora con Saussure, che <<non è completa in nessun singolo individuo, ma esiste perfettamente soltanto nella massa>>, in quella coscienza diffusa insomma, che la pratica collettiva, tramite le sue istituzioni e relativi validati comportamenti, simbolizza a correlativo oggettivo.”
Come molte esperienze insegnano la fiducia in questa comunità, fatta di artisti, certo i più esposti, critici, studiosi, spettatori, ma anche di istituzioni che dovrebbero rappresentarli, costituisce un antidoto efficace per ogni falsa identità o presunta autorevolezza artistica. Ciò deve consentire all'artista di esprimersi nella piena libertà, libertà che è anche, ma non solo, attenzione al pubblico di riferimento che, spesso, è molto più saggio e competente di tanti organismi ministeriali, così che quando c'è buon teatro accorre numeroso. I complimenti vanno anche agli organizzatori, ed in particolare a Veronica Righetti, che anche quest'anno, nonostante le mille difficoltà, sono riusciti a offrirci un buona edizione con scelte di indubbio valore artistico che ha consentito di mantenere alto il livello culturale ed il gradimento del pubblico che ha esaurito con le presenze tutti i posti disponibili.

Foto Lorenzo Crovetto e Davide Colagiacomo

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